Organizzati! Idee di una procrastrinatrice per concentrarsi e portare a termine le cose

tl;dr: Sapersi concentrare è un esercizio, lo è stato in ogni epoca. Ti propongo qualche metodo per riuscirci anche nella nostra.

«La concentrazione è un’arte la cui difficoltà sta nel dover conciliare costantemente la dissonanza tra se stessi e il mondo»: leggo queste parole nella newsletter di Brain Pickings che recupera un articolo del 2016 sulle idee della poetessa americana Mary Oliver  (mancata proprio in questi giorni) riguardo tempo, concentrazione e altro intorno alla creatività. Racconta anche che già Eugène Delacroix si lamentava della necessità tormentata di allontanarsi dalla vita sociale per mantenere la propria carriera creativa, ricordandoci che le difficoltà nel concentrarsi non sono nate nella nostra epoca.

Tornando a Mary Oliver: secondo la poetessa ciò che interrompe la nostra attenzione non proviene solo dall’esterno. Sono ben tre gli “io” interiori capaci di distrarci con irresistibile efficacia. Lo racconta in questo modo*.

It is a silver morning like any other. I am at my desk. Then the phone rings, or someone raps at the door. I am deep in the machinery of my wits. Reluctantly I rise, I answer the phone or I open the door. And the thought which I had in hand, or almost in hand, is gone. Creative work needs solitude. It needs concentration, without interruptions. It needs the whole sky to fly in, and no eye watching until it comes to that certainty which it aspires to, but does not necessarily have at once. Privacy, then. A place apart — to pace, to chew pencils, to scribble and erase and scribble again.

But just as often, if not more often, the interruption comes not from another but from the self itself, or some other self within the self, that whistles and pounds upon the door panels and tosses itself, splashing, into the pond of meditation. And what does it have to say? That you must phone the dentist, that you are out of mustard, that your uncle Stanley’s birthday is two weeks hence. You react, of course. Then you return to your work, only to find that the imps of idea have fled back into the mist.

Un’idea interessante proprio se pensiamo alla contemporaneità, in cui la colpa della nostra distrazione ricade sempre su questi strani strumenti del demonio oggetti, le nuove tecnologie, colpevoli di invadere il tempo che altrimenti dedicheremmo per certo a nobili scopi, come la lettura in lingua originale di “Guerra e pace”, minuziose visite ai musei, il confronto meditato di almeno tre esecuzioni integrali de “L’anello del Nibelungo”.

Vi siete sorbiti questo preambolo perché mi fa piacere raccontarvi in che modo una freelance procastrinatrice e perdigiorno – ora beffata dall’essere anche madre e obbligata a mettersi in riga – riesce a:

  1. pensare a cosa c’è da fare su più fronti (figlia-casa-lavoro-se stessa);
  2. dare un ordine alle cose che ha pensato di fare;
  3. farle, per giunta.

La prima parte del trucco è che due fronti (figlia-casa) sono un lavoro di squadra: entra nell’equazione l’elemento “marito”. La seconda parte è un mix perfetto, per me: mettete in pentola uno smartwatch, delle notifiche al momento e al posto giusto, quaderni e penne colorate a volontà. Ora vi dico come li mescolo.

Notifiche intelligenti dal grillo parlante

Apple Watch


Questo Natale mi sono voluta levare un capriccio e ho comprato l’Apple Watch. Ho ignorato tutte le sirene del “ma che te ne fai!”, “mica sei così sportiva!”, “è un altro coso inutile che divorerà la tua attenzione!” e lo indosso dall’inizio di dicembre. Ho trascorso gran parte del tempo uscendo poco di casa, tra il rimettermi dalla gravidanza, il freddo e la bambina appena nata: se è vero che mi sembra ancora di sfruttarlo poco, mi sono già resa conto di alcuni benefici.

Uso molto meno il telefono

Su iOS 12 c’è una funzione che monitora il tempo di utilizzo dello smartphone: a quanto pare da quando ho l’Apple Watch questo tempo si è ridotto da 5 ore al giorno a circa 3 e mezzo. Com’è possibile? Avete presente quando prendete in mano il telefono per controllare un messaggio appena arrivato e vedete l’icona di un’altra app che vi distrae? Finite per aprire quella, ci passate un quarto d’ora e poggiate il telefono senza aver letto il messaggio, dimenticandovene. Poi vi torna in mente, e il ciclo riparte da capo. Un quarto d’ora per volta si perde un sacco di tempo.

Lo smartwatch mi ha permesso di far sparire tantissime di queste digressioni, se vogliamo chiamarle così. Se ricevo un messaggio distinguo già dal tipo di vibrazione dell’orologio su che app di messaggistica è arrivato; so – in base al mio modo di utilizzarle – quanto è urgente (Whatsapp in genere lo è più di Messenger, per esempio); un movimento del polso mi permette di leggere buona parte del messaggio già dalla schermata dell’orologio anche mentre sto cambiando un pannolino e non posso allontanarmi dalla bambina: se è mio marito che dice “apri, sono senza chiavi” me ne occupo subito, altrimenti si tratta di qualcosa che può aspettare. Per gran parte della giornata il telefono non so nemmeno dove sia.

Una migliore gestione delle notifiche

Il rischio di essere ancora più schiava delle notifiche per il momento non si è rivelato reale, anzi: avere al polso un oggetto davvero utile solo se sono gestite con più intelligenza mi ha portata a riflettere anche su come uso quelle sullo smartphone. Da almeno cinque anni, a causa del mio lavoro chiassoso proprio in termini di notifiche, avevo già ridotto al minimo le app autorizzate a inviarne, anche a livello personale.

Le ho completamente bloccate su Facebook e Instagram; sono attive solo con il contatore sull’app per Twitter; ho un solo indirizzo mail abilitato al download automatico ogni quarto d’ora (e al conseguente avviso). Insomma: il mio telefono da tempo è già discretamente a prova di disturbo. La distrazione è già alta per la sola presenza delle app dei social network: in questo modo ho qualche chance in più di decidere io quando aprirle, senza aggiungere la sollecitazione del pallino rosso da azzerare.

Liste potenziate per smemorati: il bullet journal

liste

Sono la tipica persona con la scrivania disordinata e appunti ordinatissimi: funziono così fin dai tempi di scuola. Ho fatto due scuole contemporaneamente (il liceo classico e il conservatorio), il ché mi ha dato una certa abilità nel barcamenarmi tra scadenze e priorità, imparando a scegliere anche cosa sacrificare. Quando ho cominciato a lavorare ho fatto un passo in più: se fossi riuscita a trovare lo strumento giusto per liberare più spazio mentale possibile da un certo tipo di informazioni potevo dedicarlo a pensieri più complessi e lavorare ancora meglio.

Perché occupare spazio in memoria (intendo quella della mia testa, decisamente limitata) per ricordarmi della riunione di giovedì alle 15? Quello che mi serve è una notifica che mi avvisi martedì alle 10 che devo preparare un certo documento per la riunione di giovedì alle 15, che un’altra notifica mi ricorderà giovedì alle 13. Mi serve questa notifica solo sul computer dell’ufficio, non sul mio telefono personale, da cui, quando lavoravo come dipendente, tenevo fuori il più possibile i messaggi lavorativi fuori orario**.

Il (non)metodo che non funzionava erano gli appunti sparsi in mille foglietti, post-it, quaderni lasciati a metà: di quegli appunti, in ufficio, non riuscivo mai a mettere a frutto niente. Figuriamoci se riuscivo a esaurire improbabili liste chilometriche di cose da fare. Ora che lavoro da casa sono riuscita a trovare un sistema molto efficace per tenere traccia di idee e appuntamenti, che siano personali o professionali.

Per fare bene una lista bisogna saper stabilire le priorità

Una versione personalizzata e triviale della matrice di Eisenhower

Il problema delle liste di cose da fare è che ci vuole un buon metodo nel farle. Pensate alla freelance procrastinatrice che rimanda al giorno dopo 3 attività importanti, 5 urgenti e comincia dall’ultima cosa che dovrebbe fare perché è quella che le viene meno a noia. Non può funzionare.

Confesso subito: non sono nemmeno lontanamente scientifica nell’applicazione di metodi come quello Eisenhower. Anche solo vedere la matrice, però, aiuta a pensare le attività secondo un criterio e a stabilire come pianificare le prossime azioni. Il quadrante “non urgente – non importante”, per esempio, nel mio caso non sempre contiene qualcosa da non fare categoricamente, né per forza da delegare: magari contiene “giocare 2 ore a The Last of us“, attività che di certo non intendo delegare, ma che non posso nemmeno inserire tra le cosa da fare con urgenza o prossimamente. Purtroppo.

