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Letizia Sechi

Prepararsi a parlare

Tra parlare e scrivere le differenze non sono poche, ma quando si tratta di discorsi preparati i tratti in comune aumentano. Il primo, naturalmente, è la struttura del discorso.

Il 13 e 14 ottobre, a Venezia, c’è stato il XVII Summit di Architecta. Il tema di quest’anno era Dire, Fare, Progettare. Perché un atto linguistico è (un atto) generativo. Rinnovo i miei complimenti al board in carica – Daniela Barutta, Damiano Biasin, Salvatore Chiarenza, Tatiana Cazzaro, Davide Tomasella – per aver espresso un così forte e concreto senso di comunità, che ci ha fatti sentire tutti accolti e riconosciuti. Grazie.

Sto preparando un articolo da leggere con calma sul mio intervento al Summit, Quanto vale investire nelle parole?. Spero di averlo pronto per la prossima newsletter, se ti interessa leggerlo.

Altre brevi informazioni di servizio.

Foto di Kane Reinholdtsen su Unsplash
Foto di Kane Reinholdtsen su Unsplash

Sulle parole: prepararsi a parlare

Ho perso il conto delle occasioni in cui ho parlato in pubblico, dal 2010 a oggi. Il tempo mi ha insegnato a gestire l’ansia da palcoscenico e con l’esperienza è arrivato il rovescio della medaglia: il rischio di prendere sottogamba la preparazione. Sono una che procrastina, inutile fingere attitudini che non ho, ancora di più se ho un tempo comodo a disposizione.

Per Architecta, però, volevo che andasse in modo diverso. Quando all’inizio di agosto ho saputo che la mia proposta per la conferenza era stata accolta, ho provato a non lavorare con il pilota automatico e a sperimentare un metodo di lavoro che mi facesse sentire un po’ scomoda.

Scrivere l’abstract mi era costato poca fatica, ma non riuscivo a ingranare sulla struttura del discorso. Questo era l’abstract.

Dimostrare ai clienti – e spesso anche ai designer – che la scrittura è una competenza su cui è intelligente investire è complicato. Come possiamo provare che ne vale la pena? Come possiamo dimostrare, dati alla mano, che parole curate portano risultati tangibili? Proviamo a spiegarci meglio. Proviamo a ripartire da una domanda: cosa si fa quando si scrive bene?

Di fatto lasciavo aperte delle domande senza darmi grandi appigli, e stabilivo un punto di partenza: spiegare cosa si fa quando si scrive bene. Una nebbia di frustrazione e occasioni mancate mi aveva aiutata a proporre il tema, ma non a risolverlo. Ed ecco che, con la lettura del pensiero tipica degli algoritmi*, mi capita davanti un post sponsorizzato.

No, ok, non era proprio questo il post sponsorizzato, ma rende l’idea.
No, ok, non era proprio questo il post sponsorizzato, ma rende l’idea.

Così mi ricordo dei tipi di Sefirot, che conoscevo già per altri mazzi di carte come Fabula ed Edito. Cicero, il mazzo pensato per il public speaking, sembrava un modo interessante per indirizzare le idee, e ho voluto provarlo. Quale occasione migliore per tergiversare? Provare quasi in zona Cesarini** un nuovo metodo di lavoro che comprende anche l’acquisto di uno sfizioso strumento di scrittura!

Ma partiamo dall’inizio, torniamo ad agosto.

Idee e fonti

L’invio della candidatura per Architecta è stato l’ultimo atto lavorativo, a fine luglio, prima di accasciarmi asfissiata dal caldo, stremata godermi un periodo di relax per ossigenare le idee. Nel concetto di relax, per me, rientra la cura (il gardening, direbbero gli anglosassoni) del mio archivio di letture a cui non riesco a dedicare il tempo che vorrei nel resto dell’anno***.

In agosto, quindi, mi sono dedicata a raffinare la ricerca e a organizzare le fonti utili per l’intervento.

La fase di ricerca è la più stimolante, ma anche la più dispersiva: temiamo di non essere abbastanza esaustivi, di trascurare qualcosa di fondamentale. Meno abbiamo chiara la struttura del discorso e più il rischio è alto, in genere, specie quando parliamo di qualcosa in evoluzione, su cui ci sembra si scriva qualcosa di interessante e nuovo ogni giorno.

Quando ci troviamo in questo stato d’animo ricordiamoci: l’esaustività è una chimera e l’impressione che ogni giorno rischiamo di perderci qualcosa di cruciale è l’anticamera della FOMO. Prendiamo un bel respiro, rassereniamoci e ritroviamo la concentrazione.

