Scrivere per pensare
Esiste una famiglia di pratiche in cui si scrive non per far leggere ad altri ma per pensare. Senza ambizione di immortalità, queste scritture svolgono una funzione cruciale nel processo creativo.
La scorsa settimana ho saltato l’invio della newsletter. Se n’è accorto qualcuno a parte me? Sono sicura di no. Ma menomale! Non è saltato invece l’appuntamento con l’intervista del mese: ho parlato con Alessia Canducci di lettura ad alta voce, se vuoi recuperarla.
Prima di lanciarci verso l’argomento di questo numero ho una curiosità.
Sulle parole: quelle provvisorie
Non tutto ciò che scriviamo è pensato per essere letto da altri: esiste una famiglia di pratiche in cui si scrive per pensare, sbloccarsi, o prepararsi a scrivere. Senza ambizione di immortalità, queste scritture provvisorie, per così dire, svolgono una funzione cruciale nel processo creativo e intellettuale.
Capita di non avere chiaro cosa pensiamo finché non iniziamo a scrivere. La mano che si muove sulla carta o sulla tastiera può diventare uno strumento di esplorazione cognitiva, un modo per chiarire pensieri ancora non organizzati.
In queste scritture il tempo è sospeso: ci possiamo soffermare sulle idee senza l’urgenza di condividerle, né nell’immediato né in futuro. Ci offrono uno spazio prezioso di riflessione personale, sottratta alla dimensione di costante visibilità a cui potremmo sentirci obbligati.
Molte di queste tecniche nascono dalla scrittura a mano e conservano una forte relazione con la fisicità: il gesto della scrittura, il pensiero che si fa segno sulla carta, l’inchiostro che scorre. Non è un caso che chi le pratica riferisca effetti che vanno oltre la produzione testuale: una sensazione di calma, di centratura, di benessere mentale. Queste tecniche sono anche una palestra per tollerare l’incertezza, la sospensione del giudizio, la fiducia nel processo anche quando non si sa dove porta: una forma di educazione emotiva, oltre che cognitiva. Scrive regolarmente in questo modo può aiutare a gestire meglio l’ansia da prestazione, e ad avere fiducia nel fatto che generare idee è più semplice, se si crea lo spazio giusto per accoglierle1.
Nella nostra ansia da performance ci potrebbe sembrare di perdere tempo in queste scritture apparentemente improduttive, che non si traducono subito in qualcosa da quantificare. In realtà ci insegnano che per essere efficienti nel lungo periodo, bisogna accettare momenti di apparente inefficienza2.
Ho selezionato una lista di tecniche, raggruppandole in base ai diversi momenti del processo di scrittura: alcune servono per superare l’inerzia iniziale, altre per esplorare territori sconosciuti, altre ancora per riflettere su quello che si è fatto. Vediamole.
Tecniche per sbloccare e iniziare
Il nemico classico di chi scrive è la pagina bianca: praticamente un cliché. Le tecniche per sbloccarsi lavorano proprio sull’abbassare la posta in gioco, sospendere il giudizio, rimettere in moto la macchina della scrittura.
Il freewriting è forse la più nota di queste pratiche. Peter Elbow, che l’ha sistematizzata negli anni Settanta, la descrive come una scrittura continua per un tempo predefinito – di solito tra i cinque e i quindici minuti – durante la quale non ci si ferma, non si corregge, non si giudica. L’obiettivo non è produrre un testo leggibile, ma sospendere il censore interno e far emergere quello che altrimenti rimarrebbe sepolto sotto l’ansia della performance. «Scrivi per dieci minuti tutto quello che ti viene in mente», suggerisce Elbow. «Non rileggere, non correggere, non fermarti. Se non sai cosa scrivere, scrivi “non so cosa scrivere” finché non ti viene qualcos’altro.»
I quick writes lavorano sulla stessa dinamica ma con un’intensità diversa. Sono brevi esplosioni di scrittura che durano al massimo cinque minuti e servono per rompere il ghiaccio, raccogliere prime impressioni, far emergere reazioni a caldo. In un workshop, in una riunione, perfino durante una lezione, un quick write può portare alla superficie idee che altrimenti rimarrebbero non dette.
