«Credo che nessuno avesse immaginato la portata di Harry Potter, che è stato un fenomeno epocale. Credo che sia destinato a restare con noi a dispetto di chi lo relega nel genere: perché, poi? La letteratura di genere ha una sua nobiltà e un suo rango. Occupa uno scaffale importante che per molto tempo è rimasto in ombra. Io avevo letto Il Signore degli Anelli da ragazzina, ma poi era sparito per tornare in auge in tempi recenti grazie al cinema, e lo ritengo ancora uno straordinario romanzo di formazione. Non ha fatto di me una fanatica del fantasy, ma un’appassionata di letteratura inglese sì. Sì. A dire che non si può sapere da dove scaturiscono le passioni profonde: per riconoscerle bisogna assaggiare di tutto.»

Una ricchissima intervista a Beatrice Masini sull’editoria per ragazzi, da leggere su Dusty Pages in Wonderland. Riporto anche una lista di spunti di lettura: per capire perché dovreste leggerli correte sul blog di Federica. E dovreste correre anche perché questa lista è decisamente incompleta.

  • FeedOctavian Nothing, M.T. Anderson,
  • Genesis, Bernard Beckett,
  • Ho un castello nel cuore, Dodie Smith,
  • La signora nella scatola, Jenny Valentine,
  • L’eclisse del secolo Jan Mark,
  • Millions, Frank Cottrell Boyce.

tl;dr: la cultura, come la musica, è un’entità complessa e unica. Se ti sembra che ci sia una contrapposizione tra digitale e analogico in termini di migliore/peggiore, fai un passo indietro e prova a inquadrare le cose da più lontano. Non avere fretta di arrivare alle conclusioni e non fidarti mai di un Ipse dixit.

John Cage

La cosa più importante che ho imparato dagli anni spesi a studiarla, è che la musica è una. Distinguendo tra classica, jazz, leggera, tanto per stare sul generico, stiamo facendo una distinzione di nostro comodo, semplifichiamo, per intenderci circoscrivendo un campo. Sotto le sovrastrutture, ogni musicista sa che la musica è una sola, e se non lo sa non è un musicista. Perché?

Che vogliate guardare alla musica come scienza o come arte, in entrambi i casi vi accorgerete che – a prescindere dalla sovrastruttura culturale di cui volete occuparvi (classica, jazz, etc., dicevamo) – la musica rimane la stessa, nella sua essenza. È una forma di espressione universale, antichissima, che arriva ben prima della nostra capacità di classificare e suddividere; ben prima che sviluppassimo quell’occhio acuto capace di spaccare il proverbiale capello in quattro, rendendoci meno abili nel guardare le cose da lontano e di notare quanto siano parti di un tutto più ampio.

#classicalmusichumorQuando studiavo in Conservatorio a un certo punto ho deciso di guardarmi intorno, e mi sono iscritta a un corso di Jazz. Rare volte mi sono sentita altrettanto schiappa, in vita mia (e sì che di occasioni ne ho avute). Capendo presto di dover accantonare i miei ancora non pervenuti talenti artistici, mi sono dedicata all’antropologia da dilettanti. Ho osservato jazzisti e musicisti classici snobbarsi a vicenda, con argomenti coloriti e campanilismi anche divertenti, a ripensarci. Ma a pensarci due volte come minimo inutili, proprio come tutti i campanilismi.

Padroneggiare un linguaggio espressivo significa – tra le tante cose – essere capaci di prescindere la forma. Ci si sa esprimere, e basta. Si ascolta, si capisce, si impara. E poi ci si esprime. Un discrimine è il talento, certo. Una larga parte la giocano anche gusto e inclinazioni personali. Ma se quel linguaggio ci appartiene, è sicuro che troveremo modo di esprimerci.

