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Letizia Sechi

5 cose che ho imparato sulle liste

Liste, elenchi e sequenze: i meccanismi che lavorano sotto la superficie di una delle strutture del testo più usate, non sempre in modo consapevole.

Mi sono accorta adesso che nel numero precedente, La promessa di un percorso, in cui la facevo lunga proprio sui titoli, ho dimenticato di scrivere la parte variabile del titolo “Sulle parole:” e sono rimasti quei due punti appesi, in attesa di Godot. Questo vi dimostra che effettivamente scrivo i titoli per ultimi, così me ne dimentico meglio, e che quando non ho tempo di rileggere abbastanza lascio indietro un sacco di sviste. Ma lo faccio per vedere se state attente.

Mi sembra incredibile che siano passati due anni dalla morte di g.g. «Se oggi siamo capaci di vedere valore non soltanto nei contenuti ma nei legami che li tengono insieme, è perché qualcuno ci ha abituato a guardare lì.»

Foto di Kelly Sikkema su Unsplash
Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

Sulle parole: quelle in lista

Per svuotarci la testa scriviamo una lista: una forma quotidiana e informale di elementi, non vastissima, senza particolare organizzazione. La lista della spesa, la lista degli invitati, la lista dei desideri. Appena iniziamo a organizzare gli elementi, la lista diventa un elenco: la lista della spesa, per esempio, può essere ordinata in modo da rispecchiare i reparti del supermercato, frutta e verdura, cibi freschi, pasta, detersivi, surgelati. Se l’ordine non è accessorio ma costitutivo, allora abbiamo una sequenza: gli elementi non possono essere spostati senza che il significato cambi o sparisca. Potrebbe essere l’ordine in cui muoversi tra i reparti per non fare avanti e indietro inutilmente: prima frutta e verdura, poi la pasta, poi i detersivi, per ultimi i surgelati.

La progressione1 dalla lista alla sequenza non è casuale: all’aumentare dell’organizzazione degli elementi, cambia il nome con cui chiamiamo l’insieme. E con il nome, cambia anche ciò che la forma presuppone.

Aspetta, te lo ridico.

Non è certo da ieri che la lista, in rete, è un formato dominante del contenuto. Il listicle – l’articolo costruito come lista numerata – è praticamente uno stereotipo: le “5 cose devi sapere / fare / leggere” sono sinonimo, quasi sempre, di contenuti superficiali, epidermici, dimenticabili. Si scrive in liste perché funziona, perché lo fanno tutti, perché l’algoritmo premia la scansione rapida. Si scrive in lista perché è più facile che argomentare. Si scrive in lista (e questa la salviamo) perché in certi contesti è più chiaro, meno faticoso dal punto di vista cognitivo.

Sappiamo riconoscere una lista, ma forse non sappiamo fino in fondo cosa fa, cosa produce, cosa nasconde o presuppone. Sotto la superficie di una forma in apparenza semplice, c’è un modo di organizzare il mondo. Vale la pena guardare.

La forma della lista

In alcuni contesti la forma della lista è esattamente ciò che serve. Quando gli elementi devono essere facili da scansionare, trovare, ritrovare, la lista li rende visibili e confrontabili senza il rumore del discorso: è il caso per esempio delle voci di un inventario, dei passaggi di una procedura, degli ingredienti di una ricetta. La lista alleggerisce il carico cognitivo: libera attenzione che altrimenti avremmo dovuto spendere per decifrare il testo e scomporlo negli elementi della lista. In questi casi la forma è una risposta adeguata alla natura del contenuto.

Quando gli elementi richiedono organizzazione succede qualcosa di diverso. Nel passaggio dalla prosa alla lista, qualcosa sparisce: la mappa delle relazioni logiche tra gli elementi. I connettivi (perché, quindi, però, sebbene, di conseguenza, per esempio) sono le parole che rendono esplicite dipendenze, cause, opposizioni, conseguenze: in una lista non ci sono. Gli elementi stanno in colonna, separati, trattati come equivalenti e indipendenti. Le relazioni vengono omesse, lasciate da ricostruire implicitamente a chi legge.

La verticalità della lista non è innocua: suggerisce che gli elementi siano dello stesso tipo, che tra loro non ci sia gerarchia né dipendenza. È una presupposizione che funziona anche quando non è vera.

Il confine invisibile

Un elenco, anche il più semplice, istituisce una categoria. Quando disponiamo elementi in lista stiamo dicendo che appartengono allo stesso tipo, ma quel tipo a volte non viene nominato. La vicinanza tra gli elementi suggerisce che abbiano qualcosa in comune. Cosa, in certi casi, è lasciato alla deduzione di chi legge.

Questo meccanismo può passare inosservato perché, nei casi ben costruiti, la categoria è intuitiva. In una lista di ingredienti o di capitoli, nessuno si chiede cosa accomuni le voci: si capisce. Il problema emerge quando la categoria ovvia non è, o quando è più fragile di quanto sembri. Un elenco di “punti di forza di un progetto” potrebbe mettere insieme dati quantitativi, impressioni soggettive, confronti con la concorrenza e previsioni future, trattandoli come elementi dello stesso tipo. La forma afferma un’equivalenza che il contenuto non garantisce.

