cambiamento

Domani sarà il mio ultimo giorno di lavoro in Rizzoli. Nel 2013, quando sono arrivata a occuparmi della parte di content strategy e social media management per l’area digital dell’ufficio marketing, c’era un account Twitter con più o meno 3000 follower e poco altro. C’era anche la curiosa circostanza di essere la stessa persona dietro quattro marchi editoriali, contemporaneamente: Rizzoli, BUR, Fabbri e per gran parte del tempo anche Bompiani. Dopo quattro anni e innumerevoli rischi di sdoppiamento della personalità, cessioni, acquisizioni, fusioni, frustrazioni, traslochi, laghetti, è arrivato il momento di cambiare.

Dopo dieci anni da lavoratrice dipendente, in ufficio dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18, una serie di fortunate coincidenze mi porta a scegliere di fare la freelance: il 2018 si annuncia ricco di progetti straordinari che mi riempiono di entusiasmo. Era in effetti da un bel po’ di tempo che non guardavo al lavoro con tanta allegria.

DESIGNERS ITALIA

Il progetto principale riguarda Designers Italia, per il Team per la Trasformazione Digitale. Come UX Writer mi occupo di scrivere, organizzare e rivedere contenuti: per le linee guida, i kit di design, varie ed eventuali. Oltre a questo c’è un blog, che comincia a carburare, e molto altro ci aspetta da qui a settembre 2018. Era davvero da tanto che non ero così entusiasta di far parte di una squadra e di un progetto, di volerci mettere anche la faccia con convinzione. La possibilità di testare, finalmente, quanto ho imparato al Master in Architettura dell’Informazione e User Experience Design è una sfida stimolante e farlo potendo affiancare professionisti di gran livello è straordinario, e rinfrescante.

EDITORIA

Non lascio certo da parte l’editoria, ma mi sposterò su dimensioni e visioni del libro e della sua comunicazione più affini alle mie personali, rispetto a quanto ho fatto negli ultimi anni: l’idea è di costruire qualità a lungo termine, e sarà questa idea a guidare le mie scelte. Sarò felice di condividere quanto imparerò anche in questi nuovi progetti, non appena saranno più maturi per poterne parlare. Intanto, ad aprile, mi aspetta il corso in Editoria Digitale all’interno del Master in Editoria dell’Università degli Studi di Verona: un mese intenso di lezione che metterà me per prima alla prova, e anche questa è una grande soddisfazione.

Io ci metto la grinta, voi fatemi un in bocca al lupo, che da gennaio si parte.

editoria digitale

Era il novembre del 2007 quando Amazon annunciava la prima versione del Kindle, aprendo di fatto – e finalmente in modo decisivo – il mercato del libro digitale. «Abbiamo lavorato al Kindle per più di tre anni. Il nostro obiettivo principale di design era che il dispositivo scomparisse tra le vostre mani, che si levasse di mezzo, così che poteste godervi la lettura», diceva Bezos. «Volevamo anche andare oltre il libro fisico. Il Kindle è wireless, quindi che siate stesi a letto o in viaggio su un treno, se vi viene in mente un libro potete averlo in meno di 60 secondi. Non serve il computer: potete acquistarlo direttamente dal dispositivo. Siamo entusiasti di rendere disponibile il Kindle, oggi.»

Sul Guardian i primi scetticismi suonavano più o meno così: «Sul serio? Un Kindle, per 400$? Ma sapete quanti libri potete comprare con quella cifra? Senza contare che un Sony Reader è molto più carino e con quella cifra vi danno pure il resto.» Mentre Sony ha smesso di produrre eReader nel 2014, Kindle è alla sua ottava generazione: nella sua versione di base costa 70€ (69,99€, per amor di precisione) ed è un acquisto ghiotto anche per lettori non troppo entusiasti del digitale. La differenza tra un dispositivo indipendente da una specifica libreria e uno parte di un ecosistema (chiuso, ma completo) sta nell’esperienza di acquisto dei contenuti. Nel giardino chiuso di Amazon è possibile non curarsi di nulla, né di compatibilità di formati né di complicati form per le procedure d’acquisto: la micidiale efficacia del “compra con un clic” si paga con una minore libertà, da un certo punto di vista. Indipendentemente da questa considerazione e da tutte le obiezioni e valutazioni a corollario, i fatti dimostrano che la maggioranza dei lettori digitali – ancora pochi, se paragonati ai già scarsi lettori che preferiscono la carta – apprezza questa comodità: l’attenzione sta nella scelta del prossimo libro da leggere o nella lettura stessa, anzi che in distrazioni poco pratiche come cercare un cavo di connessione o nella conversione da un formato a un altro.

Era il 2010 quando sul mercato arrivava un altro tassello del cambiamento, anche se meno diretto nelle intenzioni: Apple lanciava la prima generazione di iPad. In un comunicato stampa molto simile a quello per il lancio del Kindle, Steve Jobs dichiara: «L’iPad è la nostra tecnologia più avanzata messa a disposizione di un dispositivo magico e rivoluzionario, a un prezzo incredibile. L’iPad crea e definisce una categoria di dispositivi completamente nuova, che metterà gli utenti in relazione con applicazioni e contenuti in modo molto più intimo, intuitivo e divertente, mai visto prima.»

Apple non ha grande interesse per il mercato del libro, digitale o cartaceo che sia: rientra nella sua più generale proposta di entertainment, ma non è certo il cuore dei suoi affari. Lo dimostra la pessima organizzazione dei contenuti nella sua libreria digitale, iBooks, in cui in nessun modo serendipity e discoverability – per rispolverare due stucchevoli buzzword in auge qualche anno fa – sono facilitate o incoraggiate. Su iBooks, insomma, è impossibile perdersi tra gli scaffali; in più non c’è alcun pensiero da libraio, se non per l’esposizione delle classifiche dei bestseller. Questo fa somigliare lo spazio di vendita di eBook di Apple molto più alla grande distribuzione, che nemmeno per i libri cartacei gode più di buona salute: o ti interessa il libro che si fa notare perché alto in classifica oppure non sai che pesci prendere (a meno che tu non sappia esattamente che pesci prendere, e allora puoi rivolgerti alla casella di ricerca).