Dico tutto questo perché mi capita di pensarci spesso, quando sento parlare di scrittura e cultura (quest’ultima qualunque cosa voglia intendere) analogica o digitale. A un certo punto ho capito perché questa contrapposizione forzata – è forzata, facciamocene una ragione da entrambe le parti – mi suonava monotona e trita. Mi sembra di assistere ancora ai campanilismi tra jazzisti e musicisti classici, i primi che si sentono smart nel fare bella mostra di saper leggere poco e niente lo spartito, i secondi avvinghiati alla precisione e alla filologia. Tutti dimenticando di guardare la foresta, concentratissimi sull’atomo della foglia a cui sono appesi.

La cultura digitale, la cultura analogica

Come area di studio, quello che si intende per digital culture è a dir poco affascinante. Ma nella traduzione letterale italiana trovo ambiguità e non sempre corrispondenza con quello che si intende in inglese, forse lo si intuisce già nel titolo qui sopra. Sarà per questo che non ho ancora trovato una spiegazione convincente per quando la questione viene esposta in termini di “la prima è sicuramente meglio della seconda, in tutto e per tutto, sempre, incrollabilmente” (amen?), e viceversa. Il perché di quel tono così dogmatico è offuscato dai vari “lo dicono tutti” (ma tutti chi?) “perché è così-virgola-period” (più alla moda di un Ipse dixit, ne convengo, altrettanto vuoto, a meno che tu non sia Aristotele, come minimo) e da poche e povere argomentazioni. Non è nemmeno più uno scambio di idee, è tifo da stadio.

Sarà che nella mia testa una contrapposizione delle due cose non esiste. In contrapposizione ci sono solo gli esaltati dell’una e dell’altra: faccio a meno di entrambi e mi rintano in una fitta scala di grigi. Se ci riducessimo a pensare che chiunque con un account Twitter abbia sicuramente problemi di concentrazione e chi prende un appunto con carta e penna di certo sarà più lento a ragionare, di tutta questa presunta cultura non avremo capito poi molto.

Sarà anche, lo ammetto, che detesto eleggere qualcosa come migliore rispetto a un’altra e amo molto poter dire “dipende”. Poter scegliere, sempre. Voglio poter scegliere tra una lettera scritta a mano, una mail e un DM su Facebook, valutando la circostanza, almeno finché qualcuno troverà sensato vendere francobolli o sviluppare app di instant messaging. Penso che – come la musica – la cultura sia qualcosa di unitario, e che se serve a qualcosa è a dare strumenti per scegliere con più consapevolezza. Di certo non serve a costruire trincee.

Benjamin Disraeli

La scrittura digitale, la scrittura analogica

Non sono uguali, miei cari Messieurs de La Palice, date le differenze di organizzazione del pensiero e anche solo delle abitudini che comportano. Serve continuare a ribadirlo, dopo il primo stupore di trent’anni fa, grossomodo? Magari sì, per carità. Ma penso che siamo quasi al punto da poter persino storicizzare alcuni cambiamenti, anzi che continuare a raccontarli con eterno stupore, come fossero balzati solo ieri agli occhi dei più attenti (che da trent’anni sono gli unici a stupirsene ancora).

Il mio pensierino sulla scrittura è proprio piccolo: credo che la capacità di scrivere (non l’arte, stiamo sulla capacità) si adatterà agli strumenti di volta in volta a disposizione, cominciando da quelli più comodi. Se parliamo di persone talentuose nello scrivere è anche più semplice: se hai talento, fondamentalmente scrivi. Che sia una tavoletta d’argilla, un saggio con il sommario all’inizio – se è il tuo genere – o un post su Facebook. Poche storie. E penso che valga altrettanto (e tanto più) per chi scrive per professione. Il cambiamento che scombussola di più è quello del momento di esposizione agli altri di quella scrittura, la gestione delle relazioni intorno a quanto abbiamo scritto. La decisione sul se, quando e quanto condividere con altri quello che scriviamo sta a noi, così come comprenderne le implicazioni.

