Una scrittura distribuita, come un micelio
Cosa succederebbe se pensassimo alla scrittura non come l’espressione di un autore che ha già chiaro cosa dire, ma come un processo distribuito che coinvolge corpo, strumenti, ambiente?
Se sei qui e mi leggi volentieri, è possibile che tu apprezzi un certo modo di approfondire le idee, che non ti dispiaccia leggere un testo più lungo del solito e dal tono diverso dal diario personale. Ti riconosci? Allora potrebbe interessarti la newsletter di Camilla Mazzanti, Fungotropìa: Camilla “viaggia nel sottobosco come un micelio, trovando connessioni”. Così facendo ci siamo incontrate, e abbiamo avuto modo di riflettere sull’idea di “scrittura fungina”: per Camilla è diventata una serie di articoli, il mio contributo fa parte del secondo. Lo riporto qui, e ringrazio Camilla per la possibilità di farlo. Voi recuperate i numeri pubblicati, e iscrivetevi a Fungotropìa per non perdervi il prossimo.
- Una scrittura “incarnata”. Può la scrittura imitare i funghi?, di Camilla Mazzanti con Xalli Zúñiga
- Come un micelio. Pensare e scrivere ispirandosi ai percorsi fungini, di Camilla Mazzanti con me
Sulle parole: fungine ed estese
L’idea di “scrittura fungina” proposta da Camilla Mazzanti mi ha portata a una domanda: esiste un modo per pensare questa scrittura-micelio non solo come metafora suggestiva? Cosa succederebbe se pensassimo alla scrittura non come l’espressione di un autore che ha già chiaro cosa dire, ma come un processo distribuito che coinvolge corpo, strumenti, ambiente?
Mi viene in mente la teoria della mente estesa. È un’idea che ci aiuta a vedere come la scrittura possa non essere la semplice trascrizione di pensieri già formati, ma parte del processo stesso con cui pensiamo. Forse questo è proprio ciò che la rende “fungina”: non essere un prodotto finito ma un organismo che cresce attraverso la materia, gli strumenti, le relazioni.
Oltre la mente
Siamo abituati a pensare che venga prima il pensiero e poi la scrittura. Ma questa separazione è davvero così netta? Negli anni Novanta, i filosofi Andy Clark e David Chalmers, hanno proposto l’idea che la mente non sia limitata al cervello. Quando usiamo strumenti esterni per pensare – un taccuino, un computer – quegli strumenti possono funzionare come estensioni del nostro sistema cognitivo. Non sono semplici aiuti esterni: sono accoppiati al pensiero in modo così stretto da diventarne parte.
Quando scrivo, spesso non sto trasferendo pensieri già completi dalla testa alla pagina. Penso attraverso la scrittura. Le parole che appaiono sullo schermo, il cursore che lampeggia, il fatto di dover scegliere tra due formulazioni, la frase che rileggo e mi sembra stonata... tutto questo non accompagna il pensiero: ne fa parte.
La scrittura non inizia quando ho chiaro cosa voglio dire. Inizia prima: quando sistemo la scrivania, quando scelgo dove scrivere, quando rileggo una frase e scopro che dice qualcosa di diverso da quello che credevo. Il pensiero non è già tutto nella testa: emerge nel dialogo con il supporto materiale, con gli strumenti, con l’ambiente che ho costruito.
È qui che mi sembra di notare un parallelo con il micelio. Come ha descritto Camilla, il micelio funziona attraverso reti distribuite, senza un centro di controllo: ogni nodo risponde localmente, e dall’insieme emerge il comportamento dell’organismo.
Se pensiamo alla scrittura in questo modo, cambia prospettiva: il testo non emerge da un’intenzione centrale e poi si espande: si forma attraverso connessioni multiple che accadono contemporaneamente.
Pensate a quando scrivete e vi accorgete che una frase non funziona, non suona bene. Quella dissonanza non è esterna al pensiero: è il sistema intero che percepisce un’incongruenza.
Oppure pensate a quando rileggete un vostro testo a distanza di tempo e vi sorprende, come se lo avesse scritto un’altra persona. In un certo senso, è vero: lo ha scritto una configurazione diversa, voi in un altro momento, con altri strumenti, in altre condizioni. Se il pensiero è davvero distribuito, allora cambiando la rete cambia anche ciò che emerge.
Scrittura incarnata
Zúñiga, come abbiamo visto, parla di carne come concetto politico: il corpo dove le strutture di potere lasciano tracce, e da cui emerge anche resistenza. Questo modo di pensare il corpo come inseparabile dalla conoscenza ha risonanze interessanti con la teoria della mente estesa, anche se viene da tradizioni diverse. In entrambi i casi, si rifiuta l’idea che il pensiero sia un’attività puramente mentale, astratta, separata dalla materialità.
Se la scrittura è parte del processo cognitivo, allora conta anche la sua materialità. Scrivere a mano su carta è cognitivamente diverso da digitare, che è diverso da dettare. Il supporto non è neutro: configura il tipo di pensiero che posso avere. Forma e contenuto emergono insieme dalla configurazione materiale in cui scrivo.