Sono passati dieci anni, e sono felice di fare ancora corsi sull’editoria digitale. Quello che dopo tanto tempo mi va invece molto stretto è il bisogno di doverla ancora distinguere da un qualche tipo di editoria analogica. È dagli anni ’80 che l’editoria di analogico ha ben poco: il libro e i suoi processi di produzione sono digitali dalla prima stesura del manoscritto (che continua a chiamarsi così anche se non implica carta, penna e calamaio) fino all’ultimo passo prima dell’andata in stampa. E a volte si tratta persino di stampa digitale.

Eppure, nelle case editrici, il digitale continua a entrare troppo spesso malgrado chi le dirige e ci lavora, e in genere dalle porte sbagliate: dal rumore e non dalla strategia. L’editore va a caccia di farfalle: di autori “famosi su Twitter”, di magiche “viralizzazioni” che sembrano epidemie di influenza, di metriche che significano solo vanità e non sostanza, e l’elenco potrebbe proseguire.

Le farfalle, si sa, hanno vita breve. Si parte sempre dall’ultimo punto dell’elenco, dall’ultimo grano di gerarchia nell’ordine delle priorità. Invece di serrare i ranghi e ripensare il proprio ruolo, che ha valore per autorevolezza di selezione e proposta di contenuti, e per capacità di individuare quale sia il modo migliore per presentarli e distribuirli, raggiungendo con ciascuno il giusto pubblico e cercando di ampliarlo il più possibile, invece di concentrarsi su tutto questo, con le strategie, il lavoro, il pensiero che il 2017 richiederebbe, gli editori lavorano in modo ossessivo su atomi, su singoli titoli, che a tavolino dovrebbero diventare dei bestseller, come succedeva – per caso o più raramente per bravura – anni fa, e come non succede più da troppo tempo per credere (o peggio, sperare) che possa funzionare ancora. Non funziona più, e non c’è modo di ribaltare i dati per far sì che mostrino un’evidenza diversa da questa. Se il bisogno di rinnovamento qualche anno fa era urgente, ora si è fatto drammatico: non basteranno altri 2€ sul prezzo di copertina per mantenere uno status quo sempre più sgretolato e continuare a pagare tutti gli stipendi.

Nelle slide del corso fatto anche quest’anno per il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” alla SISSA di Trieste non troverete la soluzione ai drammi dell’editoria, purtroppo: se le avessi mi troverei a godere dei frutti della mia trovata geniale su quest’amaca della Polinesia francese. Ma dato che solo chi non fa non sbaglia, ho provato a ipotizzare un’alternativa al normale percorso del lavoro editoriale: un’alternativa che riesca a includere come parte integrante del ragionamento anche il digitale, senza gestirlo come compartimento stagno a volte scomodo, altre irrilevante, che si trasforma troppo spesso in un triste “facciamo uno sconto sugli eBook” o “twittiamo la presentazione dell’autore se no si scontenta”. Non è una proposta che riguarda specificamente il lavoro in redazione, ma il progetto del libro (o della collana, o dell’editore stesso, meglio ancora): a chi si rivolge, come dev’essere fatto, quanto deve costare. Una proposta acerba e molto, molto perfezionabile, per provare a prendere decisioni migliori in questo senso. Apertissima a qualunque domanda e osservazione, di conseguenza: scrivetemi i vostri pareri e li leggerò con entusiasmo.

Nelle slide si parla anche di linotype, di applicazioni e self publishing, di design (che poi vuol dire progettazione, appunto, anche se dirlo in italiano ci fa sentire meno alla moda e ci dà la sensazione che comporti lavoro e fatica, che disdetta); ci sono dei lemmings, quelli del videogioco, inquietante metafora di un certo stantio pensiero editoriale, e ci sono almeno un paio di gorilla del dubbio.

Content Marketing

È passato quasi un anno dall’ultimo post: il ritmo della scrittura non è più quello di una volta, ma per fortuna quello dei pensieri non ha rallentato allo stesso modo. Continuano i corsi per le professioni dell’editoria di minimum lab: sabato 1 aprile c’è stata la lezione sul content marketing: concentrare in poche ore un argomento così vasto è stata un’impresa non da poco e come è ovvio il risultato non è esaustivo.

Ho preferito impostare il discorso più su teoria e metodo, rispetto a un elenco di strumenti che sarebbe invecchiato nel tempo chiudere le slide e sarebbe stato poco costruttivo, tutto sommato. Impadronirsi dei ragionamenti mi sembra sempre più importante dell’essere aggiornati sull’ultimo software sul mercato: per imparare a pensare bene non serve un’astronave, carta e penna bastano per chiarirsi le idee.

Facendo tesoro della mia esperienza ho cercato di offrire strumenti che permettano di disinnescare, se non del tutto almeno in parte, le stravaganti pretese di chi nelle aziende spesso ha potere decisionale ma nessuna competenza; di offrire argomenti da contrapporre con intelligenza alle varie convinzioni infondate e leggende metropolitane con cui chi fa questo mestiere può trovarsi a fare i conti. Qui e là ci sono anche imprecisioni volute: tenete alte le antenne dello spirito critico!

Umanisti, scienziati, Tonelli

Tergiverso da tempo su molte bozze, ma questo post si è imposto per urgenza. «Con la follia della giovinezza possiamo raggiungere risultati inimmaginabili»: mi perdonerà Guido Tonelli se gli attribuisco un virgolettato impreciso, ma quando ho avuto la fortuna di ascoltarlo al Salone del Libro di Torino, quest’anno, non sono riuscita a gestire da brava cronista l’impatto emotivo della sua affermazione convinta ed entusiasta. Al contrario, mi sono molto, molto commossa.