In generale, comunque, non credo che dirimeremo la questione andando alla ricerca di un vincitore, o – che Cthulhu ci aiuti – sperando di aver ragione in stile Ipse dixit senza essere Aristotele. Come diceva Mafe in una discussione intorno ad argomenti simili, c’è «una fretta tremenda di arrivare a delle conclusioni». La fretta è cattiva consigliera, dice il buon senso popolare. Io credo sia anche questa che ci spinge a schierarci in modo miope, sperando di sederci dalla parte da cui arriverà il futuro. Il futuro è come un tamponamento in macchina: arriva sempre dalla parte in cui non guardi, specialmente se vai di fretta. Abbiamo bisogno di osservatori lucidi della frontiera, che sappiano guardare e raccontare, quando effettivamente qualcosa da raccontare c’è.

Bonus (se siete arrivati fin qui lo meritate)

Gigi Tagliapietra, a State of the Net, ha affrontato più volte il digitale e la complessità parlando di musica. Vale la pena vedere i video.

Tempo perso, tempo preso«Quando si dice che una persona perde tempo non è un complimento. Anzi. Non per chi pensa che il tempo è denaro.
E certo è importante spendere bene il tempo, anche se non è denaro, proprio perché non è denaro. È qualcosa di più prezioso.
I perditempo spesso sono i sognatori, le persone dotate di grande immaginazione, chi si concentra molto su cose anche piccole.
Ma tanto del tempo che in apparenza viene perduto – consumato, dissipato – si trasforma in qualcos’altro.
Perdendo tempo si scoprono cose, si risponde a domande. Si viaggia con la testa e col cuore.
E questo Maisie lo sa bene.
Perché grazie al suo orologio che funziona a rovescio lei il tempo non lo perde: lo acchiappa, anche quello che è passato molto prima di lei, e lo fa suo. Vive cose che altri non vivranno mai.
È un modo come un altro di passare il tempo, invece di guardare la televisione o giocare con i suoi amici, o leggere o fare i compiti. Ma non è tempo perso: è tutto tempo preso.»

Da Maisie e la tigre di Cleopatra, di Beatrice Masini.

5 libri per la SignorinaLave “«Scrivi anche tu il post con i tuoi cinque libri preferiti?», dice Valentina, come se fosse una cosa da niente scegliere (solo) cinque libri. Non sono mai stata capace di stabilire il mio libro preferito, non sono brava con le graduatorie, penso sempre che ogni cosa abbia il suo momento e gli assoluti mi vanno stretti. Però sono contenta che Valentina abbia pensato a me, e allora ecco cosa vi dico, se prendete la cosa di pancia così come io l’ho scritta: con in testa il cappello di lettrice, senza nessuna pretesa letteraria né tantomeno professionale. Ovviamente barerò, consideratevi avvisati.”

La lista dei cinque libri (più cinque) la leggete di seguito, e la trovate su Goodreads. Se siete curiosi di capire perché li ho scelti dovete andare sul blog della SignorinaLave.

  1. La storia infinita, Michael Ende
  2. Un giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron
  3. Ma gli androidi sognano pecore elettriche, Philip Dick
  4. Misery, Stephen King
  5. Tentativi di botanica degli affetti, Beatrice Masini
  6. La zattera di pietra, José Saramago
  7. Il persecutore, Julio Cortázar
  8. Ricordi, Mike Resnick
  9. Presagio triste, Banana Yoshimoto
  10. Un uomo, Oriana Fallaci

GigaOm «GigaOm non riesce a pagare i suoi creditori. Di conseguenza la società sta lavorando con i suoi creditori, i quali hanno il controllo del patrimonio dell’azienda. Tutte le attività sono cessate. Al momento non sappiamo cosa i finanziatori faranno con i loro asset, o se ci sarà un futuro per quegli asset. La società non intende per ora dichiarare fallimento. Vogliamo per il momento ringraziare i nostri lettori e la nostra comunità per averci sempre sostenuto.»

Con questo breve messaggio GigaOm ha annunciato il 9 marzo la sua chiusura per mancanza di fondi. La traduzione viene dal breve e puntualissimo Perché GigaOm ha sospeso le pubblicazioni, su Il Post; su Wired e L’Espresso, Antonio Rossano parla di un «medico bravissimo morto per colpa di un raffreddore trascurato»: il brillante analista e ricercatore sull’industria dei media impegnato a fornire idee e suggerimenti per il business ad aziende editoriali che fallisce proprio per un modello di business in cui qualcosa è andato storto.

