9 algoritmi che hanno cambiato il futuro «La mancanza di considerazione dell’informatica come disciplina ha molte cause», dice Chris Bishop nella prefazione a 9 algoritmi che hanno cambiato il futuro, e «l’entusiasmo è smorzato dall’impressione che la creazione di queste tecnologie manchi di profondità intellettuale.»

La sfida di John MacCormick è dimostrare la profondità delle grandi idee dell’informatica: i problemi che affrontano, osserva, hanno più di un collegamento con filosofia, fisica, neuroscienze, genetica. Per appassionarsi alla materia non c’è bisogno di essere esperti programmatori o matematici: si parla di algoritmi che usiamo ogni giorno, spesso in modo inconsapevole. Mettono a portata delle nostre dita idee geniali che funzionano.

«Al centro di ogni algoritmo spiegato nel libro sta un “trucco” ingegnoso che fa funzionare il tutto. La presenza di un momento “aha”, quando il trucco viene svelato, è quello che rende la spiegazione di questi algoritmi un’esperienza entusiasmante per me e, spero, anche per voi.»

Ecco le mie 3 ragioni per leggerlo.

  1. Se pensando al termine “informatica” vi vengono in mente solo aggeggi che fanno bip bip bip o programmi misteriosi che hanno la tendenza a non funzionare proprio quando servono vi state perdendo tantissimo. Potreste scoprire che con qualche strumento in più anche l’informatica diventa affascinante «come un cielo stellato davanti agli occhi di un astronomo dilettante».
  2. Il capitolo dedicato al riconoscimento di forme (pattern recognition) va al di là del puro fascino della comprensione di un’idea geniale, aprendo direttamente una finestra sul futuro dell’intelligenza artificiale.
  3. «Il semplice fatto che un problema sia decidibile da un computer non significa che possiamo risolverlo nella pratica.» La risposta potrebbe – per esempio – richiedere milioni di anni. Cosa saranno in grado di fare in futuro le macchine e quali saranno (e perché) gli algoritmi a rimanere efficaci? Se volete capire se corriamo il rischio di doverci mettere a fare i filosofi per ingannare l’attesa mentre il computer elabora un 42, le conclusioni del libro saranno molto utili.

BONUS

Le citazioni che aprono i capitoli. Se Alan Turing, Bob Dylan e Jane Austen probabilmente li conoscete già, incontrare personaggi incredibili come Ada Lovelace potrebbe spalancarvi mondi davvero affascinanti.

Ho fissato un obiettivo poco ambizioso, per il 2013: leggere almeno 70 libri. Per renderlo più pepato l’ho formalizzato con la Reading Challange su Goodreads (il widget lo vedete qui a destra, e sì: sono in ritardo). Questo libro fa parte della sfida, e meritava di essere raccontato.

Make It So. Interaction Design Lessons from Science Fiction.L’interfaccia è – in senso lato – l’insieme di parti di un oggetto che ci permette di usarlo. Possiamo interessarci di interfacce per molti motivi, dai più tecnici ai più astratti.

Oppure possiamo interessarcene perché siamo terribilmente curiosi, e sono soddisfatta di rientrare in questa categoria. Così, quando ho iniziato a leggere Make it so. Interaction Design Lessons from Science Fiction ho pensato che non avrei saputo da che parte cominciare a dire in quanti modi scatenava la mia curiosità. L’unica soluzione mi sembra cominciare dal principio e citare due righe dell’introduzione (di Bruce Sterling):

I benefici della fantascienza per il design derivano dalla capacità di rendere pensabile l’impensabile. “Straniamento cognitivo”, come lo definiamo noi della fantascienza.

La fantascienza permette di creare la giusta cornice in cui sospendere la credulità rispetto al nuovo, e di creare aspettative verosimili sulle tecnologie del futuro. Per questo il libro si concentra sulle lezioni che il design può trarre in particolare dai film: così si osservano le interfacce in azione, si è in grado di studiarne il funzionamento con un numero sufficiente di dettagli (cosa che la parola scritta, lasciando molto all’immaginazione, non permette di fare con la stessa efficacia).