Seguo eventi legati ai libri per lavoro: come è normale non tutto mi interessa a livello personale. Probabilmente Tonelli avrei scelto di ascoltarlo in ogni caso: mi incuriosiscono molto la scienza e la divulgazione scientifica e non capita spesso di avere l’occasione di ascoltare qualcuno del suo spessore umano e culturale. Per serendipità imposta, invece, mi trovo più spesso ad ascoltare personaggi e idee che non avrei mai preso in considerazione: in genere incappo per un verso o per l’altro in qualche spunto interessante e mi sento fortunata, perché altrimenti avrei perso un’occasione. Quest’anno la fortuna mi ha assistita meno del solito.

VIAGGIO NELLE PALUDI DELLA TRISTEZZA

Mi sono trovata immersa in una sconfortante e sconfortata palude zuppa di signoramia, in cui echeggiavano – rigorosamente privi di confronto – alti lai sul genere trito «i quindicenni d’oggi non sono più in grado di leggere Dante e Montale», «sì, carini gli scienziati, ma la cultura umanistica è La Cultura», «un articolo su Internet non è certo all’altezza di un approfondimento autorevole letto sulla carta: cosa vorrai mai approfondire, su Internet»… Sono certa che da qui in poi, considerata la scarsa fantasia degli argomenti, siete in grado di continuare da soli il lamento funebre sulla decadenza della Cultura e del ruolo dell’intellettuale – sedicente, spesso; presunto, in genere; vero, di rado –, distrutto come la statua di un vecchio dittatore destituito dal “popolo della rete” (cit.), che con superficiali “cinguettii” (cit.) pretende spazio e voce, là dove era usanza spartirselo in pochi.

Il cambiamento del ruolo dell’intellettuale è una cosa seria, lo intuisco persino io che sono lontana da essere in grado di discuterne in modo approfondito. Ma chi desidera parlarne sarebbe il caso lo facesse con armi e strumenti appropriati. Tra questi servirebbe una conoscenza della rete che vada almeno due passi più in là degli articoli di colore sulla stampa generalista, per esempio. O del «mio cugino una volta ha aperto un account su Facebook».

È diventato insopportabile il vanto di posa, ostentato e ostinato, sulla propria sciatteria tecnologica: «Ah, io non me ne intendo di quelle cose lì.» «No, io [inserire nome di un social media qualunque] non lo uso, sono tutti stupidi.» «Figurati, su Internet ci sono solo castronerie. Non leggo certo Wikipedia, io.» Partendo da queste basi qualunque opinione sulla rete finisce dritta al bancone del bar, e no, il numero di letture di Dante o Montale in questo caso non sarà rilevante né pertinente. La letteratura non garantisce onniscienza: se si ha un trabocco di ego di questa portata è probabile che si sappia molto, forse, ma che non si sia capito un granché.

LA PAROLA AI FILOSOFI

David Weinberger – filosofo, dettaglio rassicurante per alcuni – scrive in Too Big to Know: «La catena dell’autorità non ha fine. Un’autorità è una pagina su cui decidiamo di non cliccare alcun link.» La responsabilità dell’attribuzione di autorità non è più (soltanto) calata dall’alto. È nostra, in gran parte. Ed è più faticoso, certo, rispetto al fidarsi a scatola chiusa di qualcosa perché l’ha-detto-la-TV, era-scritto-sul-giornale. «L’ho letto su Internet» è figlio della stessa mentalità illetterata e disabituata alla responsabilità, non è un parto mostruoso della rete stessa. Mi spaventa molto di più un mondo in cui non può nemmeno venirmi in mente di verificare quanto letto su un giornale o sentito in televisione perché non ho la possibilità di accedere alle fonti dell’informazione.

Il nostro mondo di informazioni è ricchissimo, quasi una vertigine: districarsi, lo dicevo, è più faticoso, bisogna continuamente imparare come mantenere l’orientamento. Rimanere influenti, fare la differenza, essere autorevoli, oggi, non è un traguardo, non è una poltrona a vita. È un lavorio continuo, un impegno col piglio della missione, volendo dirla grossa: e non credo che sia mai stato tanto diverso. È che in molti, oggi, si sono seduti. Hanno ceduto alla pigrizia di pensiero, alla comodità dello status quo che adesso è drammaticamente in discussione. L’equilibrio si è rotto: la povertà di idee e il brancolare nel buio sono esposti in modo osceno in chi non si dà da fare e spera di campare di rendita.

LA PAROLA AL BIANCONIGLIO («È TARDI!»)

Non c’è più tempo. Il mondo è cambiato sotto i pavimenti di quelle sedie, mentre nessuno tendeva le orecchie per ascoltarne gli scricchiolii. Ed è sconfortante assistere al modo in cui si costruiscono camere dell’eco da far impallidire la più ingegnosa filter bubble, in cui ci si riunisce compiaciuti del sentire la propria voce restituita dalle pareti, senza argomentazioni o idee alternative, senza il fastidio dei dubbi e con tante certezze costruite su opinioni mal fondate. «Il 39,1% dei dirigenti e professionisti italiani in un anno non apre neppure un libro», ci allarmavamo nel 2015. Dal momento che la classe dirigente italiana non era composta allora come ora né di quindicenni né di trentenni, forse i partecipanti alle camere dell’eco avrebbero bisogno di rivedere i destinatari delle loro sconfortate lamentazioni.

Marco Stancati fa notare nel suo articolo per Tech Economy «le vibrazioni nervose degli scrittori e degli editori tradizionali ai quali la dichiarazione del direttore del festival Ernesto Ferrero (“Oggi il grande romanzo intellettuale non è scritto dagli umanisti ma dagli scienziati”) non è piaciuta poi tantissimo.» Per fortuna esistono ancora scrittori ed editori curiosi verso ciò che non conoscono, con sufficiente onestà intellettuale da non sentirsi in dovere di avere un’opinione su tutto e che non si sentono insidiati nel loro ruolo e mestiere dall’aumentare delle voci in circolazione.