Tecniche per esplorare e approfondire
Una volta superato il blocco iniziale, è il momento dell’esplorazione. Qui le tecniche diventano più sofisticate, progettate per aiutarci a scoprire connessioni inaspettate, a scavare più in profondità.
Il focused freewriting mantiene la libertà espressiva del freewriting classico ma introduce un vincolo tematico, una domanda o un’immagine di partenza che orienta l’esplorazione. È utile quando si ha già individuato un territorio da esplorare ma non si sa ancora come attraversarlo. Il risultato è spesso sorprendente: emergono connessioni inaspettate, dubbi che non sapevamo di avere, certezze che si rivelano più fragili del previsto.
Esempio di consegna per focused freewriting
Esplora liberamente il tema scelto, seguendo associazioni mentali, domande che sorgono spontanee, connessioni impreviste. Non cercare risposte definitive, ma lascia che il pensiero fluisca attraverso diverse prospettive e riflessioni.
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Nel loop writing, il processo diventa ciclico e auto-generativo. Si parte con un freewriting iniziale, poi si rilegge quello che si è scritto e si sceglie una frase, una parola, un’immagine che colpisce. Da lì si riparte per un nuovo ciclo di scrittura libera, e così via. Ogni giro – ogni "loop" – può portare più in profondità, fino a trovare quello che cerca senza sapere di cercarlo.
La tecnica del double-entry notebook offre un approccio diverso all’esplorazione. È un quaderno diviso in due colonne dove una parte accoglie citazioni, idee altrui, osservazioni del mondo, mentre l’altra ospita commenti, risposte, riflessioni personali. È un modo per mettere in dialogo il dentro e il fuori, per non limitarsi a raccogliere informazioni ma iniziare subito a metabolizzarle3.
Tecniche per riflettere e metabolizzare
Non sempre si scrive per produrre qualcosa di nuovo: spesso si scrive per capire quello che si è fatto, per estrarre insegnamenti dall’esperienza. Qui entrano in gioco le tecniche riflessive, che aiutano a sviluppare quella che gli psicologi chiamano consapevolezza metacognitiva.
La scrittura riflessiva, spesso usata in ambito educativo ma utile anche nel lavoro e nella vita personale, consiste nel riflettere per iscritto su un’esperienza, una lettura, una decisione. Non è autobiografia né diario nel senso tradizionale, ma un tentativo di mettere a fuoco il proprio processo. “Cosa hai scoperto scrivendo il tuo ultimo pezzo?”, “Cosa faresti diversamente?”, “Qual è stata la parte più difficile di questo progetto?”. Domande semplici che, messe su carta, possono aprire spazi di comprensione inaspettati.
Le annotazioni marginali e gli appunti esplorativi appartengono a questa categoria in modo più informale. Sono quei frammenti scritti su post-it, a margine dei libri, su fogli volanti che popolano le scrivanie di chi lavora con le idee. Non sono pensati per durare ma per catturare intuizioni, fissare un pensiero prima che svanisca.
Tecniche per mappare e organizzare il pensiero
Prima di iniziare a scrivere un testo complesso abbiamo bisogno di vedere il territorio nella sua interezza, di capire come si connettono le diverse parti del nostro ragionamento. Qui entrano in gioco tecniche che aiutano a visualizzare e strutturare idee ancora non in relazione tra loro.
Il clustering o mind mapping testuale parte da una parola o concetto centrale e si espande per associazioni libere, creando una rete di connessioni senza una struttura predefinita. A differenza delle mappe mentali tradizionali, qui tutto resta in forma di parole: si scrive il tema centrale, poi si aggiungono tutte le parole, frasi, immagini che vengono in mente, collegandole con frecce o semplicemente disponendole nello spazio della pagina.
Gli issue trees seguono un approccio più sistematico: si parte da una domanda centrale e la si scompone in sotto-domande, creando una struttura ad albero che aiuta a esplorare la complessità di un argomento. È utile per temi controversi o per progetti di ricerca, dove è importante non perdere di vista le diverse ramificazioni del problema.
