Come allenare la vista e facilitare il pensiero creativo
Un numero fuori schema – ma non fuori tema – per imparare da alcuni ostacoli che ho sottovalutato negli ultimi corsi che ho tenuto.
Mentre scrivo questo numero di Alternate Takes il mondo è straziato. Spero che ognuno di voi stia trovando il modo per affrontare questo orrore e fare i conti con i nostri privilegi. Io seguo gli aggiornamenti di poche fonti, serie e misurate, e cerco di evitare il resto. Scrivere mi è di conforto, e allora scrivo.
Avevo promesso un articolo da leggere con calma sul mio intervento al Summit di Architecta, ma ho fatto male i conti: pensavo di avere giornate di 36 ore e invece le scorse settimane sono state concitate. Prometto che arriverà.
Sulle parole: allenare a vedere
Nelle ultime settimane ho lavorato a due corsi impegnativi in modi diversi: il corso di Editoria digitale per il Master in editoria dell’Università di Verona e il corso su Come creare e gestire una newsletter per minimum lab.
Diverso il pubblico: numerosissimo e universitario a Verona (37 studenti!), intimo e adulto con minimum fax. Diversa la motivazione dei partecipanti: un corso tra i tanti a Verona (e forse non il più atteso), un corso scelto per sbloccare idee e progetti con minimum lab. In entrambi i casi si è trattato di lezioni online con delle esercitazioni.
Nonostante premesse e intenti così diversi, mi sono resa conto di due ostacoli che avevo sottovalutato.
Per ragionare sulla struttura serve una vista allenata
Vedere la struttura di un testo non significa saper individuare titoli, paragrafi, elenchi. Questi elementi ci aiutano a orientarci, ma di per sé non sono sufficienti per definire una struttura. La struttura è data dalla funzione che ciascuna parte svolge all’interno del testo: che ruolo ha? Qual è il suo scopo? Quando la gerarchia del testo è visibile, per esempio attraverso i titoli, ci sembra che tutto sia evidente. Ma c’è una trama stratificata più sottile da trovare per capire come un testo funziona: per questa serve allenamento.
Durante il corso per minimum lab avevo proposto un esercizio per lavorare su come creare la struttura di una newsletter, o più esattamente di un template, di un modello in cui abbiamo stabilito quali argomenti affronteremo, in che modo e con quanto spazio*. È vantaggioso lavorare con un modello di questo tipo, perché permette a chi legge di sapere cosa aspettarsi e a chi scrive di farlo più facilmente, e sostenere meglio la regolarità che ha scelto. Le persone si sono trovate in difficoltà con questo esercizio: evidentemente ne ho sottovalutato la complessità. Ho rimediato in corsa, con una variante che ribaltava la prospettiva: anzi che considerare la struttura in astratto, ci siamo esercitati a cercarla in concreto. La propongo anche a voi.
Esercizi
- Leggi alcuni degli ultimi numeri di La lettera di [mini]marketing, la newsletter di Gianluca Diegoli. Riesci a trovare delle sezioni ricorrenti? Descrivile: indica se hanno un titolo sempre uguale, che lunghezza hanno in media, se contengono immagini. Prendi carta e matita, disegna un rettangolo verticale. Come lo suddivideresti per distribuire le sezioni? Annota accanto a ciascuna la sua funzione principale: per esempio questa sezione serve a ______ oppure in questa sezione l’autore _________. Scegli con attenzione i verbi: lo scopo di una sezione in genere si nasconde lì.
- Iniziamo a cogliere più facilmente la struttura dei testi quando abbiamo allenato la vista. Ti consiglio di farlo con tutte le newsletter che ricevi, ma se non sai da dove partire prova con La newsletter di Kanji, The Ux Collective Newsletter e con "Questioni d’orecchio", una newsletter di Andrea F. de Cesco.