Non mi sento coinvolta da nessun recente “grande romanzo italiano”, considerato quanto spesso quelli a cui viene appuntata questa medaglia sono contorte nostalgie di adolescenze rimpiante. Maschili, manco a dirlo, ma questa è un’altra questione ancora. Distanti, anacronistici, incapaci di parlarmi. È anche per l’enfasi con cui ci si attarda in queste nostalgie, miopi persino nel guardare al passato rimpianto, che stiamo perdendo il passo verso il futuro. E il problema non è certo aver chiaro cosa sia il passato o l’importanza di rallentare per mettere in prospettiva storica ciò che succede. Il problema è la cantilena stucchevole del non-è-più-come-quando-ero-ragazzo-io, sorda e ottusa, infastidita da chi è giovane perché non ha alcuna vera volontà di capire o conoscere.

LA PAROLA AI POETI E AI VISIONARI

La visionarietà poetica della fisica, messa continuamente alla prova della realtà, dei conti da far quadrare, degli intoppi tecnici, invece, mi coinvolge eccome: avvincente, raccontata con parole precise e raffinate; una storia fatta di ascolto, fiducia, confronto, curiosità e speranza. Nessuna di queste parole mi è venuta in mente ascoltando quelli che dovrei considerare come autorevoli esponenti del mondo delle Lettere; più spesso ho pensato al loro contrario. Che occasione persa. «Filosofi e umanisti devono contribuire a disegnare una visione più rotonda del mondo che la scienza contribuisce fortemente a determinare», diceva Tonelli, che torno a virgolettare in malo modo: le scoperte della fisica partono da domande umanissime, e se sono gli umanisti stessi i primi a essere ciechi di fronte a questo, come possono pretendere di mantenere credibilità e autorevolezza?

«Quando la nostra conoscenza verrà messa in crisi saremo felici, perché vorrà dire che staremo progredendo nella conoscenza. Vorrà dire che con la stessa dinamica che abbiamo messo in atto in noi, insistendo davanti a un “siete matti”, grazie ai giovani scienziati di oggi saremo in grado di costruire la nuova fisica, di capire meglio il mondo.» Così ragionano gli scienziati, ho imparato. Dando spazio e fiducia ai giovani, ricordandosi di quando lo sono stati anche loro, consapevoli che le soluzioni in grado di cambiare tutto possono venire anche dall’ultimo che si unisce alla ricerca; senza timore di mettere le idee alla prova attraverso il confronto, pronti a guardare avanti, forti e fiduciosi nell’aumentare continuo e progressivo della conoscenza.

Così mi piacerebbe veder ragionare gli umanisti. Con le mani e la testa nel mondo, con a cuore la comprensione delle cose. «Se io non mi occupassi dei cambiamenti della civiltà il mio scrivere mi sembrerebbe inutile», ha detto Marilynne Robinson, premiata da Michela Murgia con il Premio Mondello. Ci sono ancora molti che non hanno perso la curiosità e la voglia di pensare, senza paura di sporcarsi le mani. Diamogli più spazio possibile.

Architettura della Comunicazione, Federico Badaloni

«La rete, l’immenso sistema nervoso della nostra realtà, può aiutarci a comunicare, comprendere, trasformare e creare. Grazie a essa oggi siamo in grado di protenderci verso un orizzonte di risposte possibili vasto come mai è accaduto prima. Ogni oggetto del mondo è alla nostra portata, perché è connesso. Ogni pensiero del mondo è alla nostra portata, se è connesso.» Da qui la domanda: come possiamo usare le informazioni per migliorare il mondo? E se la domanda vi piace avete un libro da leggere: Architettura della Comunicazione, di Federico Badaloni.

DOMANDE, PIU’ CHE RISPOSTE

«La sfida dei nostri tempi non è tanto quella di trovare una risposta, ma quella di connetterla alle nostre domande nel modo migliore. La natura e la dinamica di questa connessione possono essere più o meno sostenibili, più o meno aderenti a un modello etico, più o meno vantaggiose per diversi gruppi umani. Dal momento che ora abbiamo connesso i luoghi, gli oggetti e gli esseri viventi, è agendo sulle relazioni che modifichiamo ciò che chiamiamo “realtà”.»

IL RUOLO DELLE RELAZIONI

«Ogni relazione che decidiamo di stabilire ha una funzione. In un mondo in cui tutto è connesso – e tutto può essere connesso – in molti modi, la funzione è quello che fa la differenza. La dinamica di una relazione è una funzione. Un ponte fra un bisogno e una soluzione. Non un ponte qualsiasi, ma quell’unico ponte, fra i mille a disposizione, che ci farà compiere quel determinato percorso per vivere quell’esperienza unica. Comunicare è saper trovare quel ponte in questo nuovo universo. Innovare è saperlo immaginare, quando non esiste.»

LE RELAZIONI NELLA DEFINIZIONE DEL CONTESTO

«Quando la rete di significato è tessuta, siamo in grado di inquadrare ogni informazione nella giusta relazione rispetto alle altre. Questa rete è ciò che chiamiamo “contesto”, cioè l’insieme che si ottiene sommando i singoli elementi informativi e le relazioni che essi instaurano tra loro.»

Una lettura che non potete mancare sull’idea di contesto è Understanding Context, di Andrew Hinton.

«SIAMO CIO’ CHE CONNETTIAMO»

«Oggi siamo ciò che connettiamo. L’aspetto più complesso di un atto di comunicazione di rete è dunque scegliere cosa mettere in relazione. Il fatto che tutto sia potenzialmente linkabile non significa che tutto debba esserlo. Scegliamo in funzione dei bisogno dei nostri interlocutori, ma scegliamo anche in funzione della nostra particolare visione delle cose che stiamo raccontando.» In New Clues: «A differenza del mondo reale, ogni oggetto e connessione presenti sul Web sono stati creati da qualcuno come espressione di uno specifico interesse e secondo una personale supposizione di come questi tasselli siano interconnessi.»

In Architettura della Comunicazione, oltre ai ragionamenti che avete appena letto, trovate anche un metodo di lavoro concreto e applicabile: si chiama Progettazione Funzionale, ed è quello a cui Federico ha lavorato e lavora da molti anni. Magari vi verrà in mente di usarlo per qualche vostro progetto: fateglielo sapere, sono certa che ne sarà felice.