Il punto è sgombrare la mente dallo sforzo di ricordare una lista di cose da fare, ciascuna con tempi e date precise, priva di criterio, oltretutto. Appuntarle in un elenco ragionato ci evita di sentirci costantemente in sovraccarico, in urgenza perenne, e con in testa fissa la domanda “avrò chiuso il gas?”.

Il metodo bullet journal

Bullet Journal
Dal sito del metodo bullet journal originale, bulletjournal.com

Il bullet journal è un sistema su carta creato da Ryder Carroll, un designer americano. Carroll dice che il bullet journal serve “per aiutarci a tenere traccia del passato, organizzare il presente e pianificare il futuro”, ma non pensate a un diario. È più un sistema rapido per prendere note su qualunque argomento o cosa da fare: non ha limiti di tema né di struttura. È un metodo flessibile per gestire e organizzare idee e azioni in liste.

Il bullet journal per lavorare

Preferisco tenere separato il dettaglio delle attività lavorative dalle cose personali, quindi ho un quaderno a parte per organizzarle. O meglio: tendo ad avere un quaderno per cliente. Follia? No: è adatto al mio modo di lavorare con pochi clienti di lungo periodo, auspicabilmente almeno un anno. Se immagino che un cliente non avrà bisogno di un intero quaderno rispolvero il vecchio metodo della scuola elementare: da un lato lo uso per un cliente, quando serve capovolgo il quaderno e dall’altro lato uso le pagine finali per un altro.

Su questi quaderni ho in genere 5 tipi di liste:

  1. l’impostazione generale del progetto, con le scadenze principali;
  2. le scalette dei documenti che ho previsto di rilasciare nel corso del progetto;
  3. le scalette per le riunioni;
  4. la lista di cose da fare il giorno dopo, che compilo nel corso della giornata con dei limiti in termini di quantità;
  5. spazio per valutare nuove idee fuori progetto.

Sono quaderni disordinati nella forma, ma non nella sostanza: non faccio caso alla penna che uso, a una bella grafia, a cancellature e allineamenti imprecisi. Mi servono per essere efficiente, non perché siano belli da vedere. L’unica lista in cui bado all’ordine è quella delle cose da fare il giorno dopo: scriverla con più calma mi aiuta a ripensare alla giornata lavorativa e a organizzare con criterio le priorità.

La giornata di lavoro successiva inizia sempre dalla lista di cose previste per la giornata: esaurisco subito le più veloci (mandare la mail a tizio, programmare un contenuto se ho tutto il necessario a disposizione), poi passo alle cose che richiedono più riflessione o la collaborazione di altri colleghi. Se tutto ha funzionato bene rimane anche il tempo di anticipare qualcosa di previsto per i giorni successivi.

Avendo la fortuna di lavorare con persone più che piacevoli con cui parlare, in genere fisso riunioni e telefonate nel dopo pranzo (e in ogni caso con parsimonia, per rispetto verso il tempo di tutti). Può sembrare una cosa tremenda, la riunione del dopo pranzo, ma nell’organizzazione della mia giornata è un buon momento: dopo la concentrazione della mattina che interrompo con un’attività pratica come preparare il pranzo (e consumarlo con calma!), mi fa piacere riprendere il lavoro in modo “sociale”. È importante curare anche questa dimensione, specialmente lavorando da casa.

Il mio bullet journal personale

Il bullet journal in cui gestisco scadenze e attività personali è tutto un altro campionato. Decisamente frou-frou, è il mio spazio per rallentare, riflettere bene sui punti della matrice, selezionando ciò che ritengo davvero importante nella sfera più importante di tutte: quella personale, appunto. Per me stessa, per esempio, viene prima trovare il tempo per leggere o per andare in piscina? E come si concilia questa scelta apparentemente irrilevante con il tempo da dedicare a mia figlia? In che modo posso farmi aiutare da mio marito e aiutare lui, in base all’organizzazione delle sue giornate?

In questo quaderno mi piace usare una bella penna, scegliere abbinamenti di colori, dedicare spazio a obiettivi di lungo periodo per migliorare le mie giornate senza scadenze pressanti. Per esempio: l’obiettivo di leggere qualcosa tutti i giorni non è né urgente né importante, se la vogliamo dire con il metodo Eisenhower, ma mi aiuta a conservare un poco di spazio per fare qualcosa che amo molto e che proprio per questa ragione spesso tendo a sacrificare. Magari il mese prossimo potrei scegliere l’obiettivo di ascoltare una nuova sinfonia al giorno.

Perché sento il bisogno di tracciare e pianificare cose del genere? Per ricordarmi che anche la qualità della vita, le cose belle e che ci piacciono, hanno bisogno di un loro spazio. Magari piccolo, senz’altro curato: l’importante è che esista. Mi fa stare meglio e mi ricorda cos’è che dà senso a tutto il resto.

No, non è il mio bullet journal. È per farvi capire con quanta calma uno se la può prendere nel pensare le pagine. @journautical

I bullet journal e le notifiche

Assolta la parte naïf, veniamo al concreto. Ho sempre avuto un problema con le agende di carta, che nemmeno il bullet journal risolve: mi serve un’agenda per ricordarmi di controllare l’agenda. Ma qui tornano in gioco le nostre notifiche! Uso tre applicazioni per semplificarmi la vita. Può sembrare assurdo (tre applicazioni per semplificare la vita?!), forse lo è, ma per me questa combinazione di carta e digitale è vincente. Oltre alle app, faccio un larghissimo uso di sveglie e timer: vi dico come.

Wunderlist

Versatile su qualunque dispositivo, permette di creare liste (con sottoliste!) di cose da fare – o task, se volete fare gli americani – dandogli una scadenza e impostando anche una data diversa per il promemoria, se occorre. Le liste possono essere raggruppate per categorie e condivise. Deposito qui le scadenze che non amo avere sul calendario, perché sono le tipiche cose che potrei aver bisogno di rimandare ma che ho bisogno di avere sotto gli occhi.

Qui tengo liste di piccole azioni (“fai la lettura del gas”, “prenota l’appuntamento dal pediatra”) o promemoria distanti nel tempo (“manda la fattura a fine mese”), in modo da non ridurmi all’ultimo minuto a dover trovare il tempo per farle. Wunderlist, per esempio, è un ottimo alleato per gestire le scadenze legate alla contabilità e all’amministrazione della libera professione.

Google Keep

Scelta un po’ per caso, è un’app essenziale (e pure un po’ bruttina) per fare liste condivise. Ne esistono senz’altro di migliori e più specifiche, ma per me e il marito è buona abbastanza per segnarci la lista della spesa, così che chi si trova a portata di supermercato può provvedere senza brancolare nel buio. Ok, diciamoci la verità, lui provvede, io compilo. Ok, anche lui compila. Ok, menomale il marito fa la spesa, se no qui ordineremmo pizza ogni sera.

Google Calendar

È dove segno gli appuntamenti: visite mediche, riunioni, cene o incontri con amici. Tutto ciò che può implicare un’uscita da casa e un ingombro di tempo di qualche ora. Sono una talebana delle impostazioni di notifica: cambio sempre quelle di default eliminando l’invio dell’email e lasciando due notifiche, una qualche giorno prima e una qualche ora prima, a seconda di quanto è lontano il posto da raggiungere. Google Calendar ovviamente è prezioso anche per la possibilità di aggiungere invitati e dettagli all’evento: per tutto ciò che riguarda la bambina è utilissimo (quante volte voi dimenticate di dire a compagni e compagne di aver preso l’appuntamento in data tale, se dovete andarci insieme?).

Sveglie e Timer

Ci sono poi delle attività spicciole per cui il tempismo è tutto. Ho appena infornato la torta? Zac! Timer di 25 minuti. Nel frattempo posso stendere i panni e mandare una mail (e spuntare una voce dalla lista delle attività del giorno). Meglio di pomodoro! Ma se nel frattempo preparo anche un tè? Sicuro che me lo scordo, e che trovo una tazza gelida e nera come il petrolio. Per questo ho stappato una bottiglia (di acqua minerale) quando ho scoperto MultiTimer. Avvio tutti i timer che servono e ciascuno ha anche il suo nome, casomai mi fossi scordata perché l’avevo impostato.

