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Letizia Sechi

Le parole del cambiamento: i neologismi

Sappiamo descrivere con parole appropriate la realtà per com’è? E per come la immaginiamo? Se descriviamo un problema con parole imprecise, quale problema potremo riuscire a risolvere?

Quanto è dibattuto il tema dell’evoluzione, del cambiamento, in questi decenni di innovazione frenetica1? La diffusione dell’intelligenza artificiale è solo uno degli eventi più recenti: ha amplificato il timore di non stare al passo, con il rischio di farci perdere lucidità nelle decisioni, nelle azioni e prima ancora nella comprensione di cosa accade intorno a noi.

La comprensione richiede tempo e parole precise. Mi rendo conto che può sembrare una questione di prospettiva: tu lavori con le parole, mi dirai, certo che le parole ti sembrano alla base di tutto. Ma cosa possiamo cambiare, se non sappiamo descrivere con parole appropriate la realtà che ci circonda o quella che immaginiamo, che desideriamo costruire? Se ci poniamo un problema con parole imprecise, quale problema potremo mai risolvere? Come pretendiamo di guidare l’evoluzione, qualunque cosa significhi?

Se non prestiamo attenzione alle parole, come possiamo capire quando ce ne servono di nuove per indicare e descrivere ciò che prima non c’era?

Per questo, oggi parliamo di neologismi.

Io quando vi vedo affrontare un problema sottovalutando l’importanza delle parole che usate per descriverlo. Foto di Aravind Reddy Tarugu su Unsplash
Io quando vi vedo affrontare un problema sottovalutando l’importanza delle parole che usate per descriverlo. Foto di Aravind Reddy Tarugu su Unsplash

Sulle parole: quelle nuove, e destinate a restare

Cosa sono i neologismi

Creiamo parole nuove per dare un nome alle trasformazioni del mondo, ai progressi della conoscenza, all’emergere di realtà, concetti, sensibilità o comportamenti nuovi.

La neologia è «il processo di arricchimento del lessico di una lingua attraverso la creazione di parole nuove, cioè di neologismi in senso stretto, o attraverso l’attribuzione di un nuovo significato a parole già in uso nella lingua2», che De Mauro definiva neosemie.

La stessa parola “neologia” ha una storia emblematica: viene dal greco antico (néos, nuovo e lógos, parola, discorso), ma la accogliamo nell’italiano dal francese, in cui la parola néologie era diffusa già nel Seicento per descrivere sia la creazione di nuovi termini, sia l’adozione di nuove parole nella lingua. In Italia si diffonde tra Settecento e Ottocento, quando dal francese ereditiamo molti termini legati alla filosofia, alla letteratura e alla linguistica.

Quando c’è bisogno di dare un nome a un oggetto o a un concetto in precedenza sconosciuto, si mette in moto un meccanismo proprio di ogni lingua: la possibilità di formare o costruire parole nuove, o neologismi. Ognuno di noi può formare parole nuove: tra i vari fattori che influiscono su questa capacità, l’età, per esempio, pare avere un ruolo di rilievo. Nell’infanzia l’invenzione di parole nuove risponde alla necessità di esprimere desideri, comunicare stati d’animo e bisogni che non si sanno denominare altrimenti. In età giovanile i neologismi servono ad allontanarsi dalla norma linguistica condivisa dagli adulti, per marcare il proprio spazio anche nel linguaggio. Da adulti le parole nuove in genere sono strumenti per denominare realtà sconosciute, ma anche per comunicare in modo allusivo sfumature eufemistiche, scherzose, ironiche o polemiche3.

La sorte di un neologismo dipende soprattutto dal reale bisogno di dare un nome a oggetti, concetti o fenomeni non ancora conosciuti, e dall’accoglienza che riserva loro la comunità di persone che parlano quella lingua.

Qui vorrei parlare del primo gruppo: delle parole che formiamo per denominare qualcosa che prima non esisteva.

Parole nuove per nuove realtà

Ognuno può formare parole nuove grazie alla propria competenza lessicale. In questa competenza, i linguisti distinguono due piani:

Ogni persona può praticare i due piani anche in modo molto differente. Non ci sorprenderà notare che alcuni dei neologismi più visionari arrivino da persone che si occupano di descrivere il presente con precisione, o di cogliere nel presente segnali che permettono di riflettere sul futuro.

Pensa per esempio al neologismo onlife, coniato dal filosofo Luciano Floridi per descrivere l’esperienza che viviamo in un mondo iper-connesso dove non esiste più la distinzione tra essere online o essere offline.

Parole nuove per nuovi immaginari

C’è un’intersezione forte tra chi riflette sul futuro e chi racconta di futuri possibili. In italiano diciamo fantascienza per tradurre l’inglese science fiction: nomi entrambi novecenteschi per indicare un tipo di narrativa ben più antica, se ci allontaniamo dallo stereotipo impreciso dell’immaginazione legata alla tecnologia. “Cosa succederebbe se…?” è la domanda che porta alla narrazione di vicende immaginarie che chi scrive, portando all’estremo le sue considerazioni sulla realtà, pensa che potrebbero accadere4.

Per definizione, la letteratura fantastica in generale, non solo la fantascienza, ha bisogno di creare parole per indicare cose che non esistono. Ma se nella realtà quotidiana difficilmente abbiamo bisogno a parlare di “babbani”5, può invece capitarci di sentire discorsi sul cyberspazio, o sul metaverso6.