Per arrivare in fondo a questa lista di azioni ho stabilito il tempo che avrei dedicato a ciascuna, così ho imbrigliato la tentazione di dilungarmi troppo. In tutto ho impiegato forse tre giorni, spalmati in un paio di settimane (perché era agosto, volevo anche andare in spiaggia, non scherziamo).

Faccio la spiritosa, ma se avessi lavorato a questa lista in tre giorni serrati non sarebbe stato utile. Sarei stata stanca e non mi sarei concessa il tempo di cogliere alcune relazioni che invece hanno avuto modo di generarsi nello spazio vuoto tra un’attività e l’altra. Le idee hanno i loro tempi, non funzionano in giornate-uomo perché così ci torna più comodo fatturarle.

Alla fine di questa fase mi sono ritrovata con fonti di valore selezionate, con le citazioni efficaci evidenziate, categorizzate. Ma la struttura del discorso ancora non c’era. È qui che Cicero si è rivelato utile.

La struttura del discorso

Insomma ero lì, con questo splendido puzzle di fonti classificate, e non trovavo il bandolo della matassa. Un modo di dire ideale, per la mia situazione: capire da dove cominciare era proprio ciò che mi sfuggiva. Mi mancava, per stare nella metafora, il filo logico, quello che avrebbe messo in relazione le categorie e mi avrebbe permesso di raccontarle nell’ordine giusto, facendo emergere il senso.

Ho aperto il pacchetto di Cicero e ho provato a capire dove mi avrebbe portata.

Le carte di preparazione della presentazione.
Le carte di preparazione della presentazione.

Le prime carte servono a definire i confini del discorso. La più utile, per me, è stata la carta obiettivo: qual era il mio scopo? Lo sforzo di sintetizzarlo in una frase, anzi, in poche parole su un post-it, mi ha aiutata a trovare il punto a cui tutto doveva tendere. Ti sento che mi dici “Letizia, ma avevi bisogno di un mazzo di carte per ricordarti che ogni atto di comunicazione deve avere un obiettivo?”. Hai ragione. A tutti a volte serve un grillo parlante che ricorda le cose essenziali.

Anche la carta Aspettative e Obiezioni è stata interessante. Mi ha aiutata a stanare alcuni punti deboli o dati per scontati.

Le carte per sviluppare i nodi di Cicero
Le carte per sviluppare i nodi di Cicero

Le carte per lo sviluppo dei nodi sono state cruciali. C’è un numero di nodi consigliato in base alla durata della presentazione – nel mio caso erano quattro – e per ciascuno le carte invitano a trovare una frase chiave. Questo mi ha permesso di scardinare l’impostazione in domande che avevo adottato per l’abstract**** e a cui mi ero abituata, e di ragionare per affermazioni. Qualcosa a questo punto ha fatto clic: la scaletta, come si usa dire, si è scritta da sola, sulla base di queste quattro affermazioni:

Per ogni nodo, le carte invitano a indicare delle prove a supporto di ciò che si afferma: il mio lavoro sulle fonti è tornato in gioco. Da qui in avanti ho seguito meno le carte, perché l’argomentazione si è dispiegata con più facilità.

Ho trovato interessanti anche le carte sui livelli, che vanno combinate alle carte sulla disposizione. Invitano a curare certi dettagli dell’esposizione: non avevo bisogno di essere così accurata, ma mi hanno fatto fare attenzione a distribuire momenti di leggerezza nel discorso.

Le carte per i livelli di Cicero.
Le carte per i livelli di Cicero.

Iterazioni o fasi di revisione

Il discorso era imbastito. A questo punto si trattava di distribuire le fonti al posto giusto, lavorando sui nessi logici. Poi restava da limare il linguaggio, curare la formattazione e – per il poco che consentono le mie capacità – l’estetica.

Questi cicli di revisione si raccontano in poche righe, ma hanno bisogno di tempo: per filtrare ciò che non serve bisogna lasciarlo decantare.

Alle slide con belle foto (e basta) preferisco le slide con le cose scritte. Lo so, lo so, è il contrario di quello che si dovrebbe fare. Eppure io, da partecipante, apprezzo poter rileggere e ricordare o capire meglio qualcosa. Se le slide non devono esserci, tanto vale non averle.