La cura di me: sport e meditazione

Nel 2014 avevo cominciato a nuotare almeno tre volte a settimana, e l’ho fatto per un paio d’anni di fila. Avevo scelto questa attività anche perché in acqua si deve necessariamente stare lontani dal telefono, e sentivo un grande bisogno di impormi questo distacco e mantenerlo per almeno qualche ora. Che si trattasse di FOMO o solo di rimbambimento, la terapia è servita: ho realizzato che il mondo era ancora fuori e tutto intero anche se non rispondevo a un messaggio in pochi minuti.

In piscina uso un vecchio Garmin Swim, meravigliosamente offline, ma in grado di darmi la soddisfazione di vedere quantificato quanto sono schiappa come progredisco nel nuoto. L’app di Garmin, migliorata negli ultimi tempi, può trasmettere le informazioni anche alla centralina “Attività” di Apple: abbastanza brutta, ma utile da vedere a colpo d’occhio sullo smartwatch.

Meditazione, per una persona poco spirituale come me, è un modo sintetico per dire “mi prendo 10 minuti di silenzio per respirare come si deve e pensare alle cose che mi fanno affrontare bene la giornata”. La respirazione è la chiave del rilassamento e della concentrazione: anni di musica e strumenti a fiato me l’hanno insegnato più che bene.

Ci sono un paio di app che trovo interessanti: la mia preferita è Calm, che ho usato molto lo scorso anno; quest’anno sto provando Headspace, anche se non mi ci sto affezionando più di tanto. Forse ha ragione chi dice che si soffra di una sorta di imprinting da paperette: la prima voce che guida la meditazione è quella che riusciamo a seguire meglio, e cambiare app non è facile.

Imparare a concentrarsi sul respiro e ad ascoltare il proprio corpo è un esercizio utilissimo e solo in apparenza banale. Insegna a ignorare gentilmente gli “io” disturbatori di cui parlava Mary Oliver all’inizio di questo post, e a concedergli spazio solo quando è il loro turno. Sapersi concentrare è uno sforzo, lo è stato in ogni epoca. È importante che troviamo un modo per farlo anche nella nostra.

Note

*La citazione viene da The Third Self: Mary Oliver on Time, Concentration, the Artist’s Task, and the Central Commitment of the Creative Life in cui trovate i riferimenti bibliografici e il resto del ragionamento condotto da Maria Popova.

**Non sono mai stata vittima del pessimo costume – molto italiano – di rendersi (o fingersi?) presenti 24 ore su 24 per qualunque capriccio di capi e colleghi.

Done is better than perfect: il mio primo anno da freelance

tl;dr: nel 2018 ho cominciato a fare la freelance, ho cambiato città e ho avuto una bambina. Qui racconto come sono uscita viva da quest’anno bizzarro ed entusiasmante.

Il 2018 è stato l’anno dei grandi piani riusciti e di quelli piccoli saltati per aria. Per esempio: ho in bozza questo post da mesi, addirittura da ottobre, leggo nella data dell’ultimo salvataggio. Comincio a fare la freelance per bene – mi chiedo – e parlo di organizzazione, di progetti, di lavoro? Elenco letture, snocciolo consigli? Curo il mio personal brand, come dicono di fare quelli bravi? La verità è che non ho saggezza da condividere, e tanti aspetti del mio nuovo modo di lavorare sono ancora affidati all’abilità nell’improvvisazione, come fosse jazz: un caos lucido e governabile, ma per me non ideale. È una delle cose da sistemare in questo 2019.

Non ho mai avuto lo spirito da blog personale, ma non credo sia possibile raccontare com’è andato questo primo anno da freelance senza parlare dei cambiamenti anche in quella sfera. La scelta di diventare freelance non è stata dettata solo da ragioni professionali, e credo che parlare del modo in cui cambia il ritmo della vita, tutta, senza compartimenti stagni, sia più rispondente al vero e più utile, spero, a chi sta considerando una scelta simile.

A febbraio mi sono trasferita a Firenze, dove mio marito lavora, e ho cercato di costruire qui la nuova routine delle mie giornate. Il 2018 è un intreccio di pranzi da preparare tutti i giorni – non pranzavo a casa tutti i giorni dai tempi del liceo – e riunioni a distanza con i miei clienti perché, almeno finché i conti tornano, è questo lo stile di vita che mi calza meglio. Del resto una delle ragioni che mi ha spinta a smettere di buttare le giornate in (brutti e malsani) uffici è la ricerca di più spazio per la quotidianità: lavorare idealmente meno, sicuramente meglio; lavorare per vivere e non viceversa, per affidarsi a solidi luoghi comuni.

Quando sei concentrata a fare qualcos’altro la vita ti rotola addosso: ero lì che cercavo di ritrovare il ritmo delle mie abitudini in una nuova città partendo da un abbonamento in piscina, e intorno a metà marzo comincio a sentirmi molto stanca, infinitamente stanca, decisamente troppo stanca. Faccio delle analisi e… sono incinta.

AAAAH!

Be’, sì, la reazione è stata più o meno questa. Ci sono già troppe rivoluzioni in corso, ce la posso fare? Ce la posso fare, naturalmente, prima di tutto perché non è un “posso” ma un “POSSIAMO”, e fa una grande differenza. Gli astri di tempi e scadenze si allineano per il verso giusto, impariamo ad apprezzare la riuscita dei piani e non la loro perfezione e grazie alla buona salute, per fortuna, tutto va per il meglio. E questa è la premessa.

8 consigli per freelance

SU COSA HO LAVORATO NEL 2018

Il Team per la Trasformazione Digitale

Dopo la luna resa ancora più di miele dall’aver dato le dimissioni prima di partire per l’Australia, a gennaio sono tornata a Milano per preparare un trasloco e buttarmi a capofitto sulla collaborazione con il Team per la Trasformazione Digitale, già avviata durante l’estate 2017 e alla quale avevo un enorme desiderio di dedicarmi con la massima attenzione, sapendo che la collaborazione sarebbe scaduta a settembre 2018, senza rinnovi.

All’interno di Designers Italia mi sono occupata di leggere, scrivere e aiutare a scrivere: uno dei miei tre soliti mestieri*, insomma. Abbiamo scelto un’impostazione per le linee guida, ci abbiamo lavorato e abbiamo capito che non funzionavano come avremmo voluto. Abbiamo ricominciato da capo e questo ci ha portati ai design kit: non sono vincolati a chi si occupa di pubblica amministrazione, sono al servizio di tutti. Avete dei progetti da avviare? Provate a vedere se vi tornano utili. Se avete osservazioni e proposte, poi, il Team è pronto ad accoglierle.

La collaborazione con il Team è stata un bello sprint che mi ha ricordato come si può lavorare negli anni in cui viviamo, gestendo con intelligenza la tecnologia a disposizione, usandola per semplificare la vita di tutti. Ne vado molto fiera.

L’editoria: Bompiani

Pochi giorni prima di partire definitivamente per Firenze ho ricevuto la notizia che aspettavo da tempo: riprendevo a collaborare con Bompiani per tutto ciò che riguarda il digitale in casa editrice, eccetto gli eBook, se non relativamente al marketing. Un rapporto lavorativo che si era interrotto per poco meno di un anno, dall’acquisizione da parte di Giunti alle mie dimissioni: si può dire che gioco in casa.

“Casa” è la parola giusta: l’aspetto più importante di questa relazione, per me, è la relazione stessa. Tornare a lavorare in una squadra di cui ho completa stima, umana e professionale; ritrovare rispetto, soddisfazione ed energia. Per tutti questi valori Bompiani è ora – e spero rimarrà a lungo – il cliente a cui dedico più spazio: avvantaggiata da un’esperienza di cinque anni da dipendente, che facilita il lavoro da remoto, scelgo di puntare una grossa parte del mio tempo da freelance su un lavoro sicuramente gratificante. Per un libero professionista può essere una scelta rischiosa: ho trovato utili le parole di Daniela Scapoli al Freelance Camp sul tema del cliente fisso.

L’insegnamento

Nel 2018 ho continuato a insegnare. Ci sono stati i miei appuntamenti fissi con il Master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste – dove faccio un piccolo intervento sull’editoria digitale all’interno del corso in editoria – e con i corsi di minimum lab sulla comunicazione. È stato il primo anno, invece, per il corso di editoria digitale all’interno del Master in Editoria dell’Università di Verona: da tempo non tenevo un corso così lungo per così tanti studenti, dai quali sono sempre io a imparare di più. È la ragione per cui accetto ogni volta che è possibile questo tipo di occasioni.

