5 cose che un editore avrebbe già dovuto imparare dal self publishing

David Weinberger, "Everything Is Miscellaneous" Abbiamo drizzato le antenne sul self publishing quando John Locke ha venduto un milione di copie su Amazon, facendo a meno di un editore tradizionale. A questo successo ne sono seguiti altri, in modi diversi. Negoziare i diritti con gli autori è diventato più complesso, perché gli equilibri, improvvisamente, non erano più sbilanciati solo a favore dell’editore. Le recensioni del New York Times di titoli pubblicati in self publishing segnano un punto a favore dell’emergere della qualità dalla massa di contenuti.

Il self publishing, piaccia o no, è stata una forte leva di cambiamento nell’editoria, dal 2011 in poi, e in vari modi: nelle relazioni tra autore ed editore e tra autore e lettori; nella dinamica dei prezzi, specialmente per gli ebook; nell’aumentare dell’offerta di titoli pubblicati. Ci sono molte lezioni che gli editori avrebbero già dovuto imparare dai (bravi) self publisher, ma non solo non sembrano essere ancora nel loro radar: prevale spesso un atteggiamento di superiorità miope e pericoloso rispetto al fenomeno.

Non si tratta di sviluppare piattaforme tecnologiche più o meno efficaci da mettere a disposizione degli autori. Si tratta di prendere il meglio dell’esperienza innovativa dei self publisher e trasferirlo nelle proprie prassi di lavoro, di osservare dinamiche, punti di forza e punti deboli per capire come è meglio muoversi in un sistema in cui l’editore non è più solo.

AUMENTO DELL’OFFERTA | Troppi libri sono un problema oppure no? Il self publishing (e non solo) aumenta la quantità di libri in circolazione, è certo, e naturalmente aumenta anche il rumore. Non è un processo che ha intenzione di frenare o di invertirsi. Il mercato sarà sempre più affollato e di conseguenza competitivo. E rumoroso. La soluzione non è certo eliminare il rumore: è acquisire competenze per emergere dal rumore. Vuol dire che bisognerà lavorare di più e meglio per permettere ai lettori di trovare i libri. Significa avere miglior cura dei metadati, conoscenza degli ambienti sociali in rete e del modo in cui si svolgono le conversazioni sui libri, distribuire meglio l’informazione su quanto si pubblica.

CONFINI E GLOBALITA’ | La gran parte delle funzioni di un editore tradizionale può essere assolta più o meno bene da un self publisher. Nonostante il digitale e la rete facilitino produzione e accesso al mercato, però, una funzione in cui l’editore non è ancora stato davvero sostituito è quella delle traduzioni. Un contratto con un editore, specie se straniero, è interessante per raggiungere lettori difficili da raggiungere altrimenti. È anche un aspetto complicato, per la tendenza dei prezzi verso il basso e la conseguente riduzione dei margini di guadagno.

«Il mio lavoro è cambiato in modo profondo quando ho realizzato che potevo raggiungere un pubblico globale attraverso Internet, malgrado il sistema editoriale mi limitasse nel fare lo stesso dal punto di vista legale. La mancanza di un mercato del libro globale ha ridotto di molto il mio interesse nel pubblicare dei libri. Il sistema basato sui confini nazionali non mi “pubblica”. Anzi: mi nasconde.» Bruce Sterling

CURA DELLE RELAZIONI | Il successo dei self publisher deriva dalla loro abilità di coltivare la propria rete di relazioni, oltre che dal gradimento di quello che scrivono. Amanda Hocking è uno degli esempi migliori: (ri)date un’occhiata all’approfondito articolo del New York Times su di lei, Amanda Hocking, Storyseller. La cura delle relazioni con il lettore è tra le più importanti da osservare, comprendere e imparare, da parte dell’editore. Hugh Howey ne parlava in It’s the Reader, Stupid.

COMPETENZE | Il bravo self publisher sa riconoscere le competenze necessarie per pubblicare e seguire la vita dei suoi libri; è consapevole dei propri punti di forza e per il resto si affida a un professionista. Le competenze editoriali si trovano sul mercato: editor, grafici, esperti di marketing possono essere assunti senza bisogno di un’azienda alle spalle. Ma non solo.
Il bravo self publisher si rende conto che oggi servono anche competenze differenti, che non è frequente trovare in un editore tradizionale. Per esempio quelle che riguardano la conoscenza degli ambienti digitali in cui si muove il libro (dalle librerie alle conversazioni) e la capacità di costruire intorno al libro stesso una struttura di informazione che gli permetta di incontrare i suoi lettori. E, per inciso, non sono competenze che riguardano solo i libri digitali.

COOPERARE È MEGLIO DI COMPETERE | Il self publishing sfrutta le migliori qualità della rete: cooperazione e collaborazione. Le mette in pratica nella cura delle relazioni che non è diretta solo al lettore, ma anche agli altri autori. L’economia del dono è parte di una cultura dell’abbondanza in cui l’idea di scambio non ha più un grande valore: le relazioni, la reciprocità, la fiducia e la conversazione tendono a prendere il suo posto. La competizione non funziona più, perché sono cambiate le regole del gioco.

Gli autori non sono in competizione l’uno con l’altro: siamo tutti nella stessa barca. Se un lettore è soddisfatto compra più libri, così non abbiate paura a riconoscere il valore altrui e ad aiutare come potete i vostri “colleghi”. Ricordatevi di quelli che hanno aiutato voi. E passate il testimone. Hugh Howey

Combattere l’oscurità è la sfida cruciale nell’era dell’abbondanza in cui viviamo. Vale per i self publisher, e vale anche per l’editore. Per emergere bisogna essere sempre più bravi. Ma ci sono più occasioni per riuscirci, e dipendono molto più da noi che da qualcun altro. Editore compreso.