GIGAOM, DALL’INTERNO

«I finanziamenti ottenuti dai Venture Capitalist sono un accordo Faustiano di prim’ordine: danno la libertà di crescere velocemente, ma mettono anche l’azienda sotto pressione. Ci si deve mostrare in grado di una crescita rapidissima, e il prezzo da pagare se non si è all’altezza è molto alto. L’industria dei media non è nota per le crescite fulminee che i Venture Capitalist amano vedere.»

A pochi giorni dall’annuncio, Mathew Ingram scrive un post umanissimo ma non per questo meno lucido sulla chiusura di GigaOm: il modello simile a quello di The Economist, che a un progetto editoriale prestigioso affianca varie strategie per monetizzare la relazione di alta qualità stabilita con i lettori, può funzionare «se tutto va come deve», spiega tra le altre cose. Ma «l’evoluzione spietata dei media online» ha giocato di certo un suo ruolo.

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INTRAPPOLATI NEL MEZZO

Difficile definire GigaOm una nicchia, date le dimensioni, eppure in qualche modo lo era, nella scelta editoriale: Internet of Things e Cloud Computing non sono argomenti attraenti se si cerca un pubblico di massa. «In qualche modo Gigaom era troppo piccolo per diventare grande, di massa e di successo come BuzzFeed o Vox o Vice» ma al tempo stesso troppo grande per rimanere sostenibile senza un Venture Capitalist, come propone Danny Sullivan parlando dell’approccio alla “SimCity” per i media. «In qualche modo siamo rimasti intrappolati nel mezzo di queste due dimensioni», dice Ingram in un’intervista per CJR. Anche per Scott C. Yates i capitali dei Venture Capitalist sono un problema per la crescita delle aziende: «costringono a prendere decisioni idiote», scrive ragionando in The Important Lesson Behind the GigaOM Collapse.

«In ogni teoria c’è una verità sottesa, riguardo GigaOm, che ogni editore digitale riconosce», osservano sul Guardian. «Il business ha bisogno di produrre una crescita di dimensioni impressionanti, in termini di audience, oppure di tenersene al riparo. Non ci sono abbastanza persone che comprano le ricerche, né che partecipano alle conferenze. La scala fissata nel mondo dell’editoria non è settata su parametri storici, ma su aspettative digitali. E il giornalismo, a differenza dei network, dipende in modo pesante dal contesto culturale in cui è inserito.»

UN CONTESTO CULTURALE IN RAPIDISSIMA EVOLUZIONE

Il contesto culturale in cui ci muoviamo è sicuramente in rapida evoluzione. «Il passaggio al mobile è estremamente dirompente per i nuovi media, perché avviene in modo ancora più veloce rispetto alla transizione dalla carta al digitale (che è ancora in corso)» spiega Tom Foremski. Uno dei problemi maggiori dell’era di Internet, dice, è che non abbiamo ancora trovato un meccanismo per attribuire valore ai contenuti, per distinguere e valorizzare un clic su un contenuto di qualità, in modo da incentivarne la creazione. Ma la qualità qual è? «Non ho mai cliccato su un articolo su GigaOm sentendomi poi tradito», dice Will Oremus su Slate, e potrebbe essere sulla strada giusta, puntando il dito sulla fiducia. Anche se la rispettabilità non paga i conti.

I Millennials dicono che le notizie sono ancora importanti per loro, ma se intendete fargliele pagare buona fortuna: è il titolo di un articolo su NiemanLab, che riporta una ricerca condotta dal Media Insight Project. Un ragazzo che ha partecipato alla ricerca dice: «non pagherei per nessun tipo di news: come cittadino le notizie sono un mio diritto». L’urgenza di capire dove posizioniamo l’asticella del valore e per cosa siamo disposti a pagare – oggi – quando si tratta di informazione e contenuti si è fatta eufemisticamente pressante.

