5 parole di cui avrò bisogno nel 2015

Mafalda, anno nuovo «Le previsioni sul futuro sono come gli oroscopi sull’anno che verrà. Si leggono come un divertissement», dice Carola Frediani condividendo le sue idee per il giornalismo nel 2015. La similitudine mi ha divertita, e ammiro molto chi riesce a parlare con chiarezza della propria visione del cambiamento. Io non sono mai stata un asso con le previsioni. La fine del 2014, però, mi ha lasciato del tempo per riflettere su 5 parole che vorrei che avessero molta importanza nell’arco del 2015. Almeno nel mio, è chiaro.

CONSAPEVOLEZZA

«I social network sono maturi», dice Fred Wilson in What Just Happened, non è un’area in cui vediamo più grandi innovazioni. Condivido l’idea, e rifletto sulla necessità di un aumento di consapevolezza importante in ciò che questa specie di quotidianità aumentata comporta, implica. Non saprei da dove cominciare per elencare le domande che ci si dovrebbe porre, vivendo in questi ambienti. La privacy? Saper riconoscere un’informazione vera da una falsa? Sapere come fare per distinguerle quando si è in dubbio? Sono solo le prime tre che mi sono passate per la mente, e forse sono anche fuori fuoco. E mi sembra ancora più importante, specialmente pensando che la frontiera si è già spostata da questo orizzonte.

Se i social network non sono altro che normalità, le persone li abitano né più né meno nel modo in cui abitano il resto dei propri spazi, portandoci dentro superficialità, parole a sproposito, scherzi, intelligenza, idiozia. E non vedo proprio perché dovremmo aspettarci qualcosa di diverso. Dopo anni di bulimia, di straordinarietà di qualunque cosa avvenga sui social network, io accoglierei volentieri un po’ di normalità. Anche per questo ho letto con grande interesse Il valore di ciò che non condividiamo in rete, di Fabio Chiusi: una riflessione profonda su oversharing, undersharing e gli effetti della sovraesposizione della parola scritta. Con molte domande aperte e tanti dubbi.

RITMO

Ci siamo drogati di velocità a lungo, sottovalutando un’aspetto con cui qualunque musicista ha fatto i conti al primo anno di studi: la velocità fine a se stessa non serve proprio a niente. La velocità – delle informazioni, dei cambiamenti – è qualcosa di cui non abbiamo controllo. Ma ciascuno può trovare il proprio ritmo (o musicalmente sarebbe più appropriato dire il proprio tempo) per gestirla: attraverso strumenti, routine, prevedendo finestre aperte per invasioni temporanee di caos che portino idee fresche. Che ognuno scelga il passo della propria danza, e che preveda anche dei momenti di riposo.

CORAGGIO

«Yeah, I know; I fucked up.» Sono le parole più coraggiose che ho sentito negli ultimi 5 anni lavorativi, e le ha pronunciate Richard Nash a proposito dell’allora propria startup, Cursor, nel suo intervento all’edizione del 2011 di Books in Browsers (Richard Nash on Cursor and the “F” Word, scriveva Guy Gonzales). Vorrei che ci fosse molto più coraggio di questo tipo, che potremmo anche chiamare onestà intellettuale. Mi piacerebbe, nel 2015, conoscere realtà che costruiscono concretezza prima di pensare ai proclami. Vorrei lasciare indietro le parole dette sempre sui progetti altrui, senza provare a realizzare niente. In uno slancio utopico, vorrei meno allenatori e più persone che si allenano.

LUCIDITA’

Confido nel fatto che, dopo il coraggio di riappropriarsi dell’onestà intellettuale, arrivi quella dose di lucidità necessaria per cambiare idea, se serve, uscire da schemi mentali abitudinari e dagli slogan rassicuranti ma vuoti di significato, specie se sono anni che li ripetiamo. Erano nuovi allora, oggi non sono più nemmeno quello. Il rischio è che si trasformino in vecchi proverbi e che noi, per la sorpresa, si cada dal tetto nel vedere un gatto nero che smentisce la regola dei gatti bigi (la storiella è in “Favole al telefono”, di Gianni Rodari, ma la leggete al volo qui).

Ragionare per slogan non ci aiuta a capire dove stiamo sbagliando, e la domanda non è se lo stiamo facendo, ma dove. Gli slogan ci rendono pigri e, peggio, ci illudono di non avere preso un granchio. Finché non pizzica.

SILENZIO

I beni scarsi sono beni di lusso, e quello a cui ambisco maggiormente, ora come ora, è il silenzio. Sempre in tema di cose utili imparate grazie alla musica, c’è il fatto che il silenzio ne sia una componente. L’unica caratteristica che condivide con il suono è la durata: il silenzio è uno strumento da mettere in campo per gestire la velocità, possiamo espanderlo in base alle nostre esigenze.

Il silenzio ha molti vantaggi: per esempio lascia spazio per riflettere. Per poter aggiungere qualcosa di costruttivo alle conversazioni sarà bene avere delle idee, altrimenti quelli che parlano a vanvera siamo prevedibilmente noi. “Un bel tacer non fu mai scritto” mi sembra un proverbio particolarmente adatto ai nostri tempi. È un lusso, l’ho detto: il più delle volte dobbiamo riflettere alla svelta e in mezzo al rumore, e ci converrà essere abili nel farlo. Ma concedersi dei lussi è qualcosa che rende la vita interessante.

Sono cinque parole scelte con un criterio personalissimo, queste. La sesta, come bonus, potrebbe essere varietà. Parlare con persone che fanno cose diverse, vivono vite diverse, arrivano a conclusioni diverse. Sai che noia quando si arriva tutti, sempre, alle stesse conclusioni.

Auguro a tutti un 2015 di grandi cose fatte, di concrete soddisfazioni e di molta allegria. :)