Una cosa che cerco di fare sempre è trovare qualcuno disponibile ad ascoltare l’idea in anteprima e a farmi capire se è abbastanza chiara, se manca qualcosa o al contrario ce ne sono troppe. Ringrazio di nuovo Paola Casarsa, Laura Cappelli, Chiara Ruiu, Alessandra Cristofari, Helena Antonelli e Daniele Muscella, che in momenti e modi diversi mi hanno aiutata a rafforzare questo discorso.

Un poco di arte scenica

Non provo la presentazione prima di salire sul palco, non ne sento il bisogno. In modo abbastanza naturale, quando ho chiuso le slide, creo degli appigli mnemonici – in questo le iterazioni per la revisione aiutano – e cerco di fissare le connessioni tra un argomento e l’altro. In questa parte l’esperienza, effettivamente, gioca la sua parte. Secondo il parere di chi mi ha ascoltata, per esempio, questa volta sono riuscita a non parlare alla velocità della luce.

Pensare con il corpo

In uno degli ultimi post Doug Neill crea una sintesi visiva di The Extended Mind, di Annie Murphy Paul. Puoi vederla in video o leggerla. La parte riguardo al pensare attraverso i gesti mi ha fatto riflettere sul mio comportamento sul palco: proverò a leggere il libro, ti farò sapere.

The Extended Mind by Annie Murphy Paul – A Visual Summary by Doug Neill
The Extended Mind by Annie Murphy Paul – A Visual Summary by Doug Neill

Esercizi

  1. Ritrova quell’episodio di un podcast che ti è piaciuto molto (le interviste non valgono), e prova a smontarlo per risalire alla struttura. Concentrati sul modo in cui si passa da un argomento a un altro, sulle relazioni che mettono in evidenza.
  2. Scegli un format di presentazione molto noto, quello dei Ted Talk, per esempio, o dei Keynote di Apple. Osserva gli elementi di messa in scena ricorrenti, quelli che ce li fanno sembrare tutti un po’ simili. Rifletti sui vantaggi e gli svantaggi di questa somiglianza.

Un libro

Genesis, di Bernard Beckett, è un libro del 2006 (la prima edizione italiana, tradotta da Beatrice Masini, è del 2008). È un romanzo di fantascienza, una distopia in cui Adam Forde, morto nel 2077, con il suo sacrificio ha dato origine a una nuova era. In una società attanagliata dalla paura delle epidemie e del diverso, ha sfidato l’intelligenza artificiale e cambiato per sempre le sorti del mondo.

Che cosa rende l’essere umano diverso da una macchina? Le emozioni? La coscienza? L’anima? E se fossero solo Idee, che come parassiti ci hanno contagiato, nascondendoci la verità? È un romanzo di fantascienza del 2006, considerato per ragazzi. Quanti libri strepitosi e visionari ci perdiamo, se ci lasciamo influenzare dalle etichette.

Tu ti prendi gioco di me perché il mio tempo di vita è breve, ma è proprio questa paura di morire che soffia in me la vita. Io sono il pensatore che pensa il pensiero. Io sono curiosità, io sono ragione, io sono amore e sono odio. Io sono indifferenza. Io sono il figlio di un padre, che a sua volta è il figlio di un padre. Io sono la ragione per cui mia madre ha riso e la ragione per cui mia madre ha pianto. Io sono lo stupore e io sono stupefacente. Sì, il mondo può premere i tuoi pulsanti nel passare attraverso i tuoi circuiti. Ma il mondo non passa attraverso di me. Vi indugia. Io sono in esso ed esso è in me. Io sono il mezzo attraverso il quale l’universo è arrivato a conoscere se stesso. Io sono la cosa che nessuna macchina potrà mai fabbricare. Io sono il significato.


Tre link


Note

** “Quando dai il tuo nome a un pezzetto di tempo, […] qualcosa nella vita lo hai fatto” » perché si dice “zona Cesarini”

*** Se anche nel resto dell’anno ho meno tempo di leggere per bene tutto ciò in cui mi imbatto e che sembra interessante, cerco comunque di salvarlo in archivio: ne parlavo qualche numero fa. Ma come, dirai tu, fai passare così tanto tempo tra l’archiviazione e la lettura? Sì. In questo modo le cose irrilevanti si eliminano da sole, mentre quelle di valore rimangono valide anche a distanza di tempo. Sulle prime, alla fine, non valeva la pena sprecare attenzione.

**** Vecchio vizio retorico dei manuali di informatica per cui ho lavorato un paio d’anni, lo confesso, un vero imprinting. Non ne ho un’opinione per forza negativa, se usato con criterio.

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