La maternità

Dopo il primo trimestre di gravidanza ho iniziato a riflettere su come intendevo gestire la maternità, con il supporto di ACTA e della mia commercialista per la burocrazia, di mio marito per tutto il resto. Liberarsi delle pressioni sociali è molto meno semplice di quanto sembri, anche per la donna più lucida ed emancipata – che evidentemente non sono io, dato che mi sono trovata intrappolata in tutti i sensi di inadeguatezza da manuale.

Il termine della gravidanza cadeva a metà novembre, e questo ha facilitato la gestione del periodo di sospensione del lavoro: ho deciso di fermarmi per almeno tre mesi, complice non indifferente l’eleganza e l’umanità dei miei clienti già attivi e di quelli con cui iniziavo a pianificare il 2019. Non ho studiato ogni dettaglio bene come raccontava Donata, e infatti vi racconto le cose a posteriori: ho lavorato fino all’inizio di novembre, quando ho dovuto necessariamente smettere, a nono mese inoltrato. Con il senno di poi lo farei almeno un mese prima della data prevista per il parto: concedermi più tempo per realizzare che stavo per diventare mamma credo mi avrebbe aiutata a sentirmi meno sotto pressione, e anche meno stanca.

COSA FARÒ NEL 2019

La fine del 2018 è stata interamente dedicata alla famiglia, a capire come riorganizzare il tempo, le esigenze e a immaginare come organizzare l’anno successivo, un semestre per volta. Ho scelto di avere una mole di lavoro più leggera per l’inizio del 2019, per potermi occupare della bambina: la scelta di sacrificare qualche entrata ha come altra faccia della medaglia il non dover destinare una cifra a qualcuno che badi a lei al nostro posto. In questo momento rispecchia anche il mio desiderio di prendermi cura di lei di persona: non avrei scommesso, se me lo avessero chiesto mentre ero ancora incinta, che mi sarei trovata tanto a mio agio. Il capitolo delle cose che le madri o future tali non possono dire, sentire o pensare è così ampio, però, che andrebbe discusso a parte.

Per il primo semestre dell’anno concilierò quindi due clienti con la cura della bambina e della mia famiglia: Bompiani, naturalmente, e la neonata casa editrice della UX University, nuova collaborazione di cui vado molto fiera. Le case editrici che nascono sono sempre divertenti: il lavoro è tanto, l’entusiasmo anche, e qui si tratta di professionisti di grande spessore, che è un piacere aiutare a progettare e pianificare la loro nuova anima editoriale.

Intendo dedicare più tempo allo studio: scegliendo corsi di aggiornamento per il mio lavoro e corsi per ampliare gli orizzonti o arricchire lo spirito. Per i primi riservo un budget, per i secondi sfrutto le tantissime risorse gratuite in rete. Ultimamente mi sto godendo un corso sui generi letterari nella letteratura per ragazzi**, su iTunes U: mi sta facendo scoprire universi incredibili sulla letteratura per ragazzi australiana.

SETTE COSE CHE HO IMPARATO NEL 2018

Non sarebbe un post di inizio / fine anno senza una lista di questo genere, vi pare?

1. L’unione fa la forza: sempre. Senza mio marito mi avrebbero ricoverata con una camicia bianca stretta stretta già ai primi mesi di gravidanza; senza le mie amiche – casualmente incinte nel mio stesso periodo – avrei pensato di essere l’unica donna al mondo a porsi domande che tutte le donne si sono già poste; senza le mie amiche mamme e freelance avrei impiegato molto più tempo per venire a capo di problemi intricati ma non irrisolvibili come sembravano.

2. Trova un bravo commercialista: la mia è eccezionale, disponibile, preparatissima e veloce. Le piacciono anche i gatti e i mug, davvero non saprei cosa chiedere di più. Mi fa dormire sonni tranquilli, spiegandomi cose complesse e risolvendo problemi che altrimenti mi ruberebbero tempo e serenità.

3. Se aspetti un bambino, circondati di mamme normali. Uno dei miei terrori prima di frequentare il corso preparto alla ASL, per esempio, era: e se trovo la mamma no-vax? Quella integralista vegana? Quella che azzera la sua esistenza per i figli e ti guarda come se fossi snaturata se fai diversamente? Siate pronte a farvi stupire in bene. Credo di avere l’unico gruppo su whatsapp dal nome “MAMME” di cui non aver paura, anzi: è una vera rete di supporto tra persone che affrontano le stesse difficoltà, fisiche e psicologiche, e si danno una mano di cuore. Il ché rafforza il punto 1.

4. Diffida da chi si spaccia per wonder woman. Io le vedo le mamme freelance che prendono dieci aerei al mese con un neonato di 45 giorni, che raccontano di non rinunciare a niente, mai, e hanno anche 38 ore al giorno da passare concentratissime solo sul loro bambino (oltre ovviamente ad occuparsi solo di progetti epocali e fatturati astronomici). Vedo anche quelle senza figli con giornate che iniziano alle 6 con un’ora di yoga e finiscono alle 2 del mattino con un cocktail e una messa in piega ancora impeccabile. Che mentano o no, non mi interessa. Non sono modelli a cui aspiro, le trovo grottesche e frustranti. I miei modelli sono dubbiosi, curiosi, lontani dall’onniscienza, sbagliano e non temono di mostrarsi imperfette. Sono bellissime così.

5. Mantieni viva la curiosità, e se puoi ampliala. Non occuparti solo delle novità o degli approfondimenti del tuo settore, qualunque sia. Spendi tempo in cose che ti arricchiscono: oltre a non essere mai tempo perso, spesso aiutano a risolvere problemi attraverso strade che altrimenti non avresti saputo immaginare.

6. Fai qualcosa di pratico. Aiuta a pensare. Per esempio: mentre stiro o pelo le patate trovo soluzioni a problemi da risolvere, o ricostruisco il filo logico tra stimoli sparsi, collezionati in altri momenti della giornata (e mi ritrovo casa in ordine e pranzo pronto!). Mentre nuoto, invece, riesco a far maturare delle idee che a volte non sapevo nemmeno di avere. Ad altri capita lavandosi i denti o sotto la doccia: fate delle prove.

7. I tempi morti sono vivissimi. Ho scoperto che leggere mentre do il biberon (5-7 volte al giorno per 20 minuti) a mia figlia è una mossa astuta: lei mangia e della mia esistenza le interessa poco, in quel frangente; io ho letto 7 libri in poco più di un mese, solo per aver usato in modo astuto quest’intervallo di tempo. Certo, prima o poi inizierà a mangiare diversamente, ma intanto… sono diventata una fanatica dei tempi morti! Rubacchiare 5 minuti qua e là per fare una cosa in attesa che ne capiti un’altra può suonare stressante. A me, per ora, sta aprendo mondi entusiasmanti. Trovate i vostri tempi morti e arredateli.

COSA VORREI PER IL 2019 COSA MI IMPEGNERÒ A REALIZZARE NEL 2019

Il primo semestre dell’anno è dedicato a una ripresa dolce e alla bambina. Vorrei riuscire a utilizzare parte dello spazio mentale sgombro in questa prima parte dell’anno per tre cose. Studiare con regolarità, qualcosa di immediatamente utile per il mio lavoro e qualcosa di completamente diverso, come dicevo. Sviluppare un paio di progetti con degli amici con cui mi piacerebbe costruire qualcosa di nostro. Tornare a scrivere qui, principalmente. Me lo ero già riproposta per il 2018, oggi ho portato la giustificazione scritta, come a scuola.

Il 2019 sarà l’anno dei piani riusciti, solidi anche se non sempre perfetti.
Buon anno!

NOTE

* Gli altri due sono far sì che cose belle da leggere incontrino lettori e insegnare.
** Giuro che la letteratura per ragazzi mi interessava anche prima di avere una bambina.

cambiamento

Domani sarà il mio ultimo giorno di lavoro in Rizzoli. Nel 2013, quando sono arrivata a occuparmi della parte di content strategy e social media management per l’area digital dell’ufficio marketing, c’era un account Twitter con più o meno 3000 follower e poco altro. C’era anche la curiosa circostanza di essere la stessa persona dietro quattro marchi editoriali, contemporaneamente: Rizzoli, BUR, Fabbri e per gran parte del tempo anche Bompiani. Dopo quattro anni e innumerevoli rischi di sdoppiamento della personalità, cessioni, acquisizioni, fusioni, frustrazioni, traslochi, laghetti, è arrivato il momento di cambiare.

