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Letizia Sechi

La promessa di un percorso

Il titolo di un testo lavora in silenzio: costruisce senso e prospettiva prima ancora che iniziamo a leggere. Capire quel meccanismo cambia il modo in cui si scrive e anche quello in cui si legge.

Non penso di essere l’unica, in questo periodo, a sentirsi sopraffatta da tutto, così tanto che fare quattro chiacchiere in apertura mi sembra difficilissimo. Saluto le nuove persone iscritte, e con meno preamboli del solito vi accolgo nell’argomento di questo numero. Ci leggiamo dopo l’immagine.

Foto di Ray Fragapane su Unsplash
Foto di Ray Fragapane su Unsplash

Sulle parole:

Si solleva, si appoggia, fa due passi, cade. Ride. Riprova, con la stessa sequenza. Guardi, trattenendo ogni volta il respiro: sai già come va a finire ma speri ogni volta che i passi diventino tre.

Ora immagina di leggere questo breve testo preceduto da uno di questi titoli:

Nonostante il testo sia lo stesso, qualcosa cambia prima ancora di cominciare1. “Sviluppo motorio nel bambino” ti predispone a una certa distanza di osservazione: il bambino è un soggetto da descrivere in modo formale. Con questo titolo, le parole della persona che osserva sono stridenti, troppo emotive. “Il coraggio e la caduta” sposta il registro: la caduta acquisisce una dimensione nuova, quella del coraggio, e c’è spazio anche per chi osserva. Con “Come si impara a camminare” ti aspetti una sequenza, un metodo, qualcosa da trasferire: il testo però non ha quel taglio e l’attrito con il titolo si fa più forte.

I tre titoli descrivono oggetti diversi. Non hanno aggiunto nulla al testo, ma hanno stabilito moltissimo per lui.

Prima del testo

Che i titoli orientino la lettura lo capiamo istintivamente. Per chi legge, un titolo non arriva alla fine di un testo: lo precede, e nel precederlo lo trasforma2. In Soglie, Genette ha costruito una tassonomia accurata del paratesto – tutto ciò che circonda il testo senza farne parte in senso stretto – come titoli, sottotitoli, note, prefazioni, copertine. Parlando delle funzioni dei titoli, distingue due grandi tipi: i titoli tematici, che riguardano il contenuto dell’opera, e i titoli rematici, che riguardano il testo in quanto tale (il genere, la forma, il progetto). La distinzione che ci permette di capire che “Delitto e castigo” e “Romanzo” sono titoli di tipo diverso: uno dice qualcosa della storia che si racconta, l’altro dell’oggetto narrato.

In questa prospettiva il titolo è un classificatore a posteriori. Non che io intenda riscrivere Genette, non voglio farmi fulminare dagli dei per la mia hybris, ma riflettevo sul titolo come atto che non classifica qualcosa di già dato, ma che partecipa alla costruzione di quell’oggetto.

Quando scrivo “Guida”, sto stabilendo che il testo è una guida, con tutto ciò che ne consegue: chi legge si aspetterà procedura, sequenza, applicabilità. Se scrivo “Riflessioni”, il patto cambia: non ci si aspettano procedure, il pensiero può seguire percorsi non lineari, l’incertezza trova spazio. “Guida” e “Riflessioni” non sono due porte diverse per la stessa stanza: sono due modi diversi di costruire un mondo.

Il titolo come atto di classificazione

Nominare significa restringere il campo del possibile. Questa, forse, è la funzione più profonda del titolo: assegnare al testo una categoria cognitiva prima ancora che chi legge abbia affrontato la prima riga. Quella categoria porta con sé un insieme di aspettative, convenzioni, parametri di giudizio.

Le parole “Guida”, “Riflessione”, “Ipotesi”, “Storia”, “Metodo” non sono intercambiabili: ciascuna attiva aspettative diverse. Una guida tende a essere valutata sulla sua utilità pratica: funziona o non funziona, è chiara o non lo è. Di un’ipotesi valutiamo la sua tenuta logica: è coerente, falsificabile, regge alle obiezioni? Una storia richiama parametri diversi: la sua forza narrativa, la credibilità, la capacità di coinvolgere. Cambiare il titolo non significa solo cambiare il modo in cui si entra nel testo, ma cambiare i criteri con cui il testo viene letto e, alla fine, giudicato.