Mafalda, anno nuovo «Le previsioni sul futuro sono come gli oroscopi sull’anno che verrà. Si leggono come un divertissement», dice Carola Frediani condividendo le sue idee per il giornalismo nel 2015. La similitudine mi ha divertita, e ammiro molto chi riesce a parlare con chiarezza della propria visione del cambiamento. Io non sono mai stata un asso con le previsioni. La fine del 2014, però, mi ha lasciato del tempo per riflettere su 5 parole che vorrei che avessero molta importanza nell’arco del 2015. Almeno nel mio, è chiaro.

CONSAPEVOLEZZA

«I social network sono maturi», dice Fred Wilson in What Just Happened, non è un’area in cui vediamo più grandi innovazioni. Condivido l’idea, e rifletto sulla necessità di un aumento di consapevolezza importante in ciò che questa specie di quotidianità aumentata comporta, implica. Non saprei da dove cominciare per elencare le domande che ci si dovrebbe porre, vivendo in questi ambienti. La privacy? Saper riconoscere un’informazione vera da una falsa? Sapere come fare per distinguerle quando si è in dubbio? Sono solo le prime tre che mi sono passate per la mente, e forse sono anche fuori fuoco. E mi sembra ancora più importante, specialmente pensando che la frontiera si è già spostata da questo orizzonte.

Se i social network non sono altro che normalità, le persone li abitano né più né meno nel modo in cui abitano il resto dei propri spazi, portandoci dentro superficialità, parole a sproposito, scherzi, intelligenza, idiozia. E non vedo proprio perché dovremmo aspettarci qualcosa di diverso. Dopo anni di bulimia, di straordinarietà di qualunque cosa avvenga sui social network, io accoglierei volentieri un po’ di normalità. Anche per questo ho letto con grande interesse Il valore di ciò che non condividiamo in rete, di Fabio Chiusi: una riflessione profonda su oversharing, undersharing e gli effetti della sovraesposizione della parola scritta. Con molte domande aperte e tanti dubbi.

RITMO

Ci siamo drogati di velocità a lungo, sottovalutando un’aspetto con cui qualunque musicista ha fatto i conti al primo anno di studi: la velocità fine a se stessa non serve proprio a niente. La velocità – delle informazioni, dei cambiamenti – è qualcosa di cui non abbiamo controllo. Ma ciascuno può trovare il proprio ritmo (o musicalmente sarebbe più appropriato dire il proprio tempo) per gestirla: attraverso strumenti, routine, prevedendo finestre aperte per invasioni temporanee di caos che portino idee fresche. Che ognuno scelga il passo della propria danza, e che preveda anche dei momenti di riposo.

CORAGGIO

«Yeah, I know; I fucked up.» Sono le parole più coraggiose che ho sentito negli ultimi 5 anni lavorativi, e le ha pronunciate Richard Nash a proposito dell’allora propria startup, Cursor, nel suo intervento all’edizione del 2011 di Books in Browsers (Richard Nash on Cursor and the “F” Word, scriveva Guy Gonzales). Vorrei che ci fosse molto più coraggio di questo tipo, che potremmo anche chiamare onestà intellettuale. Mi piacerebbe, nel 2015, conoscere realtà che costruiscono concretezza prima di pensare ai proclami. Vorrei lasciare indietro le parole dette sempre sui progetti altrui, senza provare a realizzare niente. In uno slancio utopico, vorrei meno allenatori e più persone che si allenano.

LUCIDITA’

Confido nel fatto che, dopo il coraggio di riappropriarsi dell’onestà intellettuale, arrivi quella dose di lucidità necessaria per cambiare idea, se serve, uscire da schemi mentali abitudinari e dagli slogan rassicuranti ma vuoti di significato, specie se sono anni che li ripetiamo. Erano nuovi allora, oggi non sono più nemmeno quello. Il rischio è che si trasformino in vecchi proverbi e che noi, per la sorpresa, si cada dal tetto nel vedere un gatto nero che smentisce la regola dei gatti bigi (la storiella è in “Favole al telefono”, di Gianni Rodari, ma la leggete al volo qui).