La falsa equivalenza in una lista è quasi sempre invisibile finché non si pone la domanda giusta. Non “cosa c’è in questa lista”, ma “cosa non potrebbe esserci”. Prendi un elenco di valori di un’organizzazione qualsiasi: integrità, innovazione, collaborazione, eccellenza, responsabilità. Sembra coerente, riconoscibile, persino ovvia. Ma cosa non potrebbe stare in questa lista? Quasi nulla è escluso, perché la categoria implicita è abbastanza vaga da contenere tutto. E se può contenere tutto, non sta classificando niente: sta solo nominando qualità desiderabili, che è un’operazione diversa.

In L’idioma analitico di John Wilkins, Borges immagina un’enciclopedia cinese in cui gli animali sono classificati in quattordici categorie: quelli che appartengono all’imperatore, quelli imbalsamati, quelli ammaestrati, quelli che si agitano come pazzi, quelli innumerevoli, quelli disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, e altri ancora. La lista è comica e perturbante allo stesso tempo. Michel Foucault, aprendo Le parole e le cose, racconta che leggendola rise a lungo e poi si chiese cosa esattamente lo turbasse. La risposta era che quella tassonomia distruggeva il “luogo comune” in cui le cose potrebbero incontrarsi: non esisteva nessuno spazio, né nella lingua né nel mondo, in cui quelle categorie potessero coesistere. La lista di Borges è assurda perché non c’è nessuna categoria reale che contenga tutti quegli elementi, non perché gli elementi sono strani.

Gli elenchi che produciamo ogni giorno raramente sono così evidentemente spuri. Ma il problema che Borges mette in scena in forma estrema è lo stesso che si incontra, attenuato, in molti testi: una lista che tratta come equivalenti elementi che non lo sono, costruita su una categoria implicita che non regge all’esame. La forma tiene insieme ciò che il ragionamento, se esplicitato, separerebbe.

Liste organizzate

Se la categoria decide cosa entra in un elenco, che ruolo ha l’ordine in cui gli elementi compaiono? In alcuni casi l’ordine non conta, ma ci sono elenchi in cui l’ordine è significativo, in cui il secondo elemento presuppone il primo, in cui invertire due voci produce un errore o un nonsense. In questi casi la lista si è trasformata in una sequenza: la differenza non è di forma – l’aspetto è ancora lo stesso – ma di natura. Nella sequenza l’ordine è parte del significato: c’è una relazione tra gli elementi, causale, cronologica, gerarchica, e quella relazione è ciò che li tiene insieme. Togli l’ordine, e il significato cambia o sparisce.

Un elenco può avere una sua logica di ordinamento – alfabetico, crescente, per frequenza – ma quella logica riguarda la leggibilità, la scansionabilità della lista, non il significato. Aiuta a orientarsi, a trovare un elemento, a scorrere senza fatica. Non dice nulla sul perché un elemento venga prima di un altro in termini di contenuto. La sequenza, invece, non può essere riordinata senza perdere qualcosa: l’ordine è il ragionamento.

Il punto di vista

Ogni elenco è anche espressione del punto di vista di chi l’ha costruito, delle sue priorità, di come ha diviso e raggruppato le cose nel momento in cui le ha messe in lista. Il perimetro di un elenco è già una scelta interpretativa. Decidere cosa include significa aver già deciso cosa esclude, e quell’esclusione non è neutrale. Un elenco di competenze richieste per una posizione lavorativa, di priorità per un progetto, di valori di un’organizzazione: la lista ha tracciato un confine, e sia il confine sia cosa si sceglie di includere al suo interno ci dice qualcosa.

Lo stesso vale per la granularità. Un elenco che mescola voci specifiche e voci vaghe rivela che alcune aree sono state ponderate più di altre, o che alcune resistono alla formulazione precisa. La lista organizza la realtà secondo una certa prospettiva.

Osservare

La prossima volta che penserete a una lista, considerate cosa è equivalente, cosa è separabile, cosa vale la pena nominare e cosa no. Scegliete in modo più consapevole il vostro modo di organizzare il mondo. E quando invece incontrerete una lista scritta da altri, chiedetevi non solo cosa dice, ma cosa ha già deciso prima di dirlo. Quale categoria tiene insieme quelle voci, se l’ordine è una sequenza travestita. Cosa manca. Osservate attentamente la struttura, anzi che attraversarla senza accorgervene.

Esercizi


Un libro

Vertigine della lista, ovviamente.


Tre link

Note

  1. Potrei aggiungere anche il catalogo: ha la forma della lista, però non aspira a organizzare, ma ad accumulare, rendere l’idea di una totalità che non può essere davvero contenuta. Il catalogo omerico delle navi nell’Iliade, le liste di Rabelais, certi inventari di Perec: non classificano, esibiscono. Umberto Eco, in Vertigine della lista, distingue tra liste finite, che delimitano e definiscono, e liste che invece suggeriscono l’infinito proprio attraverso l’accumulo. Il catalogo appartiene a questa seconda famiglia: la sua lunghezza non è un difetto di sintesi, è il punto. In ogni caso, a proposito di cataloghi, liste e organizzazione degli elementi, è imperdibile Luca Rosati: “Madamina, il catalogo è questo”. Come organizzare menu, indici e liste in genere

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