Cyberspazio è una parola macedonia: un neologismo, cioè, formato dall’unione di due parole esistenti, in questo caso “cibernetica” e “spazio”. La parola “cyberspazio” si diffonde negli anni Ottanta, grazie allo scrittore di fantascienza William Gibson e al suo romanzo Neuromante. Gibson la usò per descrivere uno spazio virtuale dove attraverso il computer le persone potevano interagire con dati digitali, anticipando concetti come Internet e realtà virtuale. La parola unisce “cyber” (legato al mondo delle reti e del controllo digitale) con “spazio”, dando l’idea di un mondo immateriale e digitale in cui avvengono le interazioni.

Neuromante dà il via al movimento cyberpunk. La rilevanza del linguaggio e della necessità di nuove parole e stili la spiega limpidamente Bruce Sterling, nell’introduzione a Cyberpunk: antologia assoluta.

Con l’invenzione del cyberpunk e della sua prosa densa e frenetica, volevamo che le cose nuove diventassero pensabili, descrivibili e forse perfino convincenti. […] Cercavamo una nuova forma di linguaggio che potesse anticipare gli eventi.

Allontanandoci per un attimo dai neologismi, pensate al newspeak di Millenovecentottantaquattro, di Orwell: la lingua del regime, che impedisce letteralmente di esprimere un’opinione che si discosti da quella approvata dal potere. Il newspeak non è propriamente un neologismo, ma una lingua inventata, che priva le persone degli strumenti per esprimere pensieri diversi da quello dominante. Come traduci in italiano una lingua costruita sulle regole dell’inglese, che «si costituisce in esplicita contrapposizione a esso, ma nella sua stessa natura incorpora e porta all’estremo certi aspetti caratteristici della lingua inglese7»?

La lingua inglese diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono sciocchi, ma la sciatteria della nostra lingua ci rende più facile nutrire pensieri sciocchi. Il fatto è che il processo è reversibile.

George Orwell, Letteratura palestra di libertà

La neolingua del Duemilaventiquattro

Non so se sia stato scritto un romanzo Duemilaventiquattro, ma di certo in molte situazioni avverto effetti da newspeak orwelliano. Gli usi bislacchi dell’inglese in azienda: non scorderò mai la collega che chiudeva una telefonata promettendo un documento as soon as asap, o il pullulare di persone confidenti che vorrebbero solo mostrarsi fiduciose in qualcosa o qualcuno. O le conferenze che abbracciano il cambiamento, le aziende che lavorano con le persone, per le persone, i prodotti innovativi che rivoluzionano il settore, e mi fermo qui perché ho già scritto parecchio, e di questi esempi ne potresti fare tu altrettanti.

Quindi torno a chiedere: cosa possiamo cambiare, se non sappiamo descrivere con parole appropriate la realtà o il modo in cui la immaginiamo? Se non prestiamo attenzione alle parole, come possiamo renderci conto che ce ne servono di nuove per descrivere ciò che prima non c’era? Possiamo usare meglio le parole che abbiamo già per scoprire, vedere con più chiarezza il bisogno di definire nuovi concetti da definire? Quali delle parole nuove emerse in questi anni sarà destinata a restare?

Esercizi

Un libro

C’è bisogno di nuovi nomi era (nel 2014) «l’esordio di NoViolet Bulawayo che ha sorpreso pubblico e critica, ha fatto subito pensare ai grandi narratori che hanno raccontato l’esilio e le nuove patrie, da Zadie Smith a Monica Ali.»

Su Amazon c’è una bella recensione. Dice: «Romanzo duro, spietato, eppure sempre intenso e talora delicatissimo, sostenuto da un linguaggio epicamente creativo. Le parole possono cambiare il mondo e la bambina, protagonista e voce parlante del romanzo, cerca di fatto continuamente parole nuove perché vuole cambiarlo, il mondo. Forse le parole dette dai bambini diventano diverse, nuove rispetto a quelle stesse che i bambini hanno ascoltato.»

Se ti interessa, compralo subito: è uno di quei libri che nell’editoria italiana ha una vita faticosissima. È uscito nel 2014, non mi stupirei di non trovarlo più in circolazione, tra non molto.


Tre link

Note

  1. Ti ricordi quando su Internet era tutta disruption? 👵🏼
  2. Neologia, Treccani
  3. Le sfumature allusive, ironiche, polemiche, ci porterebbero verso i neologismi introdotti dal giornalismo, ma non è quella la strada che volevo percorrere.
  4. Potresti obiettare, non a torto, che “Cosa succederebbe se…?” sia alla base più o meno di qualunque narrazione. Ma staresti sottovalutando l’elemento fantastico: Sliding doors è un perfetto “cosa succederebbe se…?” ma non lo classificherei come fantascienza.
  5. Dai che lo sai cosa sono i babbani, non facciamo la figura di una balbettante bambocciona banda di babbuini.
  6. Per metaverso, se la curiosità ti attanaglia, ti rimando al lemma su Wikipedia.
  7. La nota del traduttore scritta da Vincenzo Latronico per l’edizione Bompiani del romanzo di Orwell illumina il lavoro raffinatissimo che occorre per affrontare opere come queste (e un grande grazie ad Andrea Tramontana che mi ha aiutata a recuperarla). Ti consiglio di leggere anche Intervista ai traduttori di Orwell: Nineteen Eighty-Four. Io non riesco a non pensare a quel libro di Seth Godin in cui gli influencer sono diventati starnutitori. Ti dico qual è solo se mi scrivi.

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