Dopo dieci anni da lavoratrice dipendente, in ufficio dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18, una serie di fortunate coincidenze mi porta a scegliere di fare la freelance: il 2018 si annuncia ricco di progetti straordinari che mi riempiono di entusiasmo. Era in effetti da un bel po’ di tempo che non guardavo al lavoro con tanta allegria.

DESIGNERS ITALIA

Il progetto principale riguarda Designers Italia, per il Team per la Trasformazione Digitale. Come UX Writer mi occupo di scrivere, organizzare e rivedere contenuti: per le linee guida, i kit di design, varie ed eventuali. Oltre a questo c’è un blog, che comincia a carburare, e molto altro ci aspetta da qui a settembre 2018. Era davvero da tanto che non ero così entusiasta di far parte di una squadra e di un progetto, di volerci mettere anche la faccia con convinzione. La possibilità di testare, finalmente, quanto ho imparato al Master in Architettura dell’Informazione e User Experience Design è una sfida stimolante e farlo potendo affiancare professionisti di gran livello è straordinario, e rinfrescante.

EDITORIA

Non lascio certo da parte l’editoria, ma mi sposterò su dimensioni e visioni del libro e della sua comunicazione più affini alle mie personali, rispetto a quanto ho fatto negli ultimi anni: l’idea è di costruire qualità a lungo termine, e sarà questa idea a guidare le mie scelte. Sarò felice di condividere quanto imparerò anche in questi nuovi progetti, non appena saranno più maturi per poterne parlare. Intanto, ad aprile, mi aspetta il corso in Editoria Digitale all’interno del Master in Editoria dell’Università degli Studi di Verona: un mese intenso di lezione che metterà me per prima alla prova, e anche questa è una grande soddisfazione.

Io ci metto la grinta, voi fatemi un in bocca al lupo, che da gennaio si parte.

editoria digitale

Era il novembre del 2007 quando Amazon annunciava la prima versione del Kindle, aprendo di fatto – e finalmente in modo decisivo – il mercato del libro digitale. «Abbiamo lavorato al Kindle per più di tre anni. Il nostro obiettivo principale di design era che il dispositivo scomparisse tra le vostre mani, che si levasse di mezzo, così che poteste godervi la lettura», diceva Bezos. «Volevamo anche andare oltre il libro fisico. Il Kindle è wireless, quindi che siate stesi a letto o in viaggio su un treno, se vi viene in mente un libro potete averlo in meno di 60 secondi. Non serve il computer: potete acquistarlo direttamente dal dispositivo. Siamo entusiasti di rendere disponibile il Kindle, oggi.»

Sul Guardian i primi scetticismi suonavano più o meno così: «Sul serio? Un Kindle, per 400$? Ma sapete quanti libri potete comprare con quella cifra? Senza contare che un Sony Reader è molto più carino e con quella cifra vi danno pure il resto.» Mentre Sony ha smesso di produrre eReader nel 2014, Kindle è alla sua ottava generazione: nella sua versione di base costa 70€ (69,99€, per amor di precisione) ed è un acquisto ghiotto anche per lettori non troppo entusiasti del digitale. La differenza tra un dispositivo indipendente da una specifica libreria e uno parte di un ecosistema (chiuso, ma completo) sta nell’esperienza di acquisto dei contenuti. Nel giardino chiuso di Amazon è possibile non curarsi di nulla, né di compatibilità di formati né di complicati form per le procedure d’acquisto: la micidiale efficacia del “compra con un clic” si paga con una minore libertà, da un certo punto di vista. Indipendentemente da questa considerazione e da tutte le obiezioni e valutazioni a corollario, i fatti dimostrano che la maggioranza dei lettori digitali – ancora pochi, se paragonati ai già scarsi lettori che preferiscono la carta – apprezza questa comodità: l’attenzione sta nella scelta del prossimo libro da leggere o nella lettura stessa, anzi che in distrazioni poco pratiche come cercare un cavo di connessione o nella conversione da un formato a un altro.

Era il 2010 quando sul mercato arrivava un altro tassello del cambiamento, anche se meno diretto nelle intenzioni: Apple lanciava la prima generazione di iPad. In un comunicato stampa molto simile a quello per il lancio del Kindle, Steve Jobs dichiara: «L’iPad è la nostra tecnologia più avanzata messa a disposizione di un dispositivo magico e rivoluzionario, a un prezzo incredibile. L’iPad crea e definisce una categoria di dispositivi completamente nuova, che metterà gli utenti in relazione con applicazioni e contenuti in modo molto più intimo, intuitivo e divertente, mai visto prima.»

Apple non ha grande interesse per il mercato del libro, digitale o cartaceo che sia: rientra nella sua più generale proposta di entertainment, ma non è certo il cuore dei suoi affari. Lo dimostra la pessima organizzazione dei contenuti nella sua libreria digitale, iBooks, in cui in nessun modo serendipity e discoverability – per rispolverare due stucchevoli buzzword in auge qualche anno fa – sono facilitate o incoraggiate. Su iBooks, insomma, è impossibile perdersi tra gli scaffali; in più non c’è alcun pensiero da libraio, se non per l’esposizione delle classifiche dei bestseller. Questo fa somigliare lo spazio di vendita di eBook di Apple molto più alla grande distribuzione, che nemmeno per i libri cartacei gode più di buona salute: o ti interessa il libro che si fa notare perché alto in classifica oppure non sai che pesci prendere (a meno che tu non sappia esattamente che pesci prendere, e allora puoi rivolgerti alla casella di ricerca).

Sono passati dieci anni, e sono felice di fare ancora corsi sull’editoria digitale. Quello che dopo tanto tempo mi va invece molto stretto è il bisogno di doverla ancora distinguere da un qualche tipo di editoria analogica. È dagli anni ’80 che l’editoria di analogico ha ben poco: il libro e i suoi processi di produzione sono digitali dalla prima stesura del manoscritto (che continua a chiamarsi così anche se non implica carta, penna e calamaio) fino all’ultimo passo prima dell’andata in stampa. E a volte si tratta persino di stampa digitale.

Eppure, nelle case editrici, il digitale continua a entrare troppo spesso malgrado chi le dirige e ci lavora, e in genere dalle porte sbagliate: dal rumore e non dalla strategia. L’editore va a caccia di farfalle: di autori “famosi su Twitter”, di magiche “viralizzazioni” che sembrano epidemie di influenza, di metriche che significano solo vanità e non sostanza, e l’elenco potrebbe proseguire.

Le farfalle, si sa, hanno vita breve. Si parte sempre dall’ultimo punto dell’elenco, dall’ultimo grano di gerarchia nell’ordine delle priorità. Invece di serrare i ranghi e ripensare il proprio ruolo, che ha valore per autorevolezza di selezione e proposta di contenuti, e per capacità di individuare quale sia il modo migliore per presentarli e distribuirli, raggiungendo con ciascuno il giusto pubblico e cercando di ampliarlo il più possibile, invece di concentrarsi su tutto questo, con le strategie, il lavoro, il pensiero che il 2017 richiederebbe, gli editori lavorano in modo ossessivo su atomi, su singoli titoli, che a tavolino dovrebbero diventare dei bestseller, come succedeva – per caso o più raramente per bravura – anni fa, e come non succede più da troppo tempo per credere (o peggio, sperare) che possa funzionare ancora. Non funziona più, e non c’è modo di ribaltare i dati per far sì che mostrino un’evidenza diversa da questa. Se il bisogno di rinnovamento qualche anno fa era urgente, ora si è fatto drammatico: non basteranno altri 2€ sul prezzo di copertina per mantenere uno status quo sempre più sgretolato e continuare a pagare tutti gli stipendi.

