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Letizia Sechi

Leggere per essere professionisti migliori. Intervista a Veronica Galletta

«Per ogni progetto di romanzo ho un’idea di lingua in testa, a cui via via arrivo leggendo – e ascoltando – una lingua che mi piace. In genere sono classici.»

“Leggere” è una serie di interviste dedicate alla lettura. Parlo con persone che leggono come parte del loro lavoro per conoscere le loro abitudini e tecniche. Arriva ogni prima domenica del mese ed è un ramo di Alternate Takes, la mia newsletter.

In questo appuntamento incontriamo Veronica Galletta: scrittrice, vincitrice del Premio Campiello Opera Prima, finalista al Premio Strega, Malotempo è il suo romanzo più recente. Conoscerla per me è una di quelle fortune che regalava più spesso Internet in passato: incrociare qualcuno con uno sguardo affine al tuo, con consonanze rare, e poterci chiacchierare. Veronica lavora, tra le tante cose, sull’importanza della letteratura per chi si occupa di “scienze dure”, per chi usa parole tecniche: come potevo non rimanerne affascinata?

Immagine da Freepik
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Ciao Veronica, mi racconti di te?

Ciao Letizia, cominciamo in salita! Raccontarmi, specie in sintesi, mi viene sempre difficile. Se vuoi liberarti di me, chiedimi di mandarti un mio curriculum aggiornato: posso sparire per mesi. Ma oggi mi sforzo, scelgo la semplicità. Sono una scrittrice con una laurea in ingegneria e un dottorato in ingegneria idraulica. È una laurea nel cassetto, nel senso che ce l’ho messa io da qualche anno. Per quasi vent’anni invece ho lavorato come ingegnera, prevalentemente cantieri fluviali e marittimi. La laurea è nel cassetto, ma qualcosa della formazione è rimasta. A lei dedico parte dei miei studi e della mia attività, proponendo seminari e conferenze sulla parola tecnica in letteratura. Giro facoltà di “scienze dure” e istituti tecnici, perché sono convinta che la letteratura aiuti a essere dei professionisti migliori.

Quanto è importante la lettura nelle tue giornate?

Dopo tanti anni sono arrivata alla conclusione che la mia abilità maggiore sia studiare, collazionare contenuti, intrecciare materie e competenze diverse per poi trasferirle agli altri. Se fosse un lavoro vorrei fare la parlatrice di ogni cosa, anche a comando, come un bigliettino della fortuna tirato fuori da un pappagallo a una fiera di paese. Quindi per me la lettura è importantissima, e vorrei lo fosse ancora di più, in una tensione infinita un po’ come la biblioteca del racconto di Borges.

Come scegli le tue letture? Quali criteri usi?

Se parliamo di romanzi, cerco di mantenere un equilibrio fra letteratura contemporanea – anche se sono refrattaria agli hype, per cui leggo quasi sempre in differita il libro del momento –, e recupero dei classici. Non avendo una formazione letteraria canonica ma solo quella di una lettrice onnivora, cerco di riempire i buchi, soprattutto sulla letteratura dell’ottocento europeo e primo novecento italiano. Di base però devono essere immaginari che mi interessano o mi toccano in qualche modo.

Che tipo di testi leggi più spesso?

Romanzi, di ogni genere, e saggi. Ma anche pubblicazioni scientifiche, articoli, approfondimenti. Meno letteratura per ragazzi di quella che vorrei, meno fumetto di quello che vorrei. Mi oriento poco dentro la poesia, che tendo a leggere nei momenti bui, per pulirmi i pensieri.

Hai un metodo di lettura specifico legato alla tua professione?

Se parliamo dello scrivere romanzi, possiamo dividere grosso modo la lettura in tre branche diverse. I romanzi – o articoli o saggi o interviste – che hanno a che fare con quello che sto scrivendo, per argomento o approfondimento. Di questi, finita la lettura, mi appunto le parti che mi sono piaciute, frasi o anche singole parole, dentro al quaderno dedicato al mio progetto di quel momento. (Qui ci starebbe una digressione sulla classificazione dei quaderni per prendere appunti). A volte questi appunti li passo anche al pc, o se ho il libro in formato digitale ne tiro fuori parti direttamente.

Poi ci sono i libri che leggo – e ascolto anche, in questo caso – per “farmi la lingua”. Per ogni progetto di romanzo ho un’idea di lingua in testa, a cui via via arrivo leggendo – e ascoltando – una lingua che mi piace. In genere sono classici.

Infine ci sono i libri che leggo a casaccio, perché altrettanto importante per me è, oltre al metodo, lo scartamento dal metodo. Questo per superare il paradosso che mi tiene dentro solo a quello che conosco, mentre la creazione per me ha bisogno di input imprevisti, di inneschi anche casuali. Questo tipo di lettura random si alimenta consultando appunti su libri che prendo via via, attraverso le anteprime digitali, oppure andando in biblioteca. La biblioteca mi permette di scandagliare la bibliografia di qualche autore minore, le cui opere dimenticate, o passate di moda, imperfette e non rilevanti, possono trasformarsi in spunti. La biblioteca per me è anche l’accesso alla saggistica e alla letteratura per bambini e ragazzi, che conosco poco ma considero ugualmente importante. Va da sé che questo tipo di lettura è in genere frammentaria, tranne quando incontro qualcosa che mi interessa o convince veramente.