La forma grammaticale del titolo, il fatto che contenga un sostantivo, una domanda, un imperativo, non è neutra: porta con sé regole d’uso implicite che determinano come chi legge si comporterà di fronte al testo.

Il titolo come soglia narrativa

La forma del titolo prefigura, più o meno esplicitamente, la forma retorica del testo. “Perché” annuncia un argomento: il testo dovrà rispondere alla domanda, o almeno costruire un percorso verso la risposta. “Come” annuncia una sequenza operativa: il testo dovrà guidare attraverso un processo. “Intorno a” o “Sul”, anche se con un sapore un po’ anzianotto, annunciano un’esplorazione senza meta dichiarata: il testo potrà girare attorno all’oggetto, avvicinarsi e allontanarsi, lasciare alcune cose in sospeso.

Roland Barthes3 distingue tra testo leggibile e testo scrivibile. Il testo leggibile offre senso già confezionato: il lettore lo segue, lo riceve, lo chiude. Il testo scrivibile richiede al lettore di lavorare, di completare, di produrre senso insieme al testo. Barthes applica questa distinzione all’opera nel suo insieme, ma funziona abbastanza bene anche considerando solo i titoli. Un titolo che promette una risposta apre qualcosa di simile a un testo leggibile: c’è un sapere da ricevere, un percorso già tracciato. Un titolo che promette una domanda, o che pone chi legge davanti a un problema irrisolto, apre uno spazio più vicino al testo scrivibile: chi legge deve portare qualcosa di proprio, completare, interpretare.

Il titolo non descrive la struttura del testo: la anticipa e in una certa misura la vincola. Se il titolo promette argomentazione e il testo è una raccolta di esempi senza filo logico, il lettore avverte una frizione che non riguarda il contenuto, ma la forma: la promessa non è stata mantenuta. Se il titolo promette esplorazione e il testo è un sillogismo serrato, succede qualcosa di analogo. Il testo si comporta diversamente da quanto il titolo ha annunciato, e questa sensazione genera una frattura.

Il titolo come regolatore di ambiguità

Un testo è quasi sempre più ambiguo del suo titolo, e questa asimmetria ha qualcosa di strutturale: il testo sviluppa, sfuma, contraddice, apre possibilità; il titolo condensa, seleziona, orienta. Vale la pena però resistere all’idea che il compito del titolo sia ridurre l’ambiguità al minimo: quasi ogni testo che vale qualcosa è ambiguo in qualche misura, apre più possibilità di senso di quante ne chiuda, e un titolo che chiude troppo presto rischia di impoverire prima ancora che il lettore cominci. La domanda più utile non è come eliminare l’ambiguità, ma quanta ambiguità si vuole lasciare in ingresso, e di che tipo.

Un titolo a fuoco stretto orienta con precisione, ma potrebbe impoverire. Un titolo molto preciso può essere utile se uno degli aspetti cruciali del testo è essere trovabile: chi cerca esattamente quella cosa ci riuscirà facilmente. Un titolo evocativo richiede che il testo corrisponda alla sua apertura: un testo piatto contraddice la promessa. Un titolo metaforico può essere attraente, ma espone al rischio di fraintendimenti: si entra con un’aspettativa per trovarsi davanti qualcosa di diverso.

René Magritte, Il tradimento delle immagini  Questa non è una pipa , 1928-29. Olio su tela, 58,5 x 94 cm. Los Angeles, County Museum of Art.
René Magritte, Il tradimento delle immagini (Questa non è una pipa), 1928-29. Olio su tela, 58,5 x 94 cm. Los Angeles, County Museum of Art.

“Ceci n’est pas une pipe” leggiamo nel famoso quadro di Magritte, il cui titolo è in realtà “La trahison des images”, il tradimento delle immagini. Il titolo non descrive e non orienta nel senso convenzionale: crea una tensione deliberata con l’immagine, o meglio la contraddice. Il titolo non dice a chi guarda cosa vedere, dice qualcosa su come guardare: con attenzione al meccanismo della rappresentazione, con la consapevolezza che nominare e raffigurare non equivalgono a essere. È un esempio estremo, forse, ma mostra con chiarezza che l’ambiguità introdotta da un titolo può funzionare come istruzione cognitiva: non un ostacolo alla comprensione, ma la comprensione stessa resa visibile come problema.

