L’anacronismo monolitico dei magazine per tablet (e qualche definizione di Medium)

The Newsstand «Non è un segreto che i magazine per tablet semplicemente non vengano letti: la forma e la tecnologia stanno rendendo la pagina standardizzata del magazine un anacronismo in un mondo di spazi vivi e dinamici del calibro di Flipboard o Zite», dice Eddie Vassallo in The tablet magazine ship is sinking. Fast.

Parla del Newsstand per iOS, e conclude con la considerazione che, per gli editori intenti a salvaguardare le vendite della versione cartacea delle riviste, il Newsstand sia apparsa come una soluzione semplice e immediata per mettere una pezza sul digitale.
«È tempo per gli editori di periodici di abbandonare le alternative facili e prendere decisioni complesse che salveranno la loro produzione digitale», dice, e propone di ragionare su app native o su soluzioni in HTML5.

Ma non sono certo solo le difficoltà tecniche a complicare la vita dei magazine digitali: come per tutto ciò che riguarda l’informazione oggi, la vera battaglia è quella per l’attenzione del lettore. «Si hanno così tante opzioni di lettura gratis e di alta qualità, oggi, che ogni barriera di ingresso può diventare una scusa per leggere qualcos’altro», ricorda Hamish McKenzie su PandoDaily.

Secondo Jon Lund realizzare un’app nativa per un magazine non è una buona idea: oltre a vivere in un mercato troppo affollato, infatti, le app sono invisibili ai grossi flussi di informazione. Peggio ancora, oscurano i loro contenuti, escludendoli da quegli ambienti vivi e dinamici in cui i lettori sono immersi: di fatto li tagliano fuori da tutte le migliori possibilità di diffusione, tenendo più o meno volontariamente le idee isolate.

«Quando trovo tempo di aprire un magazine per iPad, mi sento come se avessi per le mani un vecchio media. È buffo, dato che queste app tendono a essere accattivanti, con grafica interattiva, video e una navigazione ben studiata. Ma tutto quel bel layout che funziona così bene per la stampa diventa monolitico, quasi spaventoso, in tutto quel suo perfezionismo sull’iPad, e sento nostalgia del web. È incasinato ma più aperto, più accessibile e si adatta meglio a me, a i miei dispositivi e alle mie necessità.» E poi si vende poco, dice concludendo Why tablet magazines are a failure.

Nel 2012 Evan Williams, co-creatore di Twitter, ha lanciato Medium: «una piattaforma per pubblicare storie e idee», come ha detto lui stesso su Fast Company. Medium permette ora l’accesso e la pubblicazione a chiunque abbia un account Twitter: davanti a questa novità della piattaforma si continua a cercare di capire la direzione che Medium potrebbe prendere.
Un magazine con un’attenta curation delle storie più rilevanti che lo popolano? Un nuovo tipo di social network intorno al longform writing? L’articolo di Christina Chaey spiega la maggior parte delle novità introdotte: With Medium 1.0, Ev Williams Tackles the Platform’s Identity Crisis. Ne parla anche Mathew Ingram in Medium beefs up its design and also expands on editorial curation features.

Una delle definizioni più interessanti è quella di Hunter Walk: Medium è una piattaforma di blogging per il 9%, scrive, riferendosi a quel 9% di persone che in rete commentano, interagiscono o curano i contenuti. Per fare un esempio più chiaro prosegue dicendo che WordPress è fatto per l’1% (chi crea contenuti), Medium per il 9% e Tumblr per il 90% che i contenuti li consuma. Vale la pena leggere tutto: Ev Williams’ Medium is Blogging for the 9%.

In un modo o nell’altro, Medium risulta una soluzione abbastanza convincente per diverse realtà che negli ultimi tempi hanno tentato di aprire  strade  interessanti sull’idea del magazine, nonostante sulla piattaforma servano ancora delle migliorie.

Fleishman, attuale proprietario di The Magazine, ha stretto una partnership con Medium, anche se lamenta la scarsa efficacia dell’ambiente in termini di discovery architecture, ancora.
Matter, che da Medium è stata acquistata, aveva il problema di riuscire a portare i contenuti a nuovi lettori e di riuscire a intercettare l’attenzione di altri media e altre reti di distribuzione. Non solo: aveva bisogno di trovare un nuovo modello di business, dato che spesso in molti – dagli aggregatori ai blogger influenti – sono restii a parlare o persino a linkare contenuti accessibili dietro un paywall.
Who hates Jony Ive’s iOS7? Publishers, that’s who raccoglie queste e altre opinioni su Medium e il Newsstand di Apple.

Superando le implicazioni possibili per un’idea di magazine digitale, Matthew Yglesias scrive su Slate: «per me tutto è cambiato quando nel fine settimana ho trovato il tempo di scrivere un post su Medium. O per scrivere un Medium? O “To Medium”? I verbi sono importanti, e non sono sicuro che per Medium ce ne sia uno. Quello che è sicuro è che riguarda la scrittura. In questo momento è il miglior strumento, semplice, per la scrittura che abbia mai visto.» Medium Isn’t a Publication. It’s the Best Writing Tool Around è l’articolo che mi ha convinto a provare direttamente la piattaforma.

«Quindi che cos’è Medium?» si chiede Alexis Madrigal su The Atlantic. «È un posto in cui leggere articoli su Internet. È una piattaforma di blogging, come WordPress o Blogger. È il nuovo progetto dei tizi che hanno inventato Twitter. Medium è il caos aritmico prodotto dalla combinazione di editor informali, autori pagati, PR, tizi delle startup e hacks. Che sia la pubblicazione del nostro tempo?»

Questo post è anche su Medium.

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