Di questo libro hanno parlato anche Luca Rosati – che con Andrea Resmini ne ha scritto la prefazione –, Toni Fontana e su L’Espresso trovate un estratto da leggere subito.

Dalle parti di Trieste

Come nelle migliori Serie TV siamo al riassunto puntate precedenti. Anche quest’anno è arrivato il momento del corso di Editoria Digitale per il Master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste e dell’appuntamento con il Social Media Management per Pattern 49. È cambiato molto? No. Ma qualcosa sì, e ve la racconto.

EDITORIA DIGITALE

Forse è finito il momento in cui dall’accostamento della parola digitale a un sostantivo qualunque ci aspettavamo come minimo uno spettacolo pirotecnico. Finalmente. Il digitale non è né la soluzione né l’obiettivo: è parte del quadro, uno strumento, un’opportunità da considerare con il giusto peso tra tutte le altre cose. Non significa certamente che possiamo sederci comodi e smettere di imparare, tutt’altro. Ma forse, liberi da quell’ansia di stupire o sentirci stupiti, potremmo cominciare a ragionare e lavorare con più solidità.
Le slide per il corso della SISSA sono semplici e portano – almeno nell’idea che abbiamo avuto con Martha Fabbri e Luigi Civalleri – un tentativo di concretezza: una simulazione in classe del progetto Prototipi, a cui avevo lavorato con Gabriele Alese e Claudia Busetto per lo scorso Festivaletteratura. Ci siamo divertiti molto, è questo è sempre bello.

SOCIAL MEDIA MANAGEMENT

Era un po’ che non condividevo le slide del corso di Social Media Management per Pattern 49, e ogni volta che mi capita di aggiornarle sono molto felice di constatare che una cosa rimane invariata da anni: la quantità di buon senso necessaria per fare bene questo mestiere. È un corso di base: capire come usare tecnicamente un ambiente è la parte facile, quella difficile riguarda sensibilità, ascolto, prontezza di riflessi. Se preso per il verso giusto può essere davvero un mestiere divertente.

IN ORDINE SPARSO

Mi sono iscritta al Master in Architettura dell’Informazione e User Experience Design allo IULM. È una materia in cui mi sono inconsapevolmente laureata, che mi ha sempre affascinata tantissimo ed era ora di dare dei nomi alle cose. Ci insegnano tutti i più bravi docenti che si possono desiderare in quest’ambito: sono entusiasta come non capitava da tempo.

Ho fatto l’editor, sul serio, ed erano anni (troppi) che non mi capitava più di farlo. Il libro è uscito da poco, si intitola Architettura della Comunicazione e l’ha scritto Federico Badaloni. Non intendo certo cavarmela con queste due righine: per adesso cominciate a leggere, se l’argomento vi incuriosisce (e se siete qui vi incuriosisce quasi di sicuro). Federico continua a ringraziare me, ma non ha idea di quanto io ringrazi lui.

La foto in cima? Un bel posto, dalle parti di Trieste. Mica bisogna soffrire per forza.

5 parole di cui avrò bisogno nel 2016

5 parole di cui avrò bisogno nel 2016Non so se sia la fine (delle feste) o l’inizio (dell’anno) a farmi venire in mente le parole di cui avrò bisogno nei prossimi mesi. Arrivano negli stessi giorni dell’anno scorso, e qualcuna ne è un risultato: evidentemente alle parole so essere fedele più che ai buoni propositi. Continuando a non essere brava con le previsioni, anche stavolta mi limito a scegliere le mie cinque parole per il prossimo anno. Siete testimoni: mi sto incastrando da sola.

SILENZIO

Era l’ultima parola dell’anno scorso, ma è stata così rilevante che quest’anno non intendo rinunciarci: ricomincio da qui. I beni scarsi sono beni di lusso, dicevo, e il lusso del silenzio mi ha portato molti dei vantaggi promessi: il tempo di riflettere, di distinguere con più lucidità le idee interessanti da quelle solo rumorose, il tempo di (tornare a) leggere, tanto e di tutto. Il silenzio, fondamentalmente, mi ha regalato tempo: un altro lusso non da poco. Tempo perso che diventa preso, quando lascia spazio alla curiosità, le permette di sgranchirsi le ossa e ricominciare a farsi domande. Quest’anno cercherò di farmi domande in modo meno silenzioso, ricominciando, spero, a condividerle con impegno e in modo costruttivo.

DISCIPLINA

Per riprendere ad allenarmi nel trovare le domande giuste, quelle da cui arrivano le buone idee, avrò bisogno di disciplina. Il silenzio ha liberato molto spazio che ora va riempito con contenuti di valore, in grado di mettere in moto i neuroni, di far venire voglia di ragionare. Ma è faticoso, naturalmente. Come tutte le imprese faticose richiede uno sforzo: proprio questo mi sembra importante. Ricominciare a sforzarsi. Non tutto è a portata di mano, non tutto è ovvio. E se lo è forse non ne vale la pena. Alternando fatica e riposo, riguadagnare con disciplina il ritmo giusto per continuare a pensare e crescere.

PRECISIONE

Anche la precisione è faticosa. Si fa prima a dire «ma sì, va bene, ci siamo intesi, quante storie» davanti alla necessità di una parola più precisa, di un concetto espresso meglio. «Ma sì, va bene» è pratico in molte circostanze, non voglio certo cadere nel rischio opposto. Ho l’impressione, però, di aver abdicato troppo al buon vecchio good enough, e sento il bisogno di riguadagnare la certezza di saper essere precisa, se necessario. La disciplina in questo sarà fondamentale, ma senza il confronto con gli altri, l’unica strada per mettere alla prova idee e parole, non si migliora granché.

CURIOSITA’

Non so voi, ma la prima cosa che faccio appena sveglia è spalancare le finestre per cambiare l’aria nella stanza. La giornata prende un’altra piega, dopo, non vi sembra? La curiosità è questo: aria fresca tra i pensieri, possibilità di incontrare qualcosa di nuovo che arricchisca quello che è già lì, possibilità di cambiare idea, o di rafforzarla. La curiosità è voglia di osservare, imparare, capire. È utile un piccolo sforzo – di nuovo – per rivolgerla anche verso cose che ci sembrano non valerne la pena. Non si sa mai da dove può arrivare una sorpresa, quale colpo di vento è in grado di cambiare l’aria.

