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Letizia Sechi

Leggere per tradurre: intervista a Luigi Civalleri

«Quasi non riesco più a distinguere tra ciò che leggo per lavoro e per diletto, quindi direi che è il filo conduttore della mia vita.»

“Leggere” è una serie di interviste dedicate alla lettura. Parlo con persone che leggono come parte del loro lavoro per conoscere le loro abitudini e tecniche. Arriva ogni prima domenica del mese ed è un ramo di Alternate Takes, la mia newsletter.

In questo appuntamento incontriamo Luigi Civalleri: Luigi si ostina a invitarmi come ospite al suo corso di editoria nell’ambito del Master in Comunicazione della Scienza alla Sissa di Trieste. Dal 2014 siamo riusciti nell’intento di non fare mai la stessa lezione per due anni di fila: io ho di certo imparato che se c’è un dettaglio, una particella, una microscopica e importantissima cosa da conoscere riguardo ai libri fatti bene, Luigi la sa. Tra i libri che ha tradotto ci sono Armi, acciaio e malattie, di Jared Diamond, L’universo elegante, di Brian Greene, e Spillover, di David Quammen. Ed è preparatissimo anche sulla colonna sonora di Frozen, 1 e 2.

Immagine da Freepik
Immagine da Freepik

Ciao Luigi, mi racconti di te?

Sono un matematico che non fa più il matematico da molto tempo (anche se l’imprinting è quello – come fare il militare a Cuneo). Lavoro da anni nell’editoria come traduttore, editor e consulente. Mi occupo a vario titolo di comunicazione della scienza e insegno al Master della Sissa.

Quanto è importante la lettura nelle tue giornate?

Quasi non riesco più a distinguere tra ciò che leggo per lavoro e per diletto, quindi direi che è il filo conduttore della mia vita.

Come scegli le tue letture? Quali criteri usi?

Sono l’equivalente di una gazza ladra, tutto ciò che luccica mi attira. Fuor di metafora, incontro titoli in molti modi: dal consiglio dell’amico al vagabondaggio in libreria, dal link del link del link trovato a partire da un post su qualche social alla bibliografia di un saggio che sto leggendo. Decido di dare una chance sulla base di criteri razionali (“mi potrebbe servire”) o estemporanei (“che argomento interessante” o magari “l’autore ha una faccia simpatica”).

Che tipo di testi leggi più spesso?

Saggi per il 70-80 per cento direi. Non solo di argomento scientifico. Quasi esclusivamente in lingua originale (se la conosco).

Hai un metodo di lettura specifico legato alla tua professione?

Se devo fare una scheda per un parere sì, ovvio, c’è una lettura tecnica che si impara col tempo (il lavoro editoriale è un artigianato, più vasi si modellano più riescono dritti). Quando leggo perché ho un interesse personale e/o professionale, ho sempre la matita in mano. E tengo due segnalibri, uno sul testo e uno sulle note, che leggo religiosamente.

Su che strumenti leggi in genere? Perché li preferisci?

Preferisco la carta perché sono vecchio, ma l’ebook mi ha semplificato la vita, diminuendo il peso dei bagagli e facilitando il prendere appunti. Direi che tra carta e non-carta la proporzione è uno a uno.

Le tue abitudini di lettura sono cambiate nel tempo? Quali sono stati i cambiamenti più significativi?

A parte l’arrivo degli ebook, direi che sono cambiate nel metodo più che nella quantità – sono sempre stato un compulsivo onnivoro. L’abitudine a prendere appunti in modo sistematico e a creare connessioni tra libri diversi è venuta col tempo, con la maturità e la pratica.

Organizzi in qualche modo il tempo che dedichi alla lettura?

Tratto la lettura professionale (pareri editoriali e saggi che in qualche modo “mi servono”) come uno tra i tanti impegni della giornata, quindi trovo spazio nella mia agenda per farlo. La lettura per diletto è più occasionale.

Come decidi quali parti di un testo meritano una lettura approfondita e quali una lettura più veloce?

Per una scheda-parere, leggo l’indice e le prime pagine, e sfoglio l’indice analitico (se c’è) e la bibliografia. Poi, se non è proprio un chiaro “no”, leggo a campione qualche altra pagina. Per le letture per diletto, indice e prime pagine – e ammetto che qualche volta googlo in cerca di recensioni.

Ci sono differenze tra il tuo modo di leggere per lavoro o per piacere? Ci sono casi in cui si influenzano a vicenda?

Ci sono ovvie differenze di metodo, come ho detto, ma temo che il lavoro di traduzione e di editing mi abbia quasi rovinato il piacere di leggere libri in modalità lean back. Mi capita di pensare cose come “questo l’avrei riscritto così” o “questo è tradotto male, si sente il calco in trasparenza”. A volte mi trovo inconsciamente con la matita in mano, pronto a correggere.

Come ti comporti quando devi affrontare una grande quantità di materiale da leggere?

Leggo spesso più libri in parallelo, mi sembra di essere più efficiente (anche se probabilmente non è vero, ma l’importante è convincersi). E ho imparato a cambiare la lista delle priorità in corso d’opera e a mollare i libri che non rispondono alle aspettative.

Prendi appunti mentre leggi? Usi strategie o tecniche per organizzare, memorizzare e ritrovare le informazioni importanti?

Prendo sempre appunti, e li trasferisco su file organizzati per argomento. Oltre ad appunti tematici, scrivo sempre una scheda del libro, seguendo in larga parte il metodo che Eco illustra nel Come si fa una tesi di laurea, adeguato al mezzo elettronico. Per ritrovare le informazioni mi affido alla funzione di ricerca, che finora non mi ha mai tradito. E ho ancora molta memoria, per cui spesso ricordo dove e quando ho letto qualcosa.

Raccontami di due libri: quello che hai sul comodino e quello che consigli a tutti di leggere.

Sul comodino ne ho due, come al solito: Il capitale nell’Antropocene di Saito Kohei e The Science of Storytelling di Storr (che mi trascino da secoli, ma sono determinato a finire perché ogni tanto trovo spunti utili). Consigliare “a tutti” è la prima cosa che ti fa detestare in società. Se proprio costretto, direi Le cosmicomiche di Calvino, perché mi ha smosso molte cose quando l’ho letto da ragazzino (forse è colpa/merito di quel libro se la mia vita ha preso una certa piega).

Dimenticavo: sarebbe bene leggere prima possibile un grande classico (nel mio caso I Buddenbrook a quattordici anni) per vedere come si fa e accorgersi che l’hanno già fatto immensamente meglio: magari vi passa la voglia di scrivere brutti racconti, cominciate a cancellare gli aggettivi inutili e a mettere le virgole al posto giusto.

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