Se la cognizione è davvero distribuita e dipende da supporti materiali, questo ha conseguenze politiche. Chi non ha accesso a strumenti affidabili, a spazi adeguati, a tempo non frammentato, non ha solo meno opportunità di pensare e scrivere: ha un sistema cognitivo configurato diversamente. Più limitato, più interrotto, più precario.
In questa prospettiva, le condizioni materiali non sono semplicemente il contesto della produzione di conoscenza: sono parte costitutiva di come quella conoscenza emerge, o non emerge.
Il problema dei confini
Ma se la scrittura è cognizione distribuita, se il pensiero include il taccuino, la tastiera, il feedback di chi legge, gli strumenti digitali che uso, dove finisce la mia scrittura?
Il micelio non ha confini chiari. Cresce, si fonde con altri miceli (a volte geneticamente identici, a volte diversi), si ritrae, muore in un punto e rigenera altrove. Sono reti che si sovrappongono.
La scrittura può funzionare così? Un testo che scrivo dopo aver letto qualcosa, dopo aver parlato con qualcuno, usando suggerimenti automatici di un software, modificato dai feedback di un editor, quanto è ancora “mio”? E cosa significa “mio” in questo caso?
Se prendo sul serio l’idea di cognizione distribuita, l’autore non è un punto fisso ma una configurazione temporanea: un certo corpo, certi strumenti, certi saperi acquisiti, certe conversazioni ancora attive in memoria. Una configurazione che cambia ogni volta che scrivo.
Questo non significa che l’autore non esiste: significa ripensarlo come nodo in una rete piuttosto che come origine sovrana del testo.
Questo modo di pensare, se spinto fino in fondo, apre alcune tensioni: come funziona la responsabilità autoriale in un sistema distribuito? Se un testo emerge da una rete di influenze, strumenti, feedback, chi risponde di ciò che dice?
Non ho risposte definitive a queste domande, ma credo che valga la pena tenerle aperte, lasciarle lavorare. Forse la scrittura fungina non è un modello da applicare ma una tensione da abitare.
Scrivere come il micelio
Torno al punto di partenza. Cosa potrebbe significare scrivere come il micelio?
Non credo significhi dissolvere ogni confine o abbandonare l’idea di autorialità. Significa piuttosto riconoscere che la scrittura è sempre già relazionale, materiale, distribuita, anche quando ci sembra di scrivere da soli. Scrivo con il corpo, con gli strumenti che ho imparato a usare, con le tracce di altre letture ancora attive in me, con l’anticipazione (anche solo immaginata) di chi leggerà. Sono un nodo in una rete, non il centro che controlla tutto.
E forse c’è qualcosa di liberatorio in questo. Se il pensiero non sta tutto nella mia testa, se ha bisogno della carne, della materia, degli altri, allora posso smettere di aspettare di avere tutto chiaro prima di scrivere. Posso iniziare con il corpo, con il gesto, con la relazione. Posso fidarmi del fatto che il pensiero emergerà nel processo stesso dello scrivere, come il micelio che trova la sua strada decomponendo ciò che incontra.
La scrittura fungina, allora, funziona come invito: a ripensare concretamente come scriviamo, dove scriviamo, con quali strumenti, in quali condizioni materiali. A prendersi cura non solo delle parole finali ma dell’intero ecosistema – fatto di corpi, spazi, tempi, strumenti, relazioni – che rende possibile che quelle parole emergano.
Esercizi fungini
- Scrivi per propagazione. Inizia con una frase di massimo 8 parole. Ogni frase successiva deve nascere da una parola della precedente, come se vi si attaccasse. Non pianificare: lascia che il testo si espanda per contatto.
- Nutrimento e decomposizione. Prendi un testo “morto”: una nota abbandonata, una bozza scartata. Non correggerlo, scomponilo: evidenzia tre parole o immagini e usale per far crescere un nuovo testo breve. Lascia tracce della materia originaria.
- Scrittura sotterranea. Scrivi un testo in cui l’idea principale non venga mai nominata. Falla emergere solo attraverso effetti indiretti, dettagli laterali, connessioni. Come il micelio, ciò che conta deve agire sotto la superficie.
Un libro
Prestare attenzione “all’enigmatico universo dell’infinitamente piccolo può rivoluzionare la nostra comprensione del mondo”, dice il New York Times, e può imporci domande sull’origine della vita, su ciò che chiamiamo intelligenza e identità, invitandoci a osservare il mondo da un altro punto di vista, in cui l’essere umano non è in cima alla scala evolutiva, ma solo una delle specie sulla Terra.
L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi, Merlin Sheldrake
Sono cresciuta in mezzo ai libri sui funghi dei miei genitori. Quelli che ricordo in modo più vivido sono i sette volumi di Bruno Cetto (già lui una storia da scoprire), I funghi nel bosco, prima edizione 1972. Ancora oggi mio padre è un collezionista attento di enciclopedie sui funghi. Chissà da chi mi arrivano certe manie, andrebbe indagato (ciao babbo, lo so che leggi).
Tre link
- UNI 12001: lo standard dei designer. Definisce i requisiti di conoscenza, abilità e competenze della figura professionale del designer
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