Dove nascono le grandi idee: storia naturale dell’innovazione

Steven Johnson - "Dove nascono le grandi idee" «Volendo riassumere tutti gli argomenti presentati in questo libro, la morale è che risulta più utile permettere la libera circolazione delle idee che difenderne l’esclusività.

Come per il libero mercato la tesi in favore dei limiti al flusso di innovazione si appella storicamente all’ordine “naturale” delle cose. In verità, se consideriamo l’innovazione nella natura e nella cultura, gli ambienti che circondano di mura le buone idee tendono nel tempo a essere meno innovativi degli ambienti aperti.

Può darsi che le buone idee non aspirino alla libertà, ma di sicuro hanno bisogno di collegarsi, fondersi, ricombinarsi. Vogliono reinventarsi superando i confini concettuali. Hanno bisogno di dialogare quanto di competere.»

Le idee non sono isole, ma sciami, e derivano da un lavoro simile al bricolage. Per concepire grandi pensieri una chiave è «accatastare sul tavolo il maggior numero possibile di pezzi di ricambio» in modo da favorire associazioni non banali tra loro. Proliferano in ambienti fittamente interconnessi, in grado di esplorare nuove configurazioni e conservare per lunghi periodi le strutture utili. Il colpo di genio è un falso mito: l’intuizione lenta è un motore di innovazione molto più potente.

In Dove nascono le grandi idee Steven Johnson lo spiega con chiarezza avvincente, descrivendo l’habitat in cui sono nate le grandi invenzioni, ridimensionando il mito del colpo di genio solitario in favore dei percorsi convergenti e condivisi, anche quando inconsapevoli.

Ecco le mie tre ragioni per leggerlo.

  1. Riconsiderare con scientifica cognizione di causa quel vecchio adagio che suggerisce di ripensare ai problemi dopo un buon sonno, una doccia, o una passeggiata. E rivalutare il disordine: sembra permettere di sperimentare nuovi collegamenti neurali impossibili in condizioni più ordinate «esplorando strategie per reagire a una situazione imprevista».
  2. Avere argomenti validi da opporre alla tesi della Filter Bubble, partendo dalla considerazione che la domanda che poniamo alla Rete raramente è «Coltivo un interesse appassionato per x e vorrei saperne di più», ma molto più spesso «Qualcuno mi ha parlato di x, io non ne so niente ma mi sembra interessante. Spiegami di cosa si tratta.» La differenza è sottile ma cruciale.
  3. Comprendere il vero valore del multitasking, che non è il passare rapidamente da un’applicazione a un’altra, o l’utilizzarne più di una contemporaneamente. Il tipo di multitasking che produce idee non ha come chiave la velocità o la tecnica, ma «la diversificazione costante, non solo nell’argomento di interesse ma anche nel tipo di lavoro svolto per ogni compito.» In questo tipo di multitasking la «sovrapposizione cognitiva» tra le attività crea un terreno fertile per l’innovazione.

BONUS

Parlando della propria esperienza con sistemi tecnologici efficienti per archiviare idee miscellanee, e definendoli «sistemi fertili» perché in grado si «sollecitare la serendipità personale», Johnson conclude «l’idea è stata frutto di una collaborazione, l’interazione tra due diversi tipi di intelligenza, uno basato sul carbonio, l’altro sul silicio.» Ma pur sempre di collaborazione si tratta. Proviamo a tenerlo in considerazione quando discutiamo di cultura degli algoritmi.

Fate una passeggiata; coltivate intuizioni; scrivete tutto, ma preservate il disordine del vostro archivio; abbracciate la serendipità commettete errori fecondi; appassionatevi a hobby molteplici; frequentate i caffé e le altre reti liquide; seguite i link; lasciate che altri sfruttino le vostre idee; prendete in prestito, riciclate, reinventate. Costruite una plaga lussureggiante.

In due righe
  • Per lavorare sull’intuizione lenta spolverate l’antico concetto di commonplace book. E dopo averlo fatto provate a riconsiderare l’uso di Evernote, magari partendo da questi 5 consigli.
  • Ho scoperto questo libro grazie a un post di Francesca, e gliene sono molto grata. Consiglio anche a voi di non perderla d’occhio: @Maybenotinwords

Ho fissato un obiettivo poco ambizioso, per il 2013: leggere almeno 70 libri. Per renderlo più pepato l’ho formalizzato con la Reading Challange su Goodreads (il widget lo vedete qui a destra, e sì: sono in ritardo). Questo libro fa parte della sfida, e meritava di essere raccontato.