Nelle slide del corso fatto anche quest’anno per il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” alla SISSA di Trieste non troverete la soluzione ai drammi dell’editoria, purtroppo: se le avessi mi troverei a godere dei frutti della mia trovata geniale su quest’amaca della Polinesia francese. Ma dato che solo chi non fa non sbaglia, ho provato a ipotizzare un’alternativa al normale percorso del lavoro editoriale: un’alternativa che riesca a includere come parte integrante del ragionamento anche il digitale, senza gestirlo come compartimento stagno a volte scomodo, altre irrilevante, che si trasforma troppo spesso in un triste “facciamo uno sconto sugli eBook” o “twittiamo la presentazione dell’autore se no si scontenta”. Non è una proposta che riguarda specificamente il lavoro in redazione, ma il progetto del libro (o della collana, o dell’editore stesso, meglio ancora): a chi si rivolge, come dev’essere fatto, quanto deve costare. Una proposta acerba e molto, molto perfezionabile, per provare a prendere decisioni migliori in questo senso. Apertissima a qualunque domanda e osservazione, di conseguenza: scrivetemi i vostri pareri e li leggerò con entusiasmo.

Nelle slide si parla anche di linotype, di applicazioni e self publishing, di design (che poi vuol dire progettazione, appunto, anche se dirlo in italiano ci fa sentire meno alla moda e ci dà la sensazione che comporti lavoro e fatica, che disdetta); ci sono dei lemmings, quelli del videogioco, inquietante metafora di un certo stantio pensiero editoriale, e ci sono almeno un paio di gorilla del dubbio.

Content Marketing

È passato quasi un anno dall’ultimo post: il ritmo della scrittura non è più quello di una volta, ma per fortuna quello dei pensieri non ha rallentato allo stesso modo. Continuano i corsi per le professioni dell’editoria di minimum lab: sabato 1 aprile c’è stata la lezione sul content marketing: concentrare in poche ore un argomento così vasto è stata un’impresa non da poco e come è ovvio il risultato non è esaustivo.

Ho preferito impostare il discorso più su teoria e metodo, rispetto a un elenco di strumenti che sarebbe invecchiato nel tempo chiudere le slide e sarebbe stato poco costruttivo, tutto sommato. Impadronirsi dei ragionamenti mi sembra sempre più importante dell’essere aggiornati sull’ultimo software sul mercato: per imparare a pensare bene non serve un’astronave, carta e penna bastano per chiarirsi le idee.

Facendo tesoro della mia esperienza ho cercato di offrire strumenti che permettano di disinnescare, se non del tutto almeno in parte, le stravaganti pretese di chi nelle aziende spesso ha potere decisionale ma nessuna competenza; di offrire argomenti da contrapporre con intelligenza alle varie convinzioni infondate e leggende metropolitane con cui chi fa questo mestiere può trovarsi a fare i conti. Qui e là ci sono anche imprecisioni volute: tenete alte le antenne dello spirito critico!

Umanisti, scienziati, Tonelli

Tergiverso da tempo su molte bozze, ma questo post si è imposto per urgenza. «Con la follia della giovinezza possiamo raggiungere risultati inimmaginabili»: mi perdonerà Guido Tonelli se gli attribuisco un virgolettato impreciso, ma quando ho avuto la fortuna di ascoltarlo al Salone del Libro di Torino, quest’anno, non sono riuscita a gestire da brava cronista l’impatto emotivo della sua affermazione convinta ed entusiasta. Al contrario, mi sono molto, molto commossa.

Seguo eventi legati ai libri per lavoro: come è normale non tutto mi interessa a livello personale. Probabilmente Tonelli avrei scelto di ascoltarlo in ogni caso: mi incuriosiscono molto la scienza e la divulgazione scientifica e non capita spesso di avere l’occasione di ascoltare qualcuno del suo spessore umano e culturale. Per serendipità imposta, invece, mi trovo più spesso ad ascoltare personaggi e idee che non avrei mai preso in considerazione: in genere incappo per un verso o per l’altro in qualche spunto interessante e mi sento fortunata, perché altrimenti avrei perso un’occasione. Quest’anno la fortuna mi ha assistita meno del solito.

VIAGGIO NELLE PALUDI DELLA TRISTEZZA

Mi sono trovata immersa in una sconfortante e sconfortata palude zuppa di signoramia, in cui echeggiavano – rigorosamente privi di confronto – alti lai sul genere trito «i quindicenni d’oggi non sono più in grado di leggere Dante e Montale», «sì, carini gli scienziati, ma la cultura umanistica è La Cultura», «un articolo su Internet non è certo all’altezza di un approfondimento autorevole letto sulla carta: cosa vorrai mai approfondire, su Internet»… Sono certa che da qui in poi, considerata la scarsa fantasia degli argomenti, siete in grado di continuare da soli il lamento funebre sulla decadenza della Cultura e del ruolo dell’intellettuale – sedicente, spesso; presunto, in genere; vero, di rado –, distrutto come la statua di un vecchio dittatore destituito dal “popolo della rete” (cit.), che con superficiali “cinguettii” (cit.) pretende spazio e voce, là dove era usanza spartirselo in pochi.

Il cambiamento del ruolo dell’intellettuale è una cosa seria, lo intuisco persino io che sono lontana da essere in grado di discuterne in modo approfondito. Ma chi desidera parlarne sarebbe il caso lo facesse con armi e strumenti appropriati. Tra questi servirebbe una conoscenza della rete che vada almeno due passi più in là degli articoli di colore sulla stampa generalista, per esempio. O del «mio cugino una volta ha aperto un account su Facebook».

È diventato insopportabile il vanto di posa, ostentato e ostinato, sulla propria sciatteria tecnologica: «Ah, io non me ne intendo di quelle cose lì.» «No, io [inserire nome di un social media qualunque] non lo uso, sono tutti stupidi.» «Figurati, su Internet ci sono solo castronerie. Non leggo certo Wikipedia, io.» Partendo da queste basi qualunque opinione sulla rete finisce dritta al bancone del bar, e no, il numero di letture di Dante o Montale in questo caso non sarà rilevante né pertinente. La letteratura non garantisce onniscienza: se si ha un trabocco di ego di questa portata è probabile che si sappia molto, forse, ma che non si sia capito un granché.

LA PAROLA AI FILOSOFI

David Weinberger – filosofo, dettaglio rassicurante per alcuni – scrive in Too Big to Know: «La catena dell’autorità non ha fine. Un’autorità è una pagina su cui decidiamo di non cliccare alcun link.» La responsabilità dell’attribuzione di autorità non è più (soltanto) calata dall’alto. È nostra, in gran parte. Ed è più faticoso, certo, rispetto al fidarsi a scatola chiusa di qualcosa perché l’ha-detto-la-TV, era-scritto-sul-giornale. «L’ho letto su Internet» è figlio della stessa mentalità illetterata e disabituata alla responsabilità, non è un parto mostruoso della rete stessa. Mi spaventa molto di più un mondo in cui non può nemmeno venirmi in mente di verificare quanto letto su un giornale o sentito in televisione perché non ho la possibilità di accedere alle fonti dell’informazione.

Il nostro mondo di informazioni è ricchissimo, quasi una vertigine: districarsi, lo dicevo, è più faticoso, bisogna continuamente imparare come mantenere l’orientamento. Rimanere influenti, fare la differenza, essere autorevoli, oggi, non è un traguardo, non è una poltrona a vita. È un lavorio continuo, un impegno col piglio della missione, volendo dirla grossa: e non credo che sia mai stato tanto diverso. È che in molti, oggi, si sono seduti. Hanno ceduto alla pigrizia di pensiero, alla comodità dello status quo che adesso è drammaticamente in discussione. L’equilibrio si è rotto: la povertà di idee e il brancolare nel buio sono esposti in modo osceno in chi non si dà da fare e spera di campare di rendita.

LA PAROLA AL BIANCONIGLIO («È TARDI!»)

Non c’è più tempo. Il mondo è cambiato sotto i pavimenti di quelle sedie, mentre nessuno tendeva le orecchie per ascoltarne gli scricchiolii. Ed è sconfortante assistere al modo in cui si costruiscono camere dell’eco da far impallidire la più ingegnosa filter bubble, in cui ci si riunisce compiaciuti del sentire la propria voce restituita dalle pareti, senza argomentazioni o idee alternative, senza il fastidio dei dubbi e con tante certezze costruite su opinioni mal fondate. «Il 39,1% dei dirigenti e professionisti italiani in un anno non apre neppure un libro», ci allarmavamo nel 2015. Dal momento che la classe dirigente italiana non era composta allora come ora né di quindicenni né di trentenni, forse i partecipanti alle camere dell’eco avrebbero bisogno di rivedere i destinatari delle loro sconfortate lamentazioni.

