La sfida complessa dei contenuti di qualità

Dilbert Nel novembre 2012 Craig Mod ha scritto un saggio – Subcompact Publishing – in cui delinea con la chiarezza che lo contraddistingue il trend del micropublishing. Gli esempi da considerare in proposito sarebbero davvero numerosi, ma è uno scambio tra Marco Arment e Hamish Mckenzie che mi ha fatto fare un clic su “Add a new post”.

Marco Arment, creatore di Instapaper prima e The Magazine poi, ha scritto un paio di giorni fa qualcosa che, al netto della polemica specifica sul plagio o no di The Magazine da parte di TypeEngine, vale la pena rileggere.

«Certe startup», dice, «si concentrano sugli aspetti sbagliati del problema, creando false speranze o aspettative fuorivianti. Qualunque bravo web developer può realizzare un CMS di base. Qualunque buon sviluppatore iOS è in grado di mostrare pagine HTML all’interno di un’app.»

«Concentrarsi su questi aspetti», continua, «denota una preoccupante assenza di comprensione del mercato.» Il successo di The Magazine, dice, non deriva certo dal fatto che i link siano rossi, i titoli centrati e a bastoni o cose del genere. Il successo deriva dal lavoro incessante sui contenuti, dall’investimento non indifferente in risorse per la loro qualità.

«Se proprio volete aver successo copiando qualcosa da The Magazine copiate quello.» La qualità dei contenuti, quindi. La tecnologia è un “must have”, come si dice. È necessaria perché abilita, ma senza il contenuto non è sufficiente: da cui false speranze e aspettative fuorvianti.

«Calma, Marco: il micropublishing va ben oltre The Magazine», risponde Hamish Mckenzie su PandoDaily. Anche qui, schivando la polemica, c’è qualcosa da tenere a mente.

«Le piattaforme hanno un’importanza critica in ogni nuova era dell’editoria.» Paragonando l’attuale moltiplicarsi di piattaforme di pubblicazione per iOS ai primi periodi del Web, in cui nuovi software permettevano a chiunque di pubblicare contenuti dando inizio all’era dei nuovi media, Mckenzie sostiene che Arment faccia confusione. «È come se rimproverasse Adobe perché InDesign non somiglia abbastanza al New Yorker.» Confonde il ruolo del software con quello del contenuto, sostiene Mckenzie.

La risposta di Arment è rapida, ed esplicita meglio il punto. «Creare contenuti per un magazine di qualità a cadenza regolare, convincere un numero sufficiente di persone ad abbonarsi quando in rete, gratis, ci sono già tonnellate di contenuti ottimi e mantenere il loro interesse: queste sfide sono complesse, lo sono sempre state e molte persone sottostimano questo tipo di difficoltà pensando che la barriera più grande sia realizzare un’app.»

Nuove piattaforme renderanno sempre più semplice creare contenuti e assemblarli in forme digitali complesse o ridurranno le curve di apprendimento più alte di ciò che l’industria è disposta ad affrontare. Ma lo sviluppo di tecnologie efficaci è solo questione di tempo: la sfida critica si svolge sul piano dei contenuti. Come è stato, del resto, in ogni nuova era dell’editoria.