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Letizia Sechi

La cornice del testo

Il supporto del testo non è neutrale: influenza sia la lettura sia la scrittura. Per questo l’interfaccia di lettura ha un ruolo così rilevante nella riflessione su come scriviamo.

La strada per i longform non scritti è lastricata di buoni propositi: non sono ancora riuscita a lavorare su quello del mio intervento ad Architecta. Quindi stavolta farò così: non ti prometto una data, ma ti prometto che arriverà. E magari, dato che il tempo passa, ne farò una versione aggiornata.

Intanto voglio chiederti una cosa sulle tue abitudini di lettura.

Foto di Jens Lelie su Unsplash
Foto di Jens Lelie su Unsplash

Sulle parole: libri digitali, libri digitalizzati

Il mondo in cui viviamo è, per molti versi, un prodotto della cultura del libro. Il nostro vivere sociale è basato non solo sulla scrittura, ma sulla scrittura organizzata in libri.

Gino Roncaglia

È dal 2010 che parlo o tengo corsi sull’editoria digitale. Se più o meno fino al 2013 c’era una certa vivacità di fenomeni da osservare, negli ultimi dieci anni le cose mi sembrano essere cambiate poco. Le premesse rimangono le stesse; le innovazioni, se ci sono, non sono poi così innovative.

Generazioni dopo generazioni di studenti, osservo che il primo istinto nel progettare un testo digitale è quello di aggiungere elementi multimediali, e ve lo dico di proposito con un termine anni Novanta. Inseriamo il video nel testo, aggiungiamo il file audio, cose così. Nell’ingenuità delle proposte non c’è niente di male. Dopo tanti anni, però, mi fa riflettere: perché anche questo tipo di ingenuità è immutata? È come se si conservasse intatto il fascino per le clip art della versione 1993 di Word. Cosa ci impedisce di immaginare altre strade?

Libri digitali, libri digitalizzati

Il novantanove per cento dei testi ebook in commercio non sono libri digitali, ma libri digitalizzati. Non offrono niente di diverso rispetto alla tradizionale lettura sequenziale di un libro di carta. Diverso il caso in cui il testo è pensato, programmato, progettato per essere letto in formato digitale.

A parlare è Fabrizio Venerandi, uno dei più tenaci studiosi e sperimentatori dei formati e delle forme digitali del libro. La sua distinzione tra libri digitali e digitalizzati è diventata un passaggio obbligatorio in ogni mio corso sull’editoria digitale. È ovvia solo in apparenza: ogni volta che la propongo vedo illuminarsi scintille di comprensione in chi ascolta. L’intervista è del 2014; nel 2023 è ancora valida.

Ecco un punto: i testi digitali andrebbero pensati, programmati e progettati per essere letti in formato digitale. Nessuno di questi passaggi è accessorio, inclusa la riflessione su chi dovrà leggere. Nel 2010, agli albori del mercato dell’editoria digitale in Italia, Gino Roncaglia scriveva1:

il supporto del testo, quella che chiameremo ‘interfaccia di lettura’, ha un ruolo centrale nell’evoluzione dei modi e delle forme della lettura.

[…]

E il supporto non è neutrale, non si limita a veicolare indifferentemente qualunque contenuto e qualunque forma di organizzazione testuale. Al contrario, le caratteristiche del supporto, e più in generale gli strumenti e il contesto materiale della lettura, costituiscono l’orizzonte al cui interno certe forme di testualità e certe tipologie di lettura risultano possibili e più o meno facili. Discutere delle caratteristiche e dell’evoluzione delle interfacce di lettura vuol dire discutere anche di quali tipologie di testi leggeremo in futuro, e di come li leggeremo.

Il supporto e il contesto non influenzano solo la lettura, ma anche la scrittura: progettiamo diversamente i nostri testi (o almeno, dovremmo) se pensiamo di scrivere un post su un social network, un intervento a una conferenza, delle slide per un corso, un documento. Da persone comuni – competenti, professionali, certo, ma non necessariamente creative – in genere abbiamo degli esempi a cui ispirarci, per ciascuna di queste forme di scrittura: più è varia la nostra gamma di riferimenti più sarà appropriato l’uso che faremo della scrittura.