Il livello giusto di ambiguità non è probabilmente una proprietà intrinseca del titolo. È il risultato di una relazione tra titolo, testo e lettore: cambiando uno dei tre termini cambia anche ciò che funziona.

Titoli sbilanciati

Classificazione, soglia e ambiguità lavorano simultaneamente, e quando i tre piani sono coerenti tra loro il meccanismo tende a diventare invisibile, come accade con tutto ciò che funziona bene. È il disallineamento che lo rende percepibile.

Torniamo al testo dell’apertura. “Sviluppo motorio nel bambino” classifica in modo sbagliato: introduce una scientificità in attrito con quel respiro trattenuto, quella speranza che i passi diventino tre, che nel testo sono centrali e che un registro descrittivo-formale non sa dove mettere. “Come si impara a camminare” produce invece un disallineamento di forma: “come” prefigura una sequenza operativa, qualcosa da trasferire e replicare, mentre il testo mostra una scena in cui non c’è nessun metodo, solo tentativi, cadute, ripresa. “Il coraggio e la caduta” è il titolo che crea meno frizione, non perché sia il più bello, ma perché il registro emotivo che introduce trova corrispondenza nel testo, e la promessa implicita (che ci sarà qualcosa da sentire, non solo da capire) viene mantenuta.

Analizzare un titolo che funziona è in genere meno rivelatore di analizzarne uno che non funziona, proprio perché quando le cose funzionano il meccanismo si fa opaco. Per questo, quando si lavora sui titoli, può essere utile produrre deliberatamente quello sbagliato e osservare dove si rompe la coerenza: è lì che il titolo giusto stava lavorando in silenzio.

Senza titolo

Il bambino che cade, si rialza e riprova non sa ancora come si chiama quello che sta facendo: il nome arriverà dopo. Qualcosa di simile accade con i testi: a volte scriviamo senza sapere ancora con precisione in che direzione andiamo, e il titolo è il momento in cui decidiamo come nominarlo.

C’è una domanda che questo ragionamento lascia aperta: quando scegliamo un titolo, stiamo cercando il nome giusto per qualcosa che esiste già, o stiamo decidendo cosa quel testo sarà? Nella pratica della scrittura le due cose si sovrappongono in modo difficile da separare, e forse non è così necessario farlo. Quello che cambia, se si riconosce che il titolo può fare entrambe le cose, è l’attenzione con cui ci si lavora.

Il titolo è quasi sempre l’ultima cosa che si scrive. Eppure è anche la prima decisione strutturale che prende forma, a volte prima ancora di aver scritto la prima riga. Vale la pena tenere questa tensione in mente, senza precipitarsi a risolverla.

Esercizi


Un libro

A Terramare la magia funziona attraverso i nomi veri delle cose. Ogni oggetto, ogni creatura, ogni persona ha un nome segreto nella lingua antica e chi lo conosce ha potere su ciò che nomina. Nel mondo costruito da Ursula Le Guin il nome non descrive la realtà ma la tiene insieme: cambiare il nome di qualcosa significa cambiare quella cosa.

Se hai trovato interessante il ragionamento di questo numero di Alternate Takes, Un mago di Terramare potrebbe essere un’ottima lettura. A meno che tu non sia di quelli schizzinosi verso il “fantasy”.


Tre link

Note

  1. Come dici? I titoli sono brutti? Sì, sono proprio brutti. Dai, teniamoli solo per il piacere dell’esempio, non mi è venuto di meglio.
  2. Una delle cose che mi capita di spiegare più spesso a chi mi chiede aiuto per scrivere è che i titoli devono essere l’ultima cosa a cui pensare. Non mi danno mai retta, ma alla fine il perché gli appare chiaro.
  3. Sentivo proprio il bisogno di dimostrarmi che studiare Lettere moderne alla fin fine ha avuto senso, non vi pare? E non ho neppure finito, ancora.

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