È affascinante osservare come nel corso dei decenni, e via via in archi di tempo sempre più ristretti, la speculazione delle interfacce del futuro sia cambiata. Abbiamo avuto un’epoca in cui le leve erano futuristiche. Poi i pulsanti. Poi gli schermi. Poi chissà. La serie di Star Trek è tra quelle che permettono di cogliere meglio questi passaggi: guardate per esempio le immagini di un’interfaccia del 1968 e di una del 1987.

Uno degli aspetti più brillanti del saggio è il modo in cui è in grado di evidenziare la capacità di adattamento alla realtà tipico della fantascienza. In parte è necessario, è alla base dello straniamento cognitivo: dobbiamo poterci immedesimare nella realtà del contesto per provare straniamento davanti agli elementi nuovi che la storia introduce. Nel 1968 e nel 1987 autori e spettatori sono immersi in realtà differenti e immaginano di conseguenza futuri differenti.

È un adattamento che – se amate i fumetti della Marvel, per esempio – non vi sembrerà nuovo. L’Ironman del 1963 nasce in Vietnam e i nemici delle Stark Industries sono i comunisti. Ma se tutto questo fosse vero, oggi Tony Stark dovrebbe avere quasi settant’anni: e no, lasciatemi almeno questa certezza. Tony Stark sarà sempre un interessantissimo quarantenne. Per cui, con il tempo, il Vietnam è diventato il Golfo, e poi l’Afghanistan, aggiornando di volta in volta nemici, tecnologie, politica.

L’Ironman del 1963, oggi, fa l’effetto di una vecchia radio a transistor. Quello attuale è un futurista molto credibile, anche perché pieno di dubbi. E l’immaginario in cui è immerso, con J.A.R.V.I.S. ad amplificare il suo genio, lo rende il più attuale di tutti i supereroi. L’impensabile reso pensabile dall’Ironman di oggi è la parte intelligente dell’armatura, il software: basta un colpo d’occhio per rendersene conto. Sensori, sistemi di comunicazione, banche dati connesse a Internet e tutto governato da un avanzatissimo sistema operativo.

E dopo il software? La prossima interfaccia potrebbe essere il corpo umano stesso. Pensate a Siri: l’interfaccia-non-interfaccia. Pensate a un mondo di sensori integrati direttamente nel nostro corpo. Se ne parla in un post su Co.Design: Why The Human Body Will Be The Next Computer Interface.

In due righe
  • Uno dei mille post di invenzioni anticipate dalla fantascienza. Questo su Cracked, nel 2010.
  • Make it so è accompagnato da un sito aggiornato con costanza: vi consiglio di non perderlo di vista.
  • E se Jarvis esistesse davvero? Leggete qui.

Dilbert Nel novembre 2012 Craig Mod ha scritto un saggio – Subcompact Publishing – in cui delinea con la chiarezza che lo contraddistingue il trend del micropublishing. Gli esempi da considerare in proposito sarebbero davvero numerosi, ma è uno scambio tra Marco Arment e Hamish Mckenzie che mi ha fatto fare un clic su “Add a new post”.

Marco Arment, creatore di Instapaper prima e The Magazine poi, ha scritto un paio di giorni fa qualcosa che, al netto della polemica specifica sul plagio o no di The Magazine da parte di TypeEngine, vale la pena rileggere.

«Certe startup», dice, «si concentrano sugli aspetti sbagliati del problema, creando false speranze o aspettative fuorivianti. Qualunque bravo web developer può realizzare un CMS di base. Qualunque buon sviluppatore iOS è in grado di mostrare pagine HTML all’interno di un’app.»

«Concentrarsi su questi aspetti», continua, «denota una preoccupante assenza di comprensione del mercato.» Il successo di The Magazine, dice, non deriva certo dal fatto che i link siano rossi, i titoli centrati e a bastoni o cose del genere. Il successo deriva dal lavoro incessante sui contenuti, dall’investimento non indifferente in risorse per la loro qualità.