Quando pensiamo al libro, però, i riferimenti in termini di formato si restringono. Il motivo è nella nota affermazione di Umberto Eco:

sostengo da tempo che il libro appartiene a quella generazione di strumenti che, una volta inventati, non possono più essere migliorati. Appartengono a questa categoria la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio e la bicicletta. Quindi il libro è la forma più maneggevole, più comoda per trasportare l’informazione.2

È da così tanto tempo che abbiamo a che fare con i libri nella forma in cui li conosciamo – una pila di fogli incollati o legati da leggere dal primo all’ultimo, in sequenza – che hanno plasmato il nostro modo di pensare: uscire dalla cornice della linearità non è ovvio. Quali sono i nostri riferimenti, quando si tratta di testi non lineari? Il web: non è il solo ma è il principale. Cosa potremmo fare, quindi, con un testo adatto alla linearità del libro ma il cui valore potrebbe essere aumentato da una realizzazione non lineare e digitale? Ci torna in aiuto Venerandi, che nell’intervista già citata scrive:

Per quanto mi riguarda la letteratura elettronica è già tale con la nascita delle prime text adventure, quindi a metà degli anni settanta per la lingua inglese e il 1982 per l’Italia con Enrico Colombini. Noto una certa ritrosia nella critica accademica nel considerare queste opere come letteratura elettronica perché erano (almeno inizialmente) giochi, non erano opere editoriali in senso stretto, nel senso che non assomigliano in nessun modo a un libro ed erano nei loro primi anni letterariamente molto scarne. Invece proprio il fatto che non assomigliassero a “qualcosa di editoriale o letterario” è il segno che erano software avanzatissimi nel proporre una fabula che non si leggeva come si legge un libro ma a cui ci si approccia con un intreccio intimamente digitale. Molti concetti e strutture dei text adventure sono ancora oggi molto più centrati su una nuova narrativa rispetto a tanti ebook “aumentati” che invece appaiono come una semplice espansione del libro di carta.

Si parla di testi letterari; la direttrice verso il mondo dei videogiochi è davvero ghiotta, ma non mi addentrerò per quel sentiero. C’è stato un momento in cui, con la diffusione degli ebook nel mercato, c’era chi auspicava la creazione di un nuovo genere letterario e a me questo ha sempre fatto sorridere: mi immaginavo l’autore o l’autrice che si sedevano alla loro scrivania e anzi che pensare alla storia da raccontare si dicevano “bene, oggi darò inizio a un nuovo genere letterario”. Sarà stata una mia carenza di immaginazione, ma non mi è mai sembrato verosimile.

Se torno sui testi argomentativi, o per dirla in modo meno scolastico e più flessibile, sui testi di non-fiction, molte sperimentazioni arrivano dal giornalismo: in effetti con ipertestualità e non linearità ha una relazione meno complicata, anche sulla carta3. In Beyond 800 Words: New Digital Story Formats c’è una lista interessante di formati, con indicazioni d’uso per ciascun. Qui riporto la versione sintetica (perdonami se non la traduco):

  1. Short & vertical video; often with captions, pioneered by AJ+ and NowThis
  2. Horizontal Stories; swipeable cards like Snapchat Stories and its clones
  3. Longform scrollytelling; evolved from the original NY Times Snowfall
  4. Structured news; like the original Circa or the reusable cards at Vox
  5. Live blogs; frequently used for big events
  6. Listicles; like Buzzfeed
  7. Newsletters and briefings; which seem to be on trend right now
  8. Timelines; which I expected to be more common
  9. Bots and chat; from the chat-styled Quartz app to the many attempts to deliver news within chat apps
  10. Personalized; which typicaly is used to filter the choice of stories rather than the story itself
  11. Data visualisation; from graphs to interactives
  12. VR and AR

Il longform scrollytelling per noi forse è il più interessante: Snowfall (2012) vinse il Premio Pulitzer nel 2013 e sul New York Times, a dieci anni dalla pubblicazione, tornavano a riflettere su quella esperienza.

In questa intersezione tra libri non abbastanza digitali e impulsi giornalistici stanno le mie conversazioni con Mario Tedeschini Lalli, a cui ho chiesto il permesso di condividerne un passaggio. In risposta a una newsletter di qualche tempo fa, riflettendo da autore sui testi non lineari, mi scriveva:

Capisco che io sono un po’ un ircocervo [...], ma il mondo digitale è fatto proprio per consentire percorsi cognitivi complessi al di fuori e attraverso i silos, dovrebbe essere l’ambiente ideale per gli ircocervi.