Per facilitare la generazione di soluzioni creative il terreno dev’essere preparato in modo accorto
Quando andavo all’università (👵🏼) c’era un detto: nessuno è più conservatore dei giovani. Quando lavoravo in editoria c’era un detto: non esiste industria meno incline al cambiamento dell’editoria. Per la seconda mi sento di aver raccolto un numero sufficiente di indizi a conferma, se non di prove. Per la prima avrei forse bisogno di un sociologo in sala, ma nell’esperienza che ho raccolto insegnando a persone tra i 25 e i 30 anni ho avuto più conferme che smentite. Se consideri che mi capita di insegnare a quella fascia di età in corsi post-universitari di editoria abbiamo davanti una tempesta perfetta.
Un esercizio proposto agli studenti di Verona consisteva nell’analizzare un testo – una parte di un breve saggio – per indagare la possibilità di crearne una versione da leggere in modo non lineare. La richiesta era di individuare i nodi (concetti, parole chiave, sezioni) e di capire se e come metterli in relazione tra loro. Due gruppi hanno lavorato su questa traccia: entrambi si sono limitati ad aggiungere qualche link interno al testo; entrambi hanno mostrato perplessità sull’esercizio (“il testo andava bene così, non c’era molto da aggiungere”). A nessuno è venuto in mente di tirare fuori il contenuto dal suo formato lineare e di farne altro: l’idea più banale, per esempio, sarebbe stata una mappa concettuale.
Credo di aver commesso almeno quattro errori, in questo caso.
- Avrei potuto costruire meglio una base di conoscenza condivisa. In una classe così numerosa è possibile, per strano che possa sembrare, che molte persone non abbiano un’alta alfabetizzazione digitale. Certe possibilità non sono proprio nei radar.
- Avrei potuto fare delle esercitazioni guidate, per mostrare meglio come lavorare sul testo.
- Avrei potuto scegliere un testo più parlante su cui lavorare, qualcosa che si prestasse in modo più evidente alla trasformazione da lineare a non lineare.
- L’invito a uscire dagli schemi avrebbe potuto essere molto più esplicito, invitante. Avrei dovuto scoraggiare meglio il timore di dare una risposta sbagliata.
C’è ancora l’ultima lezione a disposizione per fare meglio.
Un libro
La chiave per progettare bene (testi, corsi, servizi, tutto) è porsi le giuste domande. All the Wrong Questions è il prequel in quattro volumi di Una serie di sfortunati eventi, di Lemony Snickett (che è anche una serie tv). In Italia, a meno che io non mi sia persa notizie clamorose, sono stati tradotti per Salani solo i primi due titoli.
«Perché qualcuno vuole una statuetta che tutti hanno dimenticato?»
«Non saprei» dissi.
Lei aprì la macchina da scrivere per aggiungere qualche frase al suo resoconto. «Sta succedendo qualcosa che ci sfugge.»
«Di solito è così» dissi. «La mappa non è il territorio».
«Che significa?»
«È un’espressione degli adulti per indicare il pasticcio in cui ci troviamo».
«Gli adulti non dicono mai niente ai bambini».
«Anche i bambini non dicono mai niente agli adulti» dissi. «I bambini e gli adulti di questo mondo si trovano su barche completamente diverse, che si avvicinano solo quando noi abbiamo bisogno di farci accompagnare da qualche parte o loro vogliono che ci laviamo le mani».
L’arguzia schietta e malinconica, spesso cruda, di Lemony Snickett mi fa sentire sempre seduta scomoda, mentre lo leggo. Ma non posso cambiare posizione, perché non posso assolutamente smettere di leggere.
Tre link
- Building an antilibrary: the power of unread books. Per Umberto Eco, una biblioteca privata è uno strumento di ricerca. L’obiettivo di un'antilibrary non è raccogliere libri che hai letto per poterli esibire con orgoglio; al contrario, è curare una collezione personale di risorse attorno ai temi che ti incuriosiscono. Non celebra ciò che sai, ma ciò che vuoi esplorare.
- Quali sono i problemi che vi affascinano, di cui sentite il bisogno di indagare in profondità le ragioni? Ted Gioia ne parla in My 12 Favorite Problems.
- Sempre a proposito di problemi, Henrik Karlsson ci ricorda che richiedono pazienza. Una lezione appresa dai matematici.
Note
- Il mio modello, facile da dedurre, l’ho spiegato nella pagina About. In questo numero non l’ho rispettato a puntino. Capita.
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