Don’t feed the troll. O sì?

Duty Calls, xkcd Sul finire degli anni ’80 si cominciò a usare su Internet la parola “troll” per indicare qualcuno che si comportava intenzionalmente come elemento di disturbo all’interno delle comunità online.

All’inizio era un comportamento relativamente innocuo, confinato a singole discussioni su Usenet. Judith Donath, professore al M.I.T., la definiva “tattica pseudo-naïve”: consisteva nel porre domande stupide e vedere chi abboccava.

«Oggi Internet è molto più che qualche stramba discussione in un forum. È un mass media che definisce chi siamo e le nostre relazioni con gli altri» si diceva in The Trolls Among Us, un lungo articolo del 2008 del New York Times, se volete immergervi in una lettura del passato, sotto tanti punti di vista.

Su Fertile Medium, rubrica di «consigli per chi vive online» [A List Apart], alla domanda che suona più o meno “se mi piace comportarmi così sono un troll?” Derek Powazek risponde: «”Troll” è uno dei termini più fraintesi delle comunità online: è un vero peccato, perché in realtà, capire di cosa si tratta è sempre più un requisito necessario per stare in Rete.»

I troll sono fondamentali perché ci costringono a riflettere prima di scrivere una risposta impulsiva. Non solo: ci stanno aiutando nel diventare sempre più sottili nel distinguere gli intenti di comunicazione in ambienti online. Se in altri contesti siamo già in grado di distinguere ironia e sarcasmo, dice Powazek, online lo diventeremo. Ci vorranno al massimo un paio di generazioni, osserva.

Negli ambiti in cui la Rete ha ribaltato i rapporti di forza tra chi pubblica e chi legge (l’editoria, il giornalismo), la comprensione di queste sfumature è ancora più impegnativa. Il pubblico non sta più in silenzio, ma ha – alla proverbiale portata di clic – la possibilità di dire la sua: Stand up for trolls! Despite recent controversies, we need online comments now more than ever, di Rob Williams [The Independent], è un applauso a questa possibilità, e poco importa che apra le porte anche ai troll. L’apertura al confronto con i lettori non può che essere un bene se dà una scossa a sistemi chiusi, autoreferenziali e distanti dalle persone. La comunicazione dall’alto non è più di questo mondo già da qualche tempo.

«Il problema del chiedere alle persone cosa pensano è che potrebbero rispondere», dice Williams. «Questo è il problema, ma anche l’opportunità.»

PS: altro tipo di troll, ma di grandi insegnamenti anche lui, quello che sentenzia «stay away from the voodoo». Provare per credere.

In due righe
  • There’s an app for that: Don’t feed the troll, un giochino sull’app store. Orsetti circondati da troll. Sembra essere noioso al di là di ogni limite.
  • Una presentazione di Nicole Sullivan (maggio 2012) con dei consigli pratici su come gestire i troll (su Slideshare). Su RationalWiki avete invece una specie di How To con lo stesso scopo.
  • Dopo i consigli anti-troll non può mancare l’enciclopedia per aspiranti tali: stando a Encyclopedia Dramatica, per esempio, dovreste essere in grado di padroneggiare con destrezza grammatica e sintassi, o potete scordarvi il ruolo.