Mi chiedo se in alcuni casi non sarebbe opportuno pensare a due diverse edizioni di uno stesso libro, che poi finirebbero per essere due diversi “libri” […].

Non sono un cretino, so le ragioni economiche e suppongo quelle di marketing (e sociologiche?) che spingono ancora a immaginare un ebook solo come una trasposizione su uno schermo del prodotto stampato, ma mi sembra che l’editoria libraria in questo campo si obblighi ad avanzare con le mani legate dietro alla schiena, gli strumenti digitali già offrono alcune possibilità di percorsi misti che non sono affatto sfruttate e altre che suppongo esistano ma non conosco.

Ecco il punto, molto meno poetico degli aspetti letterari, molto meno immaginifico delle possibilità tecnologiche: il mercato. Scrive ancora Venerandi:

C’è un freno a mano inserito da parte di diversi soggetti sia nazionali che transnazionali. Non si tratta di limiti tecnici, ma prettamente economici e di mercato. Gli editori non investono in testi nativi digitali perché è un prodotto che non potrebbero poi spendere su carta (mentre è vero il contrario); alcuni grandi soggetti come Amazon ed Apple depotenziano le possibilità della lettura digitale con un supporto povero o inesistente ai formati più avanzati come EPUB3, cercando invece di chiudere il lettore in ecosistemi proprietari; le specifiche per la letteratura elettronica sono primitive e incoerenti, avendo in mente un libro di carta “arricchito” da elementi digitali, invece che un testo nativo digitale; i DRM vincolano e dissuadono la creazione di killer application per la lettura. Sono tutti fattori, questi ed altri ancora, collegati l’un l’altro che hanno di fatto rallentato quello che – ingenuamente – nel 2010 pensavo sarebbe stato il progresso naturale della lettura digitale.

Cosa potrebbe aiutarci a immaginare nuove forme digitali e sostenibili economicamente per il libro? Una strada radicale può essere ripartire dal pensiero sulle interfacce di lettura. Oppure, nella rosa di strumenti a disposizione, ci stiamo ostinando a guardare in una direzione improduttiva, anche se digitalizzata, mentre altrove sta emergendo un nuovo modo di formulare e trasmettere il pensiero più puramente digitale, anche se ancora non ha una forma netta. Il mercato, a quel punto, troverà le sue strade.

Esercizi

  1. Molto tempo fa, quando gli ebook erano ancora una cosa nuova per gli editori e mi occupavo di spiegare come produrli, chiedevo loro: “avreste mai immaginato di fare gli editori senza aver mai letto un libro di carta? E perché vi sembra normale produrre libri digitali senza mai averne letto uno?” Fai mente locale: quali letture fai su uno schermo? Scrivi una lista e ragionaci su.
  2. Prendi un foglio e dividilo a metà in verticale. Da un lato scrivi “libri di carta”, dall’altro scrivi “libri digitali”. Prova a elencare per ciascun formato i punti di forza, quegli aspetti che non sarebbero soddisfatti da altre varianti dello stesso contenuto.

Un libro

1000 Design Classics è una selezione di prodotti più innovativi e iconici che hanno segnato la storia del design dal 1663 ai giorni nostri. Si tratta di un tomazzo di discrete dimensioni (Amazon dice che pesa 3kg, ma tutti di amore), quindi rinforzate gli scaffali, nel caso. In quanti modi ci siamo immaginati una sedia? Quanti di questi erano davvero comodi? Esistono librerie oltre le Billy Ikea (che per altro sono anche loro nel libro)? E quante penne per scrivere siamo riusciti a inventare? Ci sono anche le forbici menzionate da Eco: le prime citate sono proprio del 1663.


Tre link

Note

  1. Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione, Editori Laterza (2010)
  2. U. ECO, Librai e millennio prossimo, in Una passione costante. Trent’anni di Scuola per Librari Umberto e Elisabetta Mauri (1983-2013), Milano, Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri, 2013, p. 219
  3. I giornali di carta non li leggiamo dall’inizio alla fine, a meno che non siamo Robert Crawley, Conte di Grantham, seduto a far colazione. Diamo un’occhiata alla prima pagina (scan&scroll), scegliamo ciò che ci interessa e seguiamo il numero di pagina (link) per andare a leggere l’articolo completo, per esempio.

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