«Se proprio volete aver successo copiando qualcosa da The Magazine copiate quello.» La qualità dei contenuti, quindi. La tecnologia è un “must have”, come si dice. È necessaria perché abilita, ma senza il contenuto non è sufficiente: da cui false speranze e aspettative fuorvianti.

«Calma, Marco: il micropublishing va ben oltre The Magazine», risponde Hamish Mckenzie su PandoDaily. Anche qui, schivando la polemica, c’è qualcosa da tenere a mente.

«Le piattaforme hanno un’importanza critica in ogni nuova era dell’editoria.» Paragonando l’attuale moltiplicarsi di piattaforme di pubblicazione per iOS ai primi periodi del Web, in cui nuovi software permettevano a chiunque di pubblicare contenuti dando inizio all’era dei nuovi media, Mckenzie sostiene che Arment faccia confusione. «È come se rimproverasse Adobe perché InDesign non somiglia abbastanza al New Yorker.» Confonde il ruolo del software con quello del contenuto, sostiene Mckenzie.

La risposta di Arment è rapida, ed esplicita meglio il punto. «Creare contenuti per un magazine di qualità a cadenza regolare, convincere un numero sufficiente di persone ad abbonarsi quando in rete, gratis, ci sono già tonnellate di contenuti ottimi e mantenere il loro interesse: queste sfide sono complesse, lo sono sempre state e molte persone sottostimano questo tipo di difficoltà pensando che la barriera più grande sia realizzare un’app.»

Nuove piattaforme renderanno sempre più semplice creare contenuti e assemblarli in forme digitali complesse o ridurranno le curve di apprendimento più alte di ciò che l’industria è disposta ad affrontare. Ma lo sviluppo di tecnologie efficaci è solo questione di tempo: la sfida critica si svolge sul piano dei contenuti. Come è stato, del resto, in ogni nuova era dell’editoria.

Dato un suono con una determinata altezza e intensità, il timbro è la qualità che permette di identificarne la fonte sonora. Ma a differenza delle prime due, il timbro non è una grandezza fisica misurabile: gli elementi che lo determinano sono troppi e troppo complessi, e formano una matassa di oggettività e soggettività difficile da sbrogliare.

I primi tentativi per trovare ragione del timbro partivano dall’analisi dello spettro sonoro. Ma non era sufficiente. L’analisi dello spettro è come una foto, trascura un elemento fondamentale: il tempo.

Il suono è vivo e attraversa delle fasi precise: ha un attacco, una fase di regime e una di decadimento. Ognuna è importante per identificare la fonte sonora. Siamo più bravi a riconoscere il timbro di una voce o di uno strumento se ascoltiamo la vita del suono per intero; se ne manca una anche l’orecchio più raffinato può ingannarsi.

Il punto è che non succede solo con i suoni di creare associazioni mentali non esatte se ci mancano informazioni di contesto. Ma non è necessariamente un male. A volte permette di mettere in relazione idee che sembrano distanti, e di trovare metafore efficaci per spiegarsi.

Per esempio, potrebbe non esservi mai venuto in mente di spiegare il mestiere del futurista descrivendo cosa significhi fare il direttore d’orchestra.

Devi essere in due luoghi contemporaneamente. Devi essere nel presente, immerso nel presente, nel punto esatto in cui succedono le cose. Ed essere in grado di avere delle reazioni in base a cosa succede in quel momento. Ma devi anche essere un po’ più avanti. In certi casi si tratta di una frazione di secondo, a volte di pochi secondi. In altri casi devi essere almeno a 15 minuti di distanza dal presente.

Esa-Pekka Salonen descrive così la direzione d’orchestra, parlando di “The Art of Conducting” in un’applicazione meravigliosa della Touch Press, The Orchestra. Ho eliminato la fase di attacco e la fase conclusiva del suo discorso: non sono parole così diverse da quelle che si adattano bene al mestiere del futurista.

Il futurista si occupa di capire, a partire dal presente, le tendenze del futuro. È un mestiere fatto di osservazione, analisi e attenzione ai dettagli – o per dirla come va detta – ai segnali deboli che non tutti siamo in grado di cogliere o interpretare con la stessa efficacia.

