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Letizia Sechi

Scrivere di scrittura e traduzione. Intervista a Beatrice Masini

«Quando si scrive per i più giovani non sono ammesse sciatterie, scorciatoie, né cedimenti modaioli o concessioni a paternalismi. Per questo è tanto più difficile scrivere per ragazzi e ragazze.»

“Scrivere di” è una serie di interviste a professionisti e professioniste che lavorano con la scrittura: arriva ogni prima domenica del mese ed è un ramo di Altenate Takes, la mia newsletter.

In questo appuntamento incontriamo Beatrice Masini: da dove comincio? Dai libri che ha tradotto o da quelli che ha scritto? Non riesco a scegliere, è quello che ho detto anche a lei proponendole l’intervista. Forse una conversazione di tanti anni fa può rendere l’idea. Nel suo ufficio, allora in Rizzoli Ragazzi, notai il libro di Claire Nivola: Orani. Il paese di mio padre1. Era esposto su uno scaffale come una cosa importante. Notò che lo osservavo. Le dissi “Che coincidenza. Orani è anche il paese di mio padre e mia madre.” Mi rispose con un breve silenzio molto masiniano e occhi a fessura, determinati: “Quelli sono libri difficili da pubblicare, ma che vanno pubblicati.” Ecco, grazie a lei ne possiamo leggere tanti, di libri che vanno pubblicati.

Foto di Caroline Ashley su Unsplash
Foto di Caroline Ashley su Unsplash

Ciao Beatrice, mi parli di te?

Sono una persona che scrive, traduce e si occupa delle scritture degli altri. Posso dire di averlo sempre fatto dacché ho cominciato a lavorare, prima come giornalista, poi sul resto, ovvero sui libri miei e su quelli altrui, appunto.

Mi racconti del tuo lavoro e del ruolo che ha la scrittura nelle tue giornate?

Quando traduco preparo un calendario tenendo conto del tempo e della difficoltà del libro che ho davanti a me. Molto spesso faccio uso delle vacanze, così come per le mie scritture, che fatalmente finiscono per coincidere con l’estate e Natale, come regali da me a me. Le scritture su commissione invece in genere sono più brevi e misurate e riesco a infilarle nel tempo ordinario, i sabati e le domeniche. In un mondo perfetto, e in vacanza, che è qualcosa di molto vicino a un mondo perfetto, scrivo la mattina e passo parecchio tempo a rileggere ciò che ho già scritto, cosa che poi abbrevia il tempo dell’autoediting. Tradurre richiede meno cerimonie, è come aprire e chiudere una porta, anzi, una finestra, e mi fa bene occuparmi di qualcosa che non è mio, averne cura, anche nel tempo ordinario, quindi, ancora una volta, i sabati e le domeniche. La sera non scrivo e non traduco, quello è il tempo per leggere o chiacchierare.

Come gestisci la ricerca prima della scrittura? Quanta parte del tuo lavoro occupa?

La ricerca non avviene mai davvero prima della scrittura: va in parallelo. Via via che mi accorgo di avere bisogno di informazioni più approfondite mi fermo e devio. Dando per scontato che comunque la scintilla sia già scoccata, che l’argomento-chiave sia già lì, affiorato per caso, oppure da letture che possono anche essere caso, innescate da curiosità all’inizio altrettanto casuali ma a un certo punto si rivelano fondamentali. E il tempo delle letture può anche essere stato lungo. Molto lungo. Parlo naturalmente dei romanzi a sfondo storico. Anche per la traduzione, se l’autore ha una storia, è un classico o un classico contemporaneo, procedo in parallelo; e leggerne (biografie, lettere, diari) mentre traduco mi aiuta a chiarire significati e cornici.

Come selezioni fonti e informazioni e come le organizzi per scrivere?

Organizzazione nessuna. Tengo accanto a me i libri importanti tutti irti di post-it, qualche volta prendo appunti per ridurre i passaggi fondamentali a frasi, con un rimando chiaro, in modo da ritrovare il passo originale in fretta, se serve. Questi cumuli di libri altri mi diventano molto cari, e una volta finito di leggere e rileggere li tengo riuniti in famiglie. I soli libri che ho ridiviso nella libreria sono le biografie e i saggi su Virginia Woolf, con l’idea che possano servire anche ad altri in casa.