Ragionare per slogan non ci aiuta a capire dove stiamo sbagliando, e la domanda non è se lo stiamo facendo, ma dove. Gli slogan ci rendono pigri e, peggio, ci illudono di non avere preso un granchio. Finché non pizzica.

SILENZIO

I beni scarsi sono beni di lusso, e quello a cui ambisco maggiormente, ora come ora, è il silenzio. Sempre in tema di cose utili imparate grazie alla musica, c’è il fatto che il silenzio ne sia una componente. L’unica caratteristica che condivide con il suono è la durata: il silenzio è uno strumento da mettere in campo per gestire la velocità, possiamo espanderlo in base alle nostre esigenze.

Il silenzio ha molti vantaggi: per esempio lascia spazio per riflettere. Per poter aggiungere qualcosa di costruttivo alle conversazioni sarà bene avere delle idee, altrimenti quelli che parlano a vanvera siamo prevedibilmente noi. “Un bel tacer non fu mai scritto” mi sembra un proverbio particolarmente adatto ai nostri tempi. È un lusso, l’ho detto: il più delle volte dobbiamo riflettere alla svelta e in mezzo al rumore, e ci converrà essere abili nel farlo. Ma concedersi dei lussi è qualcosa che rende la vita interessante.

Sono cinque parole scelte con un criterio personalissimo, queste. La sesta, come bonus, potrebbe essere varietà. Parlare con persone che fanno cose diverse, vivono vite diverse, arrivano a conclusioni diverse. Sai che noia quando si arriva tutti, sempre, alle stesse conclusioni.

Auguro a tutti un 2015 di grandi cose fatte, di concrete soddisfazioni e di molta allegria. :)

«Specialization is for insects.» Robert A. Heinlein Per il secondo anno ho avuto l’occasione di partecipare (con grande gioia!) al corso sull’editoria divulgativa e scolastica tenuto da Luigi Civalleri e Martha Fabbri nell’ambito del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste, con un intervento sull’editoria digitale.

Se seguite questi temi da tempo non ci sarà niente di sorprendente nelle slide che trovate su Slideshare e in fondo a questo post: una semplice riorganizzazione dei contenuti e qualche aggiornamento rispetto all’anno scorso.

Qui propongo tre spunti su cui ragionare.

GUARDATE ALTROVE PER TROVARE NUOVE IDEE | Sembra banale, ma a parlare sempre con le stesse persone degli stessi argomenti visti dagli stessi punti di vista si finisce molto presto per essere a corto di idee. Gli ultimi anni dovrebbero avercelo insegnato: l’innovazione in editoria quasi mai è arrivata dagli editori, a dettare la linea sono stati altri attori. Impariamo a capire da dove arriverà la prossima grande idea: come sempre, la capacità che fa la differenza è quella di ascoltare e saper cogliere i segnali giusti. Se volete cambiare l’editoria, per esempio, aprite un ristorante.

CON LA TECNOLOGIA TUTTI DEVONO FARE I CONTI | Buffo trovarsi a ripeterlo ancora nel 2014, ma è così: nessuno, all’interno di una casa editrice, può permettersi di ignorare la grammatica del mondo in cui viviamo. La quantità di informazioni e stimoli in cui siamo immersi richiede nuove competenze. Costruire la cornice intorno ai frammenti, lo schema attraverso cui siamo in grado di comprendere il mondo e prendere decisioni, oggi, richiede una nuova alfabetizzazione. Non è più tempo per i compartimenti stagni: l’aumento di competenze vale per tutti, come individui e come squadra, perché è il lavoro di tutti a cambiare.

NON È FINITO IL TEMPO DI SPERIMENTARE | Personalmente, più che il senso dell’ignoto è la retorica intorno alla sperimentazione, oggi, che tende a esasperarmi e a farmi venire la tentazione di fare il bastian contrario: così, per ripicca. Ma ovviamente non avrebbe senso. Uno dei vantaggi più interessanti del digitale è che le possibilità si moltiplicano, e su un gran numero di fronti: di prodotto, di comunicazione e marketing, di strategie commerciali… Non c’è un unico modo vincente di descrivere un percorso: era vero anche prima, lo è ancor più adesso. Per cui non fermiamoci e continuiamo a ragionare su strade alternative, allenando le mente a trovarle.

