La cultura che non costruisce trincee: pensierini su come la musica può servire per capire la complessità

tl;dr: la cultura, come la musica, è un’entità complessa e unica. Se ti sembra che ci sia una contrapposizione tra digitale e analogico in termini di migliore/peggiore, fai un passo indietro e prova a inquadrare le cose da più lontano. Non avere fretta di arrivare alle conclusioni e non fidarti mai di un Ipse dixit.

John Cage

La cosa più importante che ho imparato dagli anni spesi a studiarla, è che la musica è una. Distinguendo tra classica, jazz, leggera, tanto per stare sul generico, stiamo facendo una distinzione di nostro comodo, semplifichiamo, per intenderci circoscrivendo un campo. Sotto le sovrastrutture, ogni musicista sa che la musica è una sola, e se non lo sa non è un musicista. Perché?

Che vogliate guardare alla musica come scienza o come arte, in entrambi i casi vi accorgerete che – a prescindere dalla sovrastruttura culturale di cui volete occuparvi (classica, jazz, etc., dicevamo) – la musica rimane la stessa, nella sua essenza. È una forma di espressione universale, antichissima, che arriva ben prima della nostra capacità di classificare e suddividere; ben prima che sviluppassimo quell’occhio acuto capace di spaccare il proverbiale capello in quattro, rendendoci meno abili nel guardare le cose da lontano e di notare quanto siano parti di un tutto più ampio.

#classicalmusichumorQuando studiavo in Conservatorio a un certo punto ho deciso di guardarmi intorno, e mi sono iscritta a un corso di Jazz. Rare volte mi sono sentita altrettanto schiappa, in vita mia (e sì che di occasioni ne ho avute). Capendo presto di dover accantonare i miei ancora non pervenuti talenti artistici, mi sono dedicata all’antropologia da dilettanti. Ho osservato jazzisti e musicisti classici snobbarsi a vicenda, con argomenti coloriti e campanilismi anche divertenti, a ripensarci. Ma a pensarci due volte come minimo inutili, proprio come tutti i campanilismi.

Padroneggiare un linguaggio espressivo significa – tra le tante cose – essere capaci di prescindere la forma. Ci si sa esprimere, e basta. Si ascolta, si capisce, si impara. E poi ci si esprime. Un discrimine è il talento, certo. Una larga parte la giocano anche gusto e inclinazioni personali. Ma se quel linguaggio ci appartiene, è sicuro che troveremo modo di esprimerci.

Dico tutto questo perché mi capita di pensarci spesso, quando sento parlare di scrittura e cultura (quest’ultima qualunque cosa voglia intendere) analogica o digitale. A un certo punto ho capito perché questa contrapposizione forzata – è forzata, facciamocene una ragione da entrambe le parti – mi suonava monotona e trita. Mi sembra di assistere ancora ai campanilismi tra jazzisti e musicisti classici, i primi che si sentono smart nel fare bella mostra di saper leggere poco e niente lo spartito, i secondi avvinghiati alla precisione e alla filologia. Tutti dimenticando di guardare la foresta, concentratissimi sull’atomo della foglia a cui sono appesi.

La cultura digitale, la cultura analogica

Come area di studio, quello che si intende per digital culture è a dir poco affascinante. Ma nella traduzione letterale italiana trovo ambiguità e non sempre corrispondenza con quello che si intende in inglese, forse lo si intuisce già nel titolo qui sopra. Sarà per questo che non ho ancora trovato una spiegazione convincente per quando la questione viene esposta in termini di “la prima è sicuramente meglio della seconda, in tutto e per tutto, sempre, incrollabilmente” (amen?), e viceversa. Il perché di quel tono così dogmatico è offuscato dai vari “lo dicono tutti” (ma tutti chi?) “perché è così-virgola-period” (più alla moda di un Ipse dixit, ne convengo, altrettanto vuoto, a meno che tu non sia Aristotele, come minimo) e da poche e povere argomentazioni. Non è nemmeno più uno scambio di idee, è tifo da stadio.

Sarà che nella mia testa una contrapposizione delle due cose non esiste. In contrapposizione ci sono solo gli esaltati dell’una e dell’altra: faccio a meno di entrambi e mi rintano in una fitta scala di grigi. Se ci riducessimo a pensare che chiunque con un account Twitter abbia sicuramente problemi di concentrazione e chi prende un appunto con carta e penna di certo sarà più lento a ragionare, di tutta questa presunta cultura non avremo capito poi molto.

Sarà anche, lo ammetto, che detesto eleggere qualcosa come migliore rispetto a un’altra e amo molto poter dire “dipende”. Poter scegliere, sempre. Voglio poter scegliere tra una lettera scritta a mano, una mail e un DM su Facebook, valutando la circostanza, almeno finché qualcuno troverà sensato vendere francobolli o sviluppare app di instant messaging. Penso che – come la musica – la cultura sia qualcosa di unitario, e che se serve a qualcosa è a dare strumenti per scegliere con più consapevolezza. Di certo non serve a costruire trincee.

Benjamin Disraeli

La scrittura digitale, la scrittura analogica

Non sono uguali, miei cari Messieurs de La Palice, date le differenze di organizzazione del pensiero e anche solo delle abitudini che comportano. Serve continuare a ribadirlo, dopo il primo stupore di trent’anni fa, grossomodo? Magari sì, per carità. Ma penso che siamo quasi al punto da poter persino storicizzare alcuni cambiamenti, anzi che continuare a raccontarli con eterno stupore, come fossero balzati solo ieri agli occhi dei più attenti (che da trent’anni sono gli unici a stupirsene ancora).

Il mio pensierino sulla scrittura è proprio piccolo: credo che la capacità di scrivere (non l’arte, stiamo sulla capacità) si adatterà agli strumenti di volta in volta a disposizione, cominciando da quelli più comodi. Se parliamo di persone talentuose nello scrivere è anche più semplice: se hai talento, fondamentalmente scrivi. Che sia una tavoletta d’argilla, un saggio con il sommario all’inizio – se è il tuo genere – o un post su Facebook. Poche storie. E penso che valga altrettanto (e tanto più) per chi scrive per professione. Il cambiamento che scombussola di più è quello del momento di esposizione agli altri di quella scrittura, la gestione delle relazioni intorno a quanto abbiamo scritto. La decisione sul se, quando e quanto condividere con altri quello che scriviamo sta a noi, così come comprenderne le implicazioni.

In generale, comunque, non credo che dirimeremo la questione andando alla ricerca di un vincitore, o – che Cthulhu ci aiuti – sperando di aver ragione in stile Ipse dixit senza essere Aristotele. Come diceva Mafe in una discussione intorno ad argomenti simili, c’è «una fretta tremenda di arrivare a delle conclusioni». La fretta è cattiva consigliera, dice il buon senso popolare. Io credo sia anche questa che ci spinge a schierarci in modo miope, sperando di sederci dalla parte da cui arriverà il futuro. Il futuro è come un tamponamento in macchina: arriva sempre dalla parte in cui non guardi, specialmente se vai di fretta. Abbiamo bisogno di osservatori lucidi della frontiera, che sappiano guardare e raccontare, quando effettivamente qualcosa da raccontare c’è.

Bonus (se siete arrivati fin qui lo meritate)

Gigi Tagliapietra, a State of the Net, ha affrontato più volte il digitale e la complessità parlando di musica. Vale la pena vedere i video.