BELLEZZA

In quello che volete voi, ma cercatela. Tutti questi sforzi, questa fatica: ne vale la pena solo se da qualche parte esiste la bellezza, con la sua gratificazione. Siamo così circondati di doveri, burocrazie, difficoltà, che non è semplice riuscire a ritagliare lo spazio per qualcosa che ci lasci incantati. Ma è necessario, è necessario concedersi di tirare il fiato, lo spazio di uno sguardo sospeso in cui poter pensare a qualcosa che ci meraviglia. Se siete abbastanza fortunati vi riuscirà di allargarlo, quello spazio, o di incontrarlo più di frequente. Ma cercatelo. Ve lo meritate. Mica bisogna soffrire per forza.

Buon 2016, eh.

Bernard Schoenbaum – New Yorker

Bernard Schoenbaum – New YorkerGrazie alla rete editori e lettori trovano nuovi spazi di incontro e relazione: è una storia che ormai ha qualche anno di età. Se il fatto di per sé non è più interessante – e giustamente – come centro del discorso, rimane la necessità di acquisire e mantenere aggiornate le nuove competenze, ricordandosi di non limitare studio e pratica esclusivamente a quanto ruota intorno a libri ed editoria.

Come sono cambiati i mestieri della comunicazione del libro? Quali sono le migliori strategie per individuare gli ambienti online abitati dai lettori, e come si può fare per intercettarne l’attenzione? Come può lavorare l’editore per valorizzare le relazioni e riuscire a coglierne tutte le opportunità? E se il libro è (anche) immateriale, ci sono nuove e più numerose strade da percorrere? Ne abbiamo parlato durante Pazza idea. Progetto Creativo 2015. Le slide alla fine del post sono una breve traccia del discorso.

Può sembrare un prendere la questione un po’ alla larga leggere Weinberger o Morozov per parlare di promozione del libro. Senza capire come sono cambiate la conoscenza e l’informazione ai tempi della rete, però, la nostra capacità di pianificare strategie in grado di catturare e mantenere l’attenzione dei lettori sarà miope e di scarsa efficacia. Leggere rimane sempre il punto di partenza.

Su come cambia la conoscenza ai tempi della rete tra i miei preferiti c’è David Weinberger con il suo La stanza intelligente. Sulla necessità umana del raccontare storie Immersi nelle storie di Frank Rose è una finestra che spazia dal cinema alle neuroscienze, con una bibliografia da capogiro. Homo pluralis. Essere umani nell’era tecnologica, di Luca De Biase è un’ottimo punto di partenza per ragionare sull’adattamento culturale necessario per diventare cittadini consapevoli dell’ambiente digitale «imponendo la propria creatività, intelligenza e senso etico». Proseguendo sulla costruzione del senso critico, si potrebbe leggere qualcosa di Evgeny Morozov. Io non ho ancora letto niente di suo, ma le risposte a una vecchia intervista su Linkiesta, Perché Internet non salverà il mondo – se riuscite a fare lo slalom sul sarcasmo rinunciabilissimo di chi firma l’articolo – mi hanno fatto venire voglia di colmare la lacuna.

Passando ad aspetti più pratici e operativi, l’impresa di trovare punti di riferimento di qualità non è una sfida da poco. Tra le persone più serie a occuparsi di marketing online in Italia c’è sicuramente Gianluca Diegoli: sul blog (minimarketing) trovate i suoi libri. Vincenzo Cosenza è preziosissimo se avete bisogno di approfondire dati e analisi. Per imparare dal meglio dell’intersezione tra esperienza editoriale tradizionale e indipendente c’è il blog di Jane Friedman. Non ho alcuna pretesa di fare un elenco esaustivo: come qualunque punto di partenza elenco letture non per esperti, ma per chi vuole cominciare (così come nello spirito del Workshop per Pazza idea). Se avete riferimenti da aggiungere siete più che benvenuti.

Il progetto Prototipi ha visto impegnati undici giovani e tre tutor che, per due settimane, hanno riflettuto e lavorato insieme per cercare possibili sviluppi alle enormi potenzialità, finora in buona parte inespresse, della lettura digitale. Questo lavoro si è concretizzato in tre prototipi (“tre tracce, tre punti di partenza”) presentati durante Festivaletteratura e raccontati in questo post. L’originale, scritto dai ragazzi, è su Medium.

Com’è stata la seconda settimana di laboratorio e la conclusione del progetto Prototipi? In questa fase ci siamo concentrati sulla concretizzazione delle idee, in vista della presentazione, avvenuta durante Festivaletteratura. Stabiliti gli aspetti su cui concentrarsi, ciascun gruppo ha trovato una strategia convincente per riuscire a realizzare — in breve tempo e con idee chiare — un prototipo che potesse restituire ai visitatori il senso dell’esperienza di lettura a cui ciascuno ha lavorato. Immaginare la presentazione dei Prototipi significa riflettere su come comunicare anche la fase di processo: quel metodo fatto di ricerca e condivisione di idee e competenze che ha costituito gran parte del tempo di lavoro della prima settimana. Cosa abbiamo realizzato? Ce lo spiegano i ragazzi.

Atlas: leggere a più livelli di profondità

Approfondimento, enhancement

Atlas è una nuova esperienza di lettura, un luogo da esplorare, in cui perderti e ritrovarti. Dopo esserti registrato, puoi scegliere nella mappa l’isola di narrativa che vuoi scoprire e immergerti nel libro che stai leggendo, aprire contenuti multimediali e interagire con altri lettori che sono arrivati al vostro stesso livello.

Il nostro gruppo ha ragionato sulla possibilità di immaginare un libro ludico con il quale interagire, quindi su un’esperienza di lettura influenzata dalle dinamiche di gioco. In seguito, il centro della nostra ricerca è diventato la pura esplorazione del testo e del suo ambiente, la possibilità di entrare sempre più dentro il libro.

