Salta al contenuto
Letizia Sechi

Da una forma all’altra: testi metamorfici

Come scrivere testi fluidi, adattabili a più ambienti di lettura.

Prima di iniziare

Ci sono molte nuove persone iscritte alla newsletter: Substack mi suggerisce di ringraziare Gynepraio per aver consigliato di leggermi. Quindi grazie di cuore per le belle parole, Valeria, e benvenute a tutte.

Per chi può, segnalo la possibilità di donare per la ricostruzione della Sala Ragazzi della Biblioteca Manfrediana di Faenza, che ha perso praticamente tutto a causa dell’alluvione. I dettagli sul sito della rivista Liber.

E ora veniamo a noi.


Era leggera la newsletter su classificazione e linguaggio, vero? Se scrivi, o se hai interesse a capire come si scrive bene, non è un tema che puoi ignorare. Però è possibile che avessi aspettative diverse, per questa newsletter: argomenti più pratici, immediatamente legati alle pratiche della scrittura. Per questo ti chiedo di rispondere al sondaggio: mi aiuti a pianificare gli argomenti e a scegliere come affrontarli senza assecondare (solo) i miei gusti.

Riparto proprio dai contenuti della scorsa newsletter per affrontare un lavoro che sembra semplice solo quando lo sai già fare. Come si lavora su un testo lungo per passare alle mille varianti più brevi per distribuirlo in altri ambienti di lettura?

Stiamo per fare un esercizio di scrittura, non di content strategy*. Tienilo presente, e apriamo le danze.


Sulle parole: adattare un contenuto a più ambienti

Questa newsletter, come racconto nella presentazione, segue uno schema: scelgo un tema principale che segna il percorso per completare le altre sezioni. In questo modo posso scrivere in maniera snella: lavoro facilmente sulle sezioni brevi e leggere, dedico più cura a quella principale.

In altri ambienti condivido alcune parti, in diversi formati: su Instagram (come post e storie) e su LinkedIn (come carosello, una mini presentazione). Non parliamo della scelta dei canali: vorrei concentrarmi sul lavoro di adattamento del testo, che tiene conto del contesto e della motivazione alla lettura.

Ci sono fondamentalmente tre passaggi.

  1. Scelgo quale parte del contenuto condividere in base all’ambiente e al formato.
  2. Preparo le sintesi dei contenuti scelti e le impagino per i diversi formati.
  3. Preparo i testi che accompagnano le sintesi.

Una questione di contesto

Post, storie, reel sono contenuti che combinano più linguaggi – testo, immagini, video, sottotitoli, didascalie, gif, sottofondi musicali – in ambienti che ci invitano a consumarli con interazioni veloci, uno dopo l’altro.

L’ambiente in cui incontriamo i contenuti ha un ruolo sull’attenzione che siamo in grado di dedicargli. Anche la nostra motivazione a soffermarci per decifrare quel contenuto e i vari linguaggi che lo compongono gioca la sua parte. L’attenzione deve fare i conti con il contesto dentro e fuori dallo schermo, e nella nostra mente.

Nella gara spietata per la conquista dell’attenzione, la parte testuale di questi contenuti si piega alle regole del gioco, spesso al ribasso. Non trasformare la semplicità in banalità, irrilevanza o rumore è la sfida. Tenere il contesto al centro del ragionamento ci aiuta a trovare opportunità appropriate a ogni ambiente, senza perdere sostanza.

Passiamo alla pratica.

L’annuncio della newsletter

Il giorno prima dell’invio del nuovo numero preparo una sintesi per ricordare la nuova uscita e invitare chi vuole a iscriversi o a consultare l’archivio dei numeri precedenti. Non sono brava con la grafica, ma sui social media non se ne può fare a meno: scelgo una forma poco (credo) dannosa, quella scritta, che ha il difetto di non essere la più accessibile – e probabilmente nemmeno quella più di impatto. Sull’accessibilità intendo lavorare meglio, e scusate se fin qui non è l’aspetto più curato.

Nell’immagine c’è una citazione, un’ispirazione sull’argomento di cui parla il nuovo numero. Il testo che accompagna l’immagine è una sintesi, per priorità.

Il post su LinkedIn che annuncia l’uscita della scorsa newsletter.
Il post su LinkedIn che annuncia l’uscita della scorsa newsletter.

Su LinkedIn, come su Instagram, ho scritto un testo di 399 caratteri. Non sono pochissimi: cerco di renderli più leggibili con i pochi strumenti a disposizione, quindi spazio almeno i paragrafi. Cos’altro avrei potuto fare e non ho fatto? Differenziare il tono di voce per i due ambienti, per esempio.

Poi mi sono ricordata del povero Twitter: 399 caratteri, qui, proprio non ci stanno. Possibile sintetizzare ancora? Possibile. Pessimo posizionamento, ho rinunciato a qualunque hashtag. Pazienza. Badiamo ai testi, per il momento.

Il tweet che annuncia l’uscita della scorsa newsletter, con un bellissimo refuso.
Il tweet che annuncia l’uscita della scorsa newsletter, con un bellissimo refuso.

Da 399 a 197 caratteri, 201 se correggiamo il refuso. Cosa ho fatto?

I due testi a confronto
I due testi a confronto

La sintesi comporta una scelta: ci obbliga a riflettere su cosa nel testo è davvero irrinunciabile perché il senso del messaggio non si perda e l’informazione rimanga chiara e completa.

Questa è stata la mia scelta, che in entrambi i casi conserva tutti gli elementi stabiliti per annunciare la newsletter (argomento principale, ruolo del linguaggio, dettaglio curioso). Tu ne avresti fatta una diversa?