L’obiezione è facile: la partitura è già scritta, il futuro no.
Se però avete idea dell’allenamento mentale necessario per la lettura di una partitura, sapete che gli occhi non si tengono sulla parte di spartito che si sta eseguendo, ma almeno un paio di battute più avanti. La migliore esecuzione è quella che riesce a stare nel presente tenendo la testa nel futuro.

In due righe:
  • Un tizio che conosco e fa il futurista di mestiere me la spiega parlandomi di come si guida la moto: «quando guidi la macchina puoi guardare gli stop della macchina davanti. Sulla moto hai bisogno di tempi di reazione diversi: devi guardare il più avanti possibile e cercare di “predire” cosa succederà.» È questione di metafore di riferimento, a volte.
  • Per dirla più seriamente: I futuristi del XXI secolo
  • Ci sarebbero altre metafore da indagare: Effetti e illusioni acustiche

Duty Calls, xkcd Sul finire degli anni ’80 si cominciò a usare su Internet la parola “troll” per indicare qualcuno che si comportava intenzionalmente come elemento di disturbo all’interno delle comunità online.

All’inizio era un comportamento relativamente innocuo, confinato a singole discussioni su Usenet. Judith Donath, professore al M.I.T., la definiva “tattica pseudo-naïve”: consisteva nel porre domande stupide e vedere chi abboccava.

«Oggi Internet è molto più che qualche stramba discussione in un forum. È un mass media che definisce chi siamo e le nostre relazioni con gli altri» si diceva in The Trolls Among Us, un lungo articolo del 2008 del New York Times, se volete immergervi in una lettura del passato, sotto tanti punti di vista.

Su Fertile Medium, rubrica di «consigli per chi vive online» [A List Apart], alla domanda che suona più o meno “se mi piace comportarmi così sono un troll?” Derek Powazek risponde: «”Troll” è uno dei termini più fraintesi delle comunità online: è un vero peccato, perché in realtà, capire di cosa si tratta è sempre più un requisito necessario per stare in Rete.»

I troll sono fondamentali perché ci costringono a riflettere prima di scrivere una risposta impulsiva. Non solo: ci stanno aiutando nel diventare sempre più sottili nel distinguere gli intenti di comunicazione in ambienti online. Se in altri contesti siamo già in grado di distinguere ironia e sarcasmo, dice Powazek, online lo diventeremo. Ci vorranno al massimo un paio di generazioni, osserva.

Negli ambiti in cui la Rete ha ribaltato i rapporti di forza tra chi pubblica e chi legge (l’editoria, il giornalismo), la comprensione di queste sfumature è ancora più impegnativa. Il pubblico non sta più in silenzio, ma ha – alla proverbiale portata di clic – la possibilità di dire la sua: Stand up for trolls! Despite recent controversies, we need online comments now more than ever, di Rob Williams [The Independent], è un applauso a questa possibilità, e poco importa che apra le porte anche ai troll. L’apertura al confronto con i lettori non può che essere un bene se dà una scossa a sistemi chiusi, autoreferenziali e distanti dalle persone. La comunicazione dall’alto non è più di questo mondo già da qualche tempo.

«Il problema del chiedere alle persone cosa pensano è che potrebbero rispondere», dice Williams. «Questo è il problema, ma anche l’opportunità.»

PS: altro tipo di troll, ma di grandi insegnamenti anche lui, quello che sentenzia «stay away from the voodoo». Provare per credere.

In due righe
  • There’s an app for that: Don’t feed the troll, un giochino sull’app store. Orsetti circondati da troll. Sembra essere noioso al di là di ogni limite.
  • Una presentazione di Nicole Sullivan (maggio 2012) con dei consigli pratici su come gestire i troll (su Slideshare). Su RationalWiki avete invece una specie di How To con lo stesso scopo.
  • Dopo i consigli anti-troll non può mancare l’enciclopedia per aspiranti tali: stando a Encyclopedia Dramatica, per esempio, dovreste essere in grado di padroneggiare con destrezza grammatica e sintassi, o potete scordarvi il ruolo.