Abbiamo cercato di capire se ci fossero desideri inascoltati, inespressi o persino embrionali grazie a un questionario e ad alcune interviste in strada. Sulla base delle risposte ottenute, abbiamo deciso di lavorare sulla personalizzazione dell’esperienza di fruizione del libro, sulla possibilità di entrare — letteralmente! — nel testo con una gesture, un gesto sullo schermo, che mima un’apertura, l’attraversamento di vari strati. Tutto questo senza dimenticare il valore della scelta: ognuno può decidere di aprire questo o quel contenuto, di scartare il cioccolatino o di lasciarlo nella scatola. Procedendo per gradi siamo arrivati a definire un nome e alla realizzazione di un’applicazione per tablet.

(Atlas è un prototipo ideato e realizzato da Marco Mongelli, Valeria Montebello, Federico Riccardi, Giorgia Molinari)

Mappalibro: una libreria itinerante

Relazione tra tecnologia e mondo reale

Mappalibro è nato dalla riflessione sul rapporto tra le esistenti tecnologie applicate ai prodotti editoriali e il lettore. Attraverso la distribuzione in alcuni ambienti di punti sensibili in grado di trasmettere dati a un’applicazione mobile, le persone accedono a una lista di titoli: una libreria itinerante. Mappalibro permette di acquisire o depositare libri e queste operazioni sono possibili solamente quando le persone si trovano in prossimità di appositi dispositivi wireless (beacon), che permettono di interagire con scaffali virtuali, e comunicano la loro presenza attraverso una semplice e discreta notifica. Gli scaffali virtuali possono essere dislocati nei cosiddetti nonluoghi, come stazioni o aeroporti, in cui ogni persona può valorizzare il proprio tempo di attesa grazie alla lettura.

Il lettore viene coinvolto nel sistema attraverso un effetto sorpresa dato dalla ricezione di una notifica sul proprio dispositivo, e riceve suggerimenti di lettura anche basati sulle preferenze impostate al momento dell’installazione dell’app. Un libro, un racconto, una poesia possono essere prelevati dallo scaffale e conservati dal lettore sul proprio dispositivo per un determinato periodo di tempo, e poi depositati nuovamente in un qualsiasi altro scaffale Mappalibro. Il lettore, che in questo modo fa letteralmente viaggiare i contenuti, può inoltre partecipare a una serie di giochi/missioni, che gli consentono di ottenere contenuti-premio da spendere nella sua libreria personale.

Offrendo un servizio ai lettori, Mappalibro vuole dimostrare come le tecnologie digitali, sfruttando risorse quali portabilità, accessibilità e disponibilità, possono trovare alternative creative ai tradizionali ambienti di incontro tra lettore e libro.

(Mappalibro è un prototipo ideato e realizzato da Michela Bertini, Martina De Lorenzo, Emanuele Gandini e Matteo Palù)

Weave: letture condivise e collaborative (a scuola)

Relazione

Collaborazione, relazione, condivisione. Cerchiamo parole chiave, confrontiamo opinioni, studiamo le reazioni. Siamo partiti da qui per immaginare il nostro prototipo, riflettendo su cosa avremmo voluto dalla lettura in digitale. Ci ritroviamo, Martina, Carolina, Riccardo — due umaniste, un programmatore — a riflettere sul nostro rapporto con la lettura, sulla nostra idea di libro del futuro. E arriviamo a una conclusione: il nostro prototipo manterrà al centro di tutto il testo e i lettori.

Così, la nostra idea è quella di un’applicazione web che permetta la lettura condivisa di uno stesso testo da parte di persone diverse. Come? Abbiamo immaginato di testarlo in una classe di scuola: Weave permette una lettura “tradizionale”, con possibilità comuni a cartaceo e digitale (sottolineare, prendere appunti, cambiare carattere, dimensione), e aggiunge una serie di funzionalità che consentono di creare e partecipare a discussioni ancorate al testo. Scrivere sul testo, insomma, in tutti i sensi.

(Weave è un prototipo ideato e realizzato da Carolina Coriani, Martina Russo e Riccardo Poiani)


Le due settimane di laboratorio di Prototipi hanno portato a tre diverse ipotesi di sviluppo del tema del rapporto tra lettore, lettura e nuove tecnologie. Tre prototipi che rispondono, ciascuno a suo modo, alla domanda iniziale: cosa ti aspetti di poter fare con un libro digitale?

Tre tracce: punti di partenza per migliorare esperienze che in qualche caso conosciamo ma non ci soddisfano ancora, o per riempire spazi che la lettura può ancora conquistare. Quanti altri sentieri potremmo ancora percorrere o immaginare ipotizzando i prossimi prototipi per l’editoria digitale?

Cosa stiamo facendo all'officina di Prototipi?

Con Claudia Busetto e Gabriele Alese facciamo il punto della prima settimana di Prototipi 2015, laboratorio per l’editoria digitale del Festivaletteratura. Il post originale lo trovate su Medium.

Stiamo sfruttando davvero le possibilità offerte dal digitale per la lettura? È la domanda alla base del laboratorio di Prototipi 2015: 11 ragazzi selezionati con l’idea di creare gruppi di lavoro con le competenze necessarie per pensare (o ripensare) il libro in digitale. Competenze tecniche, di design ed editoriali: due settimane di lavoro insieme per trovare una strada condivisa, arrivando a tratteggiare soluzioni convincenti per l’editoria digitale. Prototipi 2015 comincia a pensare il prodotto editoriale in modo nuovo a partire dal metodo: un processo collaborativo, basato su fiducia, scambio e integrazione di saperi diversi per raggiungere risultati innovativi, incentrati su bisogni e desideri del lettore del terzo millennio.