Su che strumenti leggi in genere? Perché li preferisci?

Cerco di leggere su ogni strumento, materialmente leggo con ogni strumento. Libri di carta, ovviamente, ma anche formati elettronici, su Kindle, sull’iPad. Ascolto audiolibri, leggo anche sullo smartphone se non ho altro mezzo. Diciamo che adeguo la mia modalità di lettura all’organizzazione del mio tempo. Se so che devo viaggiare, per esempio, preparo nei giorni precedenti gli audiolibri o i podcast che voglio ascoltare. Non riesco più a leggere in treno, mi danno fastidio i rumori degli altri. Sul formato digitale invece, nel mio caso Kindle o iPad, leggo libri dall’intreccio lineare, che non necessitano di tornare indietro, perché senza il supporto fisico perdo più facilmente l’orientamento. Infine dei libri che diventano mio oggetto di studio, autori che finisco per conoscere a fondo, ho tutti i formati. Carta, digitale, se c’è anche audiolibro. Ognuna di queste letture mi dà qualcosa di diverso.

Le tue abitudini di lettura sono cambiate nel tempo? Quali sono stati i cambiamenti più significativi?

Da quando ho cominciato a scrivere diciamo a tempo pieno e mi occupo anche di lezioni e seminari, la mia maniera di leggere è cambiata perché leggo più libri contemporaneamente, e oltre ai libri leggo dispense, tesi di laurea, articoli scientifici. L’altro cambiamento importante è che, se sto studiando per scrivere un libro, cerco di leggere nella direzione di quel libro, e quindi lascio da parte il molto altro che mi piacerebbe leggere.

Organizzi in qualche modo il tempo che dedichi alla lettura?

Come dicevo prima, dipende dall’organizzazione della mia settimana. In generale la mattina scrivo, perché sono più riposata, meno irrigidita dal resto. È anche il momento in cui sono sola, visto che ho lo studio in casa. Al pomeriggio lascio la lettura e le attività di contorno, rispondere a mail, organizzare viaggi, gestire i social eccetera. Di pomeriggio quindi, tranne consegne urgenti e impegni familiari, mi sposto in camera da letto e leggo. Perché ecco questo è un punto abbastanza importante: se sono a casa leggo a letto, che è il posto dove leggo meglio. Del resto ho sempre studiato a letto, per tutto il liceo e tutta l’università.

Come decidi quali parti di un testo meritano una lettura approfondita e quali una lettura più veloce?

A questa domanda non so bene come rispondere. Se parliamo di romanzi, leggo in maniera ordinata ed eventualmente abbandono se il libro non mi piace (ho una serie di trigger che mi si attivano nella lettura di un romanzo, ma non cambiamo troppo direzione del discorso). Se devo leggerlo per forza, perché devo per esempio presentarlo – mi capita poco perché in genere non accetto di presentare libri che non mi piacciono – allora lo leggo saltando, cercando di fissare snodi principali, personaggi ricorrenti, qualcosa di curioso. Del resto se non mi piace ci sarà un uso della lingua stereotipato, personaggi piatti, svolte di trama prevedibili. Insomma nulla che meriti una lettura attenta. Fra l’altro se voglio leggo molto velocemente, anche se non mi sono mai misurata, ma soprattutto scorrendo il testo capisco (da frasi, parole, espressioni) se mi interessa oppure no. Se non mi interessa ne tengo solo l’impressione che ne ricavo. Mi dico spesso che dovrei usare l’AI per farmi riassumere testi e capire cosa c’è dentro, e poi alla fine non lo faccio. Anche perché, spesso, io dentro ai testi cerco un particolare, un aspetto magari laterale che mi attivi qualche connessione personale, e queste cose posso trovarle solo io. L’AI, se chiedo un riassunto, sicuramente le trascura.

Ci sono differenze tra il tuo modo di leggere per lavoro o per piacere? Ci sono casi in cui si influenzano a vicenda?

La routine che ti ho raccontato sopra, così organizzata, è la routine di Veronica ideale, e quindi salta spesso. Delle eccezioni ve ne racconto solo una, ed è quando, per motivi vari – sono ammalata, ho una mattina libera, è un momento difficile, è domenica – decido di non alzarmi. Anzi, mi dico: io oggi leggo tutto il giorno. In quel caso scelgo dal mio comodino – che in realtà è una consolle zeppa di libri – un libro che mi piace a basta, senza nessun altro fine, con l’intento di smettere solo quando è finito. Riattivo insomma la mia modalità di lettura adolescente, quando leggere era il modo per chiudere il mondo fuori.

Come ti comporti quando devi affrontare una grande quantità di materiale da leggere?