Ma soprattutto, non fossilizziamoci. Mai come adesso abbiamo avuto bisogno di persone con intersezioni di competenze, oltre che di eccellenti specialisti. E anche questi ultimi dovranno sapersi adattare alle esigenze dettate dalla nuova velocità di cambiamento, o saranno i primi a essere tagliati fuori. Non affezioniamoci alle abitudini: la specializzazione è per gli insetti.

Nobody Likes Me Mi sono sempre chiesta perché, intorno ai Social Media, sia facile inciampare un certo tipo di comunicazione molto chiassosa e spesso poco informativa, poco concreta e con tassi di fumo rispetto all’arrosto diverse spanne più alti che in altri ambiti. Sicuramente è la mia percezione a essere sbagliata, ma in genere è comunque sufficiente a tenermi lontana da questi argomenti, qui e altrove, nonostante siano il mio lavoro di tutti i giorni.

Per questo è stato interessante lavorare con Michele al corso sul Social Media Management organizzato da Lotto 49 per il ciclo Progettare l’editoria: lo sforzo di sistematizzare le idee per condividere con altri un metodo di lavoro è stato utile per me, prima di tutto. Qui ve lo racconto in tre punti, sul resto potete farvi un’idea su Slideshare o in fondo al post. Neanche a dirlo, le slide sono appunti, non certo le tavole della legge ;)

OBIETTIVI

Prima di cominciare fatevi tantissime domande, e che nessuna vi sembri banale. A chi parlate? In quali ambienti è più facile trovare le persone interessate a quello che avete da dire? Cosa volete ottenere dalla vostra presenza sui Social Media? Avete una strategia a lungo termine e le risorse per sostenerla? Più saranno precisi gli obiettivi, più sarà facile pianificare una strategia e misurare i risultati.

STUDIARE, SEMPRE

Lavorando con il digitale dovrete abituarvi a considerare parte del vostro lavoro lo studio costante, l’aggiornamento sulle novità, sugli ambienti, sulle tendenze in atto e future. Non aspettate che sia qualcun altro a occuparsi della vostra formazione: imparate scegliere delle fonti di qualità, tenete gli occhi aperti su tutto ciò che riguarda il comportamento delle persone in rete, siate consapevoli che una parte cruciale del vostro lavoro è fatta dell’ascolto di persone e segnali di cambiamento.

DATI

Molte delle cose che succedono sui Social Media sono misurabili, ma imparate a capire di quali informazioni avete effettivamente bisogno: non fate diventare i numeri una droga ed evitate di andare a caccia di mosche con un cannone. Avrete a disposizione tantissimi dati, ma c’è molta differenza tra il conoscerne il significato e saper riconoscere quelli significativi.

In ogni caso, il punto più importante l’ha ricordato Michele dicendo: «Divertitevi». È l’unica maniera di riuscire a fare bene questo mestiere.

Un grazie speciale va a Roberta, che mi ha aiutata con grande semplicità e senso pratico a mettere in ordine le idee.

Monument Valley La notizia di oggi è che l’UE ha bocciato la proposta di applicare l’IVA agevolata al 4% anche ai libri digitali: i dettagli potete leggerli su La Stampa, nell’articolo di Marco Zatterin.

[EDIT] Il governo sfida l’Ue: Iva agevolata su e-book: emendamento del ministro della Cultura Franceschini alla legge di stabilità dopo la bocciatura di Bruxelles: «Un libro è un libro, l’imposta su quelli elettronici al 4%» – La Stampa

Sull’IVA applicata ai libri si è fatto molto rumore, ultimamente, ma informato poco: non è un tema semplice e gli aspetti tecnici da comprendere sono difficilmente sintetizzabili in uno slogan accompagnato da un’hashtag. Ma per fortuna, volendosi informare, i pareri ben argomentati da leggere non sono pochi.