Come trovi la concentrazione? Se ti blocchi cosa fai per ritrovarla?

Ho bisogno di riuscire a chiudere fuori tutto il resto, ovvero il lavoro sui libri degli altri, e non è sempre facilissimo. Per questo funziono meglio in vacanza, ossia quando anche gli altri lo sono, in vacanza, e c’è qualche cuscinetto di giorni a isolare la quotidianità. Diventa anche una questione geografica: io lavoro a Milano e perlopiù scrivo in campagna, sul lago di Garda. Se mi rendo conto che sono distratta o svagata vuol dire che non è il momento di scrivere e quindi faccio uso di quel tempo per leggere, o rileggermi. Con la traduzione è più semplice: avere una scadenza da rispettare aiuta a ripescare la concentrazione anche quando sarebbe un po’ diluita o insidiata dal peso delle cose di tutti i giorni.

Quali sono le sfide che affronti nell’uso del linguaggio e come le risolvi?

Traducendo ci metto un po’ ad accordare la lingua, a trovare il giusto tono, i vibrati, il ritmo. Per questo torno più volte sull’incipit, sulle prime pagine, perché sono le più difficili da mettere a punto e però devono invitare chi legge a entrare senza inciampi. Una cosa che amo tantissimo è scoprire la storia delle parole dietro le parole: a quando risale quel termine in inglese, chi l’ha usato, in che cornice. Non è detto che serva poi al lavoro in sé ma si imparano tante cose. Di recente lavorando a Wodehouse sono incappata in un’espressione bellissima: to be on velvet, ovvero star bene, anzi, benissimo, sul velluto, appunto. Wodehouse è densissimo di modi di dire ormai desueti, oppure un po’ inventati da lui, sospetto, che danno conto della sua grande libertà nell’uso della lingua.

Ci sono strumenti o gesti a cui non potresti rinunciare nelle diverse fasi del tuo lavoro di scrittura?

Non ho riti a cui aggrapparmi, però mi piace molto prima prendere appunti su quaderni comprati chissà dove oppure ricevuti in regalo. Ormai ho più quaderni da cominciare di quanti non siano i libri possibili, temo, eppure ai fogli bianchi ben rilegati non riesco ancora a rinunciare.

Come affronti la revisione del tuo lavoro?

Se posso lascio al testo un bel periodo di sonno, così mi dimentico quasi tutto e quando lo riprendo è come se fosse nuovo. Preferisco accelerare il lavoro, soprattutto di traduzione, e avere quel tempo spento per poter poi tornare su tutto con la testa fresca.

Che ruolo ha la parola “responsabilità” nella tua scrittura? C’è qualche altra parola che per te è importante, quando scrivi?

Responsabilità è una parola importante rispetto alle scritture per bambine e bambini. Sei tu, che sei  grande, a scegliere cosa dire loro, e come. Anche quando lo scopo è evasione, e perlopiù lo è, quello che scegli può fare un po’ di differenza: anche solo allontanare un bambino dai libri o tenercelo vicino. Responsabilità va insieme con qualità, per quel che mi riguarda: quando si scrive per i più giovani non sono ammesse sciatterie, scorciatoie, né cedimenti modaioli o concessioni a paternalismi. Per questo è tanto più difficile scrivere per ragazzi e ragazze. Quando scrivi per adulti la responsabilità passa di mano, non è tua, o meglio continui ad averla ma solo verso te stessa.

Raccontami di due libri: quello che hai sul comodino e quello che consigli a tutti di leggere.

Due libri coi mesi nel nome. Il muflone di Sandro Veronesi – Settembre nero, intendo. E Ora che è novembre di Josephine Johnson, che ho avuto la fortuna di tradurre per Bompiani ed è uno dei libri più belli del Novecento, credo.

Note

  1. Difficile da trovare, ormai, ma non disperare del tutto.

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