La tecnica del cubing offre invece un approccio multidimensionale: si esplora un argomento da sei prospettive diverse, quelle di un cubo, appunto (descrivere, confrontare, associare, analizzare, applicare, argomentare), senza preoccuparsi di mantenere coerenza tra le diverse “facce”. È come guardare un oggetto da tutti i lati prima di decidere come rappresentarlo.
Tecniche per testare e mettere alla prova le idee
Di un’idea bisogna anche verificare la solidità, esplorarle le implicazioni, anticipare le obiezioni.
Il believing and doubting game di Peter Elbow è forse la più elegante: si scrive prima argomentando a favore di una tesi (believing), poi contro (doubting), per esplorare un argomento da prospettive multiple prima di prendere posizione. È un esercizio di onestà intellettuale che spesso rivela aspetti della questione che non avevamo considerato.
La scrittura dialogica simula invece una conversazione con se stessi, assumendo diverse voci e punti di vista. Si può immaginare di discutere con un critico, con un esperto del settore, con qualcuno che la pensa diversamente. Spesso emergono obiezioni che non avevamo previsto e, paradossalmente, anche argomenti più forti a sostegno della nostra posizione.
La tecnica del reverse outlining (o schema a ritroso) funziona a rovescio: dopo aver scritto una prima bozza, si estrae lo schema di quello che si è effettivamente scritto, per individuare lacune logiche, ripetizioni, o sviluppi imprevisti che potrebbero essere interessanti da seguire.
Il filo comune
Tutte queste pratiche, nonostante le differenze di funzione e formato, condividono una caratteristica fondamentale: non sono pensate per il risultato finale, ma per il processo. Sono scritture che accompagnano, aprono, preparano il terreno per quello che verrà. Nella spinta costante a pubblicare, condividere, performare, è importante ricordare che prima di ogni buon testo c’è quasi sempre una fase opaca, disordinata e segreta4.
Una fase in cui si scrive per nessuno, o meglio, per quella parte di noi che ha bisogno di vedere le parole sulla pagina per capire cosa sta realmente pensando. È lì, in quello spazio protetto dall’urgenza della comunicazione, che spesso succede qualcosa di importante: incontriamo idee che non sapevamo di avere, scopriamo connessioni che la mente razionale non aveva ancora tracciato, troviamo la voce che ci servirà quando sarà il momento di parlare.
Esercizi
Scegli una delle pratiche di cui hai letto, vedi come va.
Un libro
Lo so, lo so: Minuti scritti di Annamaria Testa sembra introvabile, anche in edizione digitale. Oltre che scandagliare le librerie dell’usato, trovi un estratto gratuito su Nuovo e Utile. Comincia da qui, e poi mettiti alla ricerca.
Tre link
- Rebuilding the Library Community in a Post-Twitter World: un articolo che mi ha convinta a creare un account su Bluesky, anche se avevo giurato e spergiurato di non aggiungere altri tasselli alla mia vita online (se vuoi mi trovi come letiziasechi, in rodaggio).
- Bias in Design Systems
- Playing with words: why novelists are becoming video game writers – and vice-versa
Note
- Se ti interessa approfondire questo aspetto potresti vedere il lavoro di Nicoletta Cinotti. ↩
- Tempo perso, tempo preso: «I perditempo spesso sono i sognatori, le persone dotate di grande immaginazione, chi si concentra molto su cose anche piccole. Ma tanto del tempo che in apparenza viene perduto – consumato, dissipato – si trasforma in qualcos’altro. Perdendo tempo si scoprono cose, si risponde a domande. Si viaggia con la testa e col cuore.» Beatrice Masini ↩
- La regina dei notebook è Jillian Hess, consigliatissima. ↩
- Oggi molti scrittori e scrittrici raccontano il loro processo di scrittura. Uno dei più sistematici è Riccardo Falcinelli: dai un’occhiata. Sul processo di scrittura, nel 2024, ho condotto una serie di 12 interviste: questa è la raccolta. ↩
- Parlo da donna ferita, che ha sempre avuto un debole per Wordpress e un astio fuori scala per i visual page builder. Ah, ho anche molti amici dentisti: vi prego, non fatemi male al prossimo appuntamento. ↩
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