Marco Stancati fa notare nel suo articolo per Tech Economy «le vibrazioni nervose degli scrittori e degli editori tradizionali ai quali la dichiarazione del direttore del festival Ernesto Ferrero (“Oggi il grande romanzo intellettuale non è scritto dagli umanisti ma dagli scienziati”) non è piaciuta poi tantissimo.» Per fortuna esistono ancora scrittori ed editori curiosi verso ciò che non conoscono, con sufficiente onestà intellettuale da non sentirsi in dovere di avere un’opinione su tutto e che non si sentono insidiati nel loro ruolo e mestiere dall’aumentare delle voci in circolazione.

Non mi sento coinvolta da nessun recente “grande romanzo italiano”, considerato quanto spesso quelli a cui viene appuntata questa medaglia sono contorte nostalgie di adolescenze rimpiante. Maschili, manco a dirlo, ma questa è un’altra questione ancora. Distanti, anacronistici, incapaci di parlarmi. È anche per l’enfasi con cui ci si attarda in queste nostalgie, miopi persino nel guardare al passato rimpianto, che stiamo perdendo il passo verso il futuro. E il problema non è certo aver chiaro cosa sia il passato o l’importanza di rallentare per mettere in prospettiva storica ciò che succede. Il problema è la cantilena stucchevole del non-è-più-come-quando-ero-ragazzo-io, sorda e ottusa, infastidita da chi è giovane perché non ha alcuna vera volontà di capire o conoscere.

LA PAROLA AI POETI E AI VISIONARI

La visionarietà poetica della fisica, messa continuamente alla prova della realtà, dei conti da far quadrare, degli intoppi tecnici, invece, mi coinvolge eccome: avvincente, raccontata con parole precise e raffinate; una storia fatta di ascolto, fiducia, confronto, curiosità e speranza. Nessuna di queste parole mi è venuta in mente ascoltando quelli che dovrei considerare come autorevoli esponenti del mondo delle Lettere; più spesso ho pensato al loro contrario. Che occasione persa. «Filosofi e umanisti devono contribuire a disegnare una visione più rotonda del mondo che la scienza contribuisce fortemente a determinare», diceva Tonelli, che torno a virgolettare in malo modo: le scoperte della fisica partono da domande umanissime, e se sono gli umanisti stessi i primi a essere ciechi di fronte a questo, come possono pretendere di mantenere credibilità e autorevolezza?

«Quando la nostra conoscenza verrà messa in crisi saremo felici, perché vorrà dire che staremo progredendo nella conoscenza. Vorrà dire che con la stessa dinamica che abbiamo messo in atto in noi, insistendo davanti a un “siete matti”, grazie ai giovani scienziati di oggi saremo in grado di costruire la nuova fisica, di capire meglio il mondo.» Così ragionano gli scienziati, ho imparato. Dando spazio e fiducia ai giovani, ricordandosi di quando lo sono stati anche loro, consapevoli che le soluzioni in grado di cambiare tutto possono venire anche dall’ultimo che si unisce alla ricerca; senza timore di mettere le idee alla prova attraverso il confronto, pronti a guardare avanti, forti e fiduciosi nell’aumentare continuo e progressivo della conoscenza.

Così mi piacerebbe veder ragionare gli umanisti. Con le mani e la testa nel mondo, con a cuore la comprensione delle cose. «Se io non mi occupassi dei cambiamenti della civiltà il mio scrivere mi sembrerebbe inutile», ha detto Marilynne Robinson, premiata da Michela Murgia con il Premio Mondello. Ci sono ancora molti che non hanno perso la curiosità e la voglia di pensare, senza paura di sporcarsi le mani. Diamogli più spazio possibile.

Architettura della Comunicazione, Federico Badaloni

«La rete, l’immenso sistema nervoso della nostra realtà, può aiutarci a comunicare, comprendere, trasformare e creare. Grazie a essa oggi siamo in grado di protenderci verso un orizzonte di risposte possibili vasto come mai è accaduto prima. Ogni oggetto del mondo è alla nostra portata, perché è connesso. Ogni pensiero del mondo è alla nostra portata, se è connesso.» Da qui la domanda: come possiamo usare le informazioni per migliorare il mondo? E se la domanda vi piace avete un libro da leggere: Architettura della Comunicazione, di Federico Badaloni.

DOMANDE, PIU’ CHE RISPOSTE

«La sfida dei nostri tempi non è tanto quella di trovare una risposta, ma quella di connetterla alle nostre domande nel modo migliore. La natura e la dinamica di questa connessione possono essere più o meno sostenibili, più o meno aderenti a un modello etico, più o meno vantaggiose per diversi gruppi umani. Dal momento che ora abbiamo connesso i luoghi, gli oggetti e gli esseri viventi, è agendo sulle relazioni che modifichiamo ciò che chiamiamo “realtà”.»

IL RUOLO DELLE RELAZIONI

«Ogni relazione che decidiamo di stabilire ha una funzione. In un mondo in cui tutto è connesso – e tutto può essere connesso – in molti modi, la funzione è quello che fa la differenza. La dinamica di una relazione è una funzione. Un ponte fra un bisogno e una soluzione. Non un ponte qualsiasi, ma quell’unico ponte, fra i mille a disposizione, che ci farà compiere quel determinato percorso per vivere quell’esperienza unica. Comunicare è saper trovare quel ponte in questo nuovo universo. Innovare è saperlo immaginare, quando non esiste.»

LE RELAZIONI NELLA DEFINIZIONE DEL CONTESTO

«Quando la rete di significato è tessuta, siamo in grado di inquadrare ogni informazione nella giusta relazione rispetto alle altre. Questa rete è ciò che chiamiamo “contesto”, cioè l’insieme che si ottiene sommando i singoli elementi informativi e le relazioni che essi instaurano tra loro.»

Una lettura che non potete mancare sull’idea di contesto è Understanding Context, di Andrew Hinton.

«SIAMO CIO’ CHE CONNETTIAMO»

«Oggi siamo ciò che connettiamo. L’aspetto più complesso di un atto di comunicazione di rete è dunque scegliere cosa mettere in relazione. Il fatto che tutto sia potenzialmente linkabile non significa che tutto debba esserlo. Scegliamo in funzione dei bisogno dei nostri interlocutori, ma scegliamo anche in funzione della nostra particolare visione delle cose che stiamo raccontando.» In New Clues: «A differenza del mondo reale, ogni oggetto e connessione presenti sul Web sono stati creati da qualcuno come espressione di uno specifico interesse e secondo una personale supposizione di come questi tasselli siano interconnessi.»

In Architettura della Comunicazione, oltre ai ragionamenti che avete appena letto, trovate anche un metodo di lavoro concreto e applicabile: si chiama Progettazione Funzionale, ed è quello a cui Federico ha lavorato e lavora da molti anni. Magari vi verrà in mente di usarlo per qualche vostro progetto: fateglielo sapere, sono certa che ne sarà felice.

Di questo libro hanno parlato anche Luca Rosati – che con Andrea Resmini ne ha scritto la prefazione –, Toni Fontana e su L’Espresso trovate un estratto da leggere subito.

Dalle parti di Trieste

Come nelle migliori Serie TV siamo al riassunto puntate precedenti. Anche quest’anno è arrivato il momento del corso di Editoria Digitale per il Master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste e dell’appuntamento con il Social Media Management per Pattern 49. È cambiato molto? No. Ma qualcosa sì, e ve la racconto.

EDITORIA DIGITALE

Forse è finito il momento in cui dall’accostamento della parola digitale a un sostantivo qualunque ci aspettavamo come minimo uno spettacolo pirotecnico. Finalmente. Il digitale non è né la soluzione né l’obiettivo: è parte del quadro, uno strumento, un’opportunità da considerare con il giusto peso tra tutte le altre cose. Non significa certamente che possiamo sederci comodi e smettere di imparare, tutt’altro. Ma forse, liberi da quell’ansia di stupire o sentirci stupiti, potremmo cominciare a ragionare e lavorare con più solidità.
Le slide per il corso della SISSA sono semplici e portano – almeno nell’idea che abbiamo avuto con Martha Fabbri e Luigi Civalleri – un tentativo di concretezza: una simulazione in classe del progetto Prototipi, a cui avevo lavorato con Gabriele Alese e Claudia Busetto per lo scorso Festivaletteratura. Ci siamo divertiti molto, è questo è sempre bello.