Il tema principale

Ho scelto di condividere la parte principale della newsletter attraverso una mini presentazione. Come dicevo, non è detto che sia il modo più efficace per catturare l’attenzione degli algoritmi nei diversi ambienti in cui le pubblico, ma adesso non è questo il punto che ci interessa.

Ho a disposizione massimo 10 immagini, il formato è quadrato. Ho scelto di scrivere, e devo mantenere il testo leggibile entro questi confini. Lasciate perdere anche l’estetica e teniamo l’attenzione sulle funzioni.

Questi elementi permettono di riconoscere a colpo d’occhio il tipo di testo che si sta per leggere.

Il testo principale:

Questo modello (template, se preferisci) aiuta a schematizzare. Se il testo lungo di partenza è strutturato** bene sarà semplice trasformarlo a seconda delle necessità, con minimi aggiustamenti.

Oltre alla sintesi, cosa potrebbe essere conveniente modificare?

In qualche caso semplifico il linguaggio. In parte perché permette di migliorare la sintesi stessa, in parte per adattarlo al livello di attenzione, di motivazione alla lettura o di conoscenza dell’argomento che suppongo di incontrare. Se ricevi questa newsletter la tua motivazione e attenzione potrebbero essere più alte di quelle di chi incrocia per caso il carosello su Instagram.

Potrei adattare anche il tono di voce ai diversi ambienti, ma è una scelta che ho deciso di non fare, almeno per ora.

La mini presentazione (o carosello) che sintetizza l'argomento principale della scorsa newsletter. In nessuno degli ambienti in cui l'ho condivisa la troverai in questa forma: l'interazione con questa informazione prevede che tu debba sfogliare un riquadro dopo l'altro. Questa linearità, ovviamente, gioca un ruolo importante nel pensare il contenuto.

Vantaggi dei contenuti strutturati

La sintesi è una parte del lavoro evidente, su questi testi, ma non è la più rilevante. È la struttura che permette di rendere i contenuti flessibili, o per meglio dire fluidi***. Questo aspetto acquista ancora più valore nel digitale, in cui la necessità di adattare lo stesso contenuto a più circostanze è costante.

Facciamo una prova: cambiamo contenitore. Proviamo a spostare tutti i testi di cui abbiamo parlato nel layout delle Cornell Notes.

Rispetto al modello è una leggera forzatura, ma tutto sommato funziona.

Il modello per le Cornell Notes nell’app di GoodNotes di cui ti parlo dopo.
Il modello per le Cornell Notes nell’app di GoodNotes (di cui ti parlo dopo).

Esercizi

Un libro

Cosa succede al testo quando cambia supporto, o meglio, quando i supporti in cui può trovarsi non sono più caratterizzati dalla fissità ma dalla fluidità? Cosa succede alla scrittura (e alla lettura)? Il passaggio dalla carta al digitale ci obbliga a pensare più attentamente alla struttura di ciò che scriviamo, non solo in termini lineari, ma anche in termini di relazioni.

Il testo digitale è stato pubblicato nel 2010, e come tutte le scritture costruite senza la fretta di stare sulle ultime notizie riesce a rimanere in larga parte valido e utilissimo ancora oggi. Ve lo consiglio per allontanarvi di qualche passo dall’articolo più recente su “Le cinque regole per scrivere la didascalia perfetta su Instagram” e mettervi a disposizione la logica, la visione necessarie per continuare a scrivere bene anche quando Instagram non ci sarà più.

Digitalizzare un testo significa prima di tutto collocarlo su un nuovo supporto. Il supporto in questione tuttavia possiede la specificità di risultare percettivamente imponderabile, senza peso e senza materia, o almeno dotato di una poco intuitiva collocazione spazio-temporale. Un testo digitalizzato […] possiamo dire che non possiede una forma propria, ma che può essere trattato a piacimento a seconda dell’uso e del contesto. Caratteri, formato, colore, dimensioni sono parametri da definire, così come l’output (il device per usare un termine tecnico) sul quale il testo troverà la sua base più o meno definitiva.

[…]

Modificando il nostro approccio alla lettura, la digitalizzazione modifica in qualche modo il testo stesso; un testo che, per il fatto di essere collocato su di un nuovo supporto, ne assume tutte le caratteristiche, così segnatamente marcate rispetto alla carta. La computazionalità, la flessibilità, la possibilità di creare convergenze tra i codici, la reticolarità sono i caratteri peculiari destinati a modificare il nostro approccio alla scrittura e alla lettura.

Alessandra Anichini, Il testo digitale, Apogeo (2010), p. 27-28


Tre link


Note

*Mi sono occupata di content strategy per molti anni, e da poco ho chiuso, almeno per ora, ogni collaborazione in questo ambito. È un lavoro che mi ha sfibrata in un modo che non avrei potuto immaginare. Tutto quello che ruota intorno a questa newsletter per me è divertimento, e pazienza se non è ideale per gli algoritmi. Magari ne parliamo meglio un’altra volta, se ti interessa.

**Questa newsletter, per esempio, sarà più difficile da sintetizzare, perché è incentrata prevalentemente su esempi. Qualcosa mi inventerò, sarà un bel gioco.

***Non dirò linguaggio di marcatura: magari anche questo lo diciamo un’altra volta.


Grazie per aver letto fin qui! Per oggi è tutto. Torno da te il 31 maggio.

Ti serve una mano con la scrittura o i contenuti della tua organizzazione?

Guarda cosa posso fare →