LA DIFFERENZA DI IVA TRA LIBRI DI CARTA E DIGITALI NON HA RAGIONI CULTURALI, MA INDUSTRIALI

«Ragioni economiche e tecniche hanno portato alla richiesta di IVA agevolata. Sono pochi e scarsi i richiami al ‘valore culturale’ del libro, nella discussione di quegli anni.»

Per capire (o ripassare) da dove nasce la pratica delle rese sulla merce invenduta, peculiare solo al prodotto libro, e l’impatto che ha sull’IVA: IVA e altro ancora, di Marco Ghezzi.

RAGIONAMENTO, NON IDEOLOGIA

Al di là dello slogan efficace (o meno), per comprendere uno scenario complesso come questo l’arma più utile rimane il ragionamento: è l’unica che permette di descrivere pro e contro delle decisioni che si prendono su un tema che ha un impatto indiscutibile sull’accesso alla conoscenza.

«I pro si possono spiegare da un punto di vista industriale. La prima cosa da fare probabilmente è smettere di confondere argomenti di natura diversa. Un libro è effettivamente un libro sia su carta, sia su ebook. Ma lo schema produttivo e distributivo che c’è dietro la differenza di supporto è estremamente diverso.»

5 considerazioni sull’IVA e sugli ebook, Giuseppe Granieri

PER CHI SONO I BENEFICI?

Scrive Massimo Mantellini su Il Post: «Non ho nulla contro tutele statali che aiutino l’industria editoriale in crisi, non vorrei che questi provvedimenti venissero però raccontati come incentivi che discendono direttamente sui lettori quando di fatto non lo sono: almeno non del tutto.»

Da leggere nel dettaglio: L’IVA sui libri, la rosa e la pipa

A MARGINE: “EBOOK COME VIDEOGIOCHI”

Sempre nell’articolo di Giuseppe, c’è un altro punto significativo. «Ci sono cose che la nostra classe dirigente dovrebbe trattare con più attenzione. I videogiochi non sono esattamente la “robetta da nerd sociopatici” che racconta il luogo comune. Già una decina di anni fa Don Norman notava che sono disegnati per “le capacità cognitive dei trentenni colti”.»

Anche a me l’accento sulla frase “ebook come videogiochi” ha fatto sollevare un sopracciglio. Continuare a considerare il videogioco come qualcosa di estraneo alla cultura mostra solo una miopia profonda sulla realtà in cui viviamo, e di letteratura in proposito, se non volete dar ragione a me, ce n’è in abbondanza. Se volete cominciare qualcosa di divertente e per niente (credetemi) innovativo o futuristico, iniziate da un corso su Coursera: Online Games: Literature, New Media, and Narrative. Il titolo è già un ottimo indizio, e non è nemmeno la cosa più sorprendente da citare sul tema.

Bonus

Sergio Donato ha provato a capirne di più rileggendo con attenzione le norme che regolamentano l’IVA sui libri: Un libro è un libro. E una campagna?

Jane Friedman è una delle più acute osservatrici ed esperte di editoria e di digital media, negli Stati Uniti. Palando del personal brand degli autori su Twitter, ha fatto una lista di 7 errori che vede commettere più spesso:

7 errori da non fare su Twitter1. usare la bio per vendere il proprio libro;
2. usare automatismi ovunque, specie nei messaggi privati;
3. avere un profilo protetto;
4. non gestire bene le notifiche e il tempo speso su Twitter;
5. twittare solo del proprio libro o del proprio blog;
6. non usare hashtag (o usarli male);
7. non usare le liste.

In 7 Reasons Twitter Isn’t Building Your Author Platform (And How to Fix It) trovate spiegato dove stanno gli errori in questi modi di fare, e come rimediare. Non c’è niente di nuovo, se vi occupate di questi temi da un po’. Ma probabilmente è ancora necessario condividere le buone pratiche.

Il gatto? Era nel post di Jane Friedman, ed era impossibile resistere.