Prototipi 2015 – Foto di Federico Alessandri

La creatività al lavoro

«Cosa vorresti che fosse un libro digitale? Cosa manca, cosa ti aspetti di poter fare e ancora non puoi fare?» Il laboratorio riprende la domanda delle selezioni, ma stavolta si ragiona insieme. Di idee i ragazzi riempiono una parete intera: vari bisogni di interazione con il testo, lettura e scrittura collaborativa, servizi associati alla geolocalizzazione, personalizzazione più soddisfacente di biblioteca e spazio di lettura, criteri diversi per la scoperta di nuovi libri e suggerimenti basati su momenti specifici della giornata o associati al proprio stato d’animo.

Come organizzarsi per scegliere la strada da intraprendere? Il primo passo è raggruppare le idee per macroambiti: accorparle per similitudini, abbinarle per complementarietà. Per ciascuna area le idee sono oltre la decina, bisogna cominciare a prendere decisioni. Ciascun ragazzo esprime una preferenza per una sola macroarea: così ne emergono tre su cui concentrarsi, e dividersi in gruppi di lavoro è il passo successivo, naturale. Alla fine del primo giorno di laboratorio le parole chiave sono collaborazione, interazione, relazione tecnologia-mondo. Ora vanno messe alla prova.

Tra onda creativa e risacca razionale

Prototipi 2015«Espandere e raggruppare»: è un movimento che somiglia a quello del mare la prima fase del lavoro di squadra. Le idee devono essere — letteralmente — messe sul tavolo per poter essere analizzate, scomposte, assemblate e tracciare il sentiero di un progetto realizzabile. Lo sforzo non è indifferente: decidere insieme quali idee accantonare, stabilire priorità e punti fermi richiede carattere, capacità di adattarsi in fretta e grande intelligenza.

Il punto di partenza, per tutti, è la fase di ricerca: sia per verificare l’esistente, le esperienze già documentate, i progetti falliti e quelli di successo, sia per entrare in contatto diretto con le persone e capirne le esigenze reali.

La parola agli utenti

La fase di ricerca rende esplicito un aspetto fondamentale: la volontà di trovare soluzioni che siano basate concretamente sulle persone, costruite intorno e in relazione a loro. Realizzare un sondaggio, preparare le domande tenendo in considerazione il contesto in cui verranno poste — una libreria fisica, la strada, online — in modo da non dare per scontate nemmeno le ragioni per cui si riceverà una risposta o un’altra, mette le basi per un ragionamento solidamente costruito intorno alle persone. È meglio fare una domanda a risposta aperta o una serie di opzioni fa sentire più a proprio agio? Queste scelte richiedono abilità che torneranno utili anche in altre fasi del lavoro.

Incoraggiante, dicono i ragazzi, la voglia reale delle persone di esprimere la loro opinione sull’argomento: in due giorni le risposte al questionario diffuso online sono state davvero numerose. Di certo l’intento non era l’accuratezza statistica: il metodo e le dinamiche relazionali, ai fini del progetto, sono un aspetto molto più rilevante. Per quanto empirico, il risultato del sondaggio ha un obiettivo: mettere a confronto le idee iniziali con i bisogni reali per sgombrare il più possibile il campo dai preconcetti, e saper mettere alla prova le proprie convinzioni, imparando a riconoscere quando è il caso di metterle da parte.

Verso la razionalità

Dopo lo sforzo creativo, dopo il confronto con le esigenze reali, è il momento delle decisioni razionali. Collaborare con il gruppo, concedere fiducia alle intuizioni motivate degli altri, riconoscere le reciproche competenze, lasciare spazio e porre domande per riuscire a definire l’idea sfaccettandola, arrotondandola e rendendola chiara, comprensibile e convincente in poche parole, il numero minore possibile: ci avviciniamo al momento cruciale della prima settimana, in cui si passerà dalle idee alla loro concretizzazione.

Ciascun gruppo di lavoro, fin’ora concentrato ancora su una macroarea generica, deve scegliere un numero ristretto di bisogni a cui rispondere, stabilire priorità, dividersi i compiti, cominciare la progettazione vera e propria, e — non ultimo — ipotizzare le modalità di presentazione dell’idea durante il Festival.

Le prime bozze: lo stato delle idee dopo la prima settimana

Il gruppo al lavoro sulla macroarea intorno al termine “collaborazione” ha aggiustato il tiro, decidendo in seguito alla fase di ricerca di ragionare invece sull’idea di “relazione”. La chiave che ha permesso di definire i dettagli è stata l’individuazione di una circostanza specifica in cui, nell’esperienza di lettura, un ambiente digitale ricco di strumenti efficaci migliora e moltiplica le relazioni tra testo e lettore e tra lettori stessi.

Anche il gruppo al lavoro sulla macroarea intorno al termine “interazione” ha individuato una via più convincente concentradosi sull’idea di “approfondimento”, o enhancement, in seguito alla fase di ricerca. Con attenzione particolare ai mondi che i libri possono aprire e connettere, si lavora a un ambiente in grado di collezionarli e aggregarli intorno al libro stesso in modo diretto: l’obiettivo è renderli esplorabili, manipolabili e componibili secondo gli interessi del lettore.

Il gruppo al lavoro sulla macroarea intorno all’idea di relazione tra tecnologia e mondo reale ha consolidato le proprie idee ipotizzando di sfruttare in modo intelligente le risorse e il tempo a disposizione nelle attese e negli spostamenti. Si lavora per trasformare quel tempo “subìto” in un tempo costruttivo, ragionando con molta attenzione anche sulle dinamiche di proposta dei contenuti a seconda delle circostanze in cui si trova il lettore.

Aspettando il Festival

Qualunque sarà la forma che i prototipi assumeranno, un punto è già chiaro: il digitale mette a disposizione dell’editoria numerosissime forme nuove attraverso cui diffondere le idee. Progettarle a partire dalle reali esigenze delle persone è una sfida affascinante e coinvolgente.

Il libro di carta, nel terzo millennio, è affiancato da infinite nuove ipotesi che arricchiscono una tra le sue caratteristiche più forti: quella di stabilire relazioni tra idee e persone. Alla domanda «Cosa vorresti che fosse un libro digitale? Cosa manca, cosa ti aspetti di poter fare e ancora non puoi fare?» tu cosa risponderesti?