SOCIAL MEDIA MANAGEMENT

Era un po’ che non condividevo le slide del corso di Social Media Management per Pattern 49, e ogni volta che mi capita di aggiornarle sono molto felice di constatare che una cosa rimane invariata da anni: la quantità di buon senso necessaria per fare bene questo mestiere. È un corso di base: capire come usare tecnicamente un ambiente è la parte facile, quella difficile riguarda sensibilità, ascolto, prontezza di riflessi. Se preso per il verso giusto può essere davvero un mestiere divertente.

IN ORDINE SPARSO

Mi sono iscritta al Master in Architettura dell’Informazione e User Experience Design allo IULM. È una materia in cui mi sono inconsapevolmente laureata, che mi ha sempre affascinata tantissimo ed era ora di dare dei nomi alle cose. Ci insegnano tutti i più bravi docenti che si possono desiderare in quest’ambito: sono entusiasta come non capitava da tempo.

Ho fatto l’editor, sul serio, ed erano anni (troppi) che non mi capitava più di farlo. Il libro è uscito da poco, si intitola Architettura della Comunicazione e l’ha scritto Federico Badaloni. Non intendo certo cavarmela con queste due righine: per adesso cominciate a leggere, se l’argomento vi incuriosisce (e se siete qui vi incuriosisce quasi di sicuro). Federico continua a ringraziare me, ma non ha idea di quanto io ringrazi lui.

La foto in cima? Un bel posto, dalle parti di Trieste. Mica bisogna soffrire per forza.

5 parole di cui avrò bisogno nel 2016

5 parole di cui avrò bisogno nel 2016Non so se sia la fine (delle feste) o l’inizio (dell’anno) a farmi venire in mente le parole di cui avrò bisogno nei prossimi mesi. Arrivano negli stessi giorni dell’anno scorso, e qualcuna ne è un risultato: evidentemente alle parole so essere fedele più che ai buoni propositi. Continuando a non essere brava con le previsioni, anche stavolta mi limito a scegliere le mie cinque parole per il prossimo anno. Siete testimoni: mi sto incastrando da sola.

SILENZIO

Era l’ultima parola dell’anno scorso, ma è stata così rilevante che quest’anno non intendo rinunciarci: ricomincio da qui. I beni scarsi sono beni di lusso, dicevo, e il lusso del silenzio mi ha portato molti dei vantaggi promessi: il tempo di riflettere, di distinguere con più lucidità le idee interessanti da quelle solo rumorose, il tempo di (tornare a) leggere, tanto e di tutto. Il silenzio, fondamentalmente, mi ha regalato tempo: un altro lusso non da poco. Tempo perso che diventa preso, quando lascia spazio alla curiosità, le permette di sgranchirsi le ossa e ricominciare a farsi domande. Quest’anno cercherò di farmi domande in modo meno silenzioso, ricominciando, spero, a condividerle con impegno e in modo costruttivo.

DISCIPLINA

Per riprendere ad allenarmi nel trovare le domande giuste, quelle da cui arrivano le buone idee, avrò bisogno di disciplina. Il silenzio ha liberato molto spazio che ora va riempito con contenuti di valore, in grado di mettere in moto i neuroni, di far venire voglia di ragionare. Ma è faticoso, naturalmente. Come tutte le imprese faticose richiede uno sforzo: proprio questo mi sembra importante. Ricominciare a sforzarsi. Non tutto è a portata di mano, non tutto è ovvio. E se lo è forse non ne vale la pena. Alternando fatica e riposo, riguadagnare con disciplina il ritmo giusto per continuare a pensare e crescere.

PRECISIONE

Anche la precisione è faticosa. Si fa prima a dire «ma sì, va bene, ci siamo intesi, quante storie» davanti alla necessità di una parola più precisa, di un concetto espresso meglio. «Ma sì, va bene» è pratico in molte circostanze, non voglio certo cadere nel rischio opposto. Ho l’impressione, però, di aver abdicato troppo al buon vecchio good enough, e sento il bisogno di riguadagnare la certezza di saper essere precisa, se necessario. La disciplina in questo sarà fondamentale, ma senza il confronto con gli altri, l’unica strada per mettere alla prova idee e parole, non si migliora granché.

CURIOSITA’

Non so voi, ma la prima cosa che faccio appena sveglia è spalancare le finestre per cambiare l’aria nella stanza. La giornata prende un’altra piega, dopo, non vi sembra? La curiosità è questo: aria fresca tra i pensieri, possibilità di incontrare qualcosa di nuovo che arricchisca quello che è già lì, possibilità di cambiare idea, o di rafforzarla. La curiosità è voglia di osservare, imparare, capire. È utile un piccolo sforzo – di nuovo – per rivolgerla anche verso cose che ci sembrano non valerne la pena. Non si sa mai da dove può arrivare una sorpresa, quale colpo di vento è in grado di cambiare l’aria.

BELLEZZA

In quello che volete voi, ma cercatela. Tutti questi sforzi, questa fatica: ne vale la pena solo se da qualche parte esiste la bellezza, con la sua gratificazione. Siamo così circondati di doveri, burocrazie, difficoltà, che non è semplice riuscire a ritagliare lo spazio per qualcosa che ci lasci incantati. Ma è necessario, è necessario concedersi di tirare il fiato, lo spazio di uno sguardo sospeso in cui poter pensare a qualcosa che ci meraviglia. Se siete abbastanza fortunati vi riuscirà di allargarlo, quello spazio, o di incontrarlo più di frequente. Ma cercatelo. Ve lo meritate. Mica bisogna soffrire per forza.

Buon 2016, eh.

Bernard Schoenbaum – New Yorker

Bernard Schoenbaum – New YorkerGrazie alla rete editori e lettori trovano nuovi spazi di incontro e relazione: è una storia che ormai ha qualche anno di età. Se il fatto di per sé non è più interessante – e giustamente – come centro del discorso, rimane la necessità di acquisire e mantenere aggiornate le nuove competenze, ricordandosi di non limitare studio e pratica esclusivamente a quanto ruota intorno a libri ed editoria.

Come sono cambiati i mestieri della comunicazione del libro? Quali sono le migliori strategie per individuare gli ambienti online abitati dai lettori, e come si può fare per intercettarne l’attenzione? Come può lavorare l’editore per valorizzare le relazioni e riuscire a coglierne tutte le opportunità? E se il libro è (anche) immateriale, ci sono nuove e più numerose strade da percorrere? Ne abbiamo parlato durante Pazza idea. Progetto Creativo 2015. Le slide alla fine del post sono una breve traccia del discorso.

Può sembrare un prendere la questione un po’ alla larga leggere Weinberger o Morozov per parlare di promozione del libro. Senza capire come sono cambiate la conoscenza e l’informazione ai tempi della rete, però, la nostra capacità di pianificare strategie in grado di catturare e mantenere l’attenzione dei lettori sarà miope e di scarsa efficacia. Leggere rimane sempre il punto di partenza.

Su come cambia la conoscenza ai tempi della rete tra i miei preferiti c’è David Weinberger con il suo La stanza intelligente. Sulla necessità umana del raccontare storie Immersi nelle storie di Frank Rose è una finestra che spazia dal cinema alle neuroscienze, con una bibliografia da capogiro. Homo pluralis. Essere umani nell’era tecnologica, di Luca De Biase è un’ottimo punto di partenza per ragionare sull’adattamento culturale necessario per diventare cittadini consapevoli dell’ambiente digitale «imponendo la propria creatività, intelligenza e senso etico». Proseguendo sulla costruzione del senso critico, si potrebbe leggere qualcosa di Evgeny Morozov. Io non ho ancora letto niente di suo, ma le risposte a una vecchia intervista su Linkiesta, Perché Internet non salverà il mondo – se riuscite a fare lo slalom sul sarcasmo rinunciabilissimo di chi firma l’articolo – mi hanno fatto venire voglia di colmare la lacuna.

Passando ad aspetti più pratici e operativi, l’impresa di trovare punti di riferimento di qualità non è una sfida da poco. Tra le persone più serie a occuparsi di marketing online in Italia c’è sicuramente Gianluca Diegoli: sul blog (minimarketing) trovate i suoi libri. Vincenzo Cosenza è preziosissimo se avete bisogno di approfondire dati e analisi. Per imparare dal meglio dell’intersezione tra esperienza editoriale tradizionale e indipendente c’è il blog di Jane Friedman. Non ho alcuna pretesa di fare un elenco esaustivo: come qualunque punto di partenza elenco letture non per esperti, ma per chi vuole cominciare (così come nello spirito del Workshop per Pazza idea). Se avete riferimenti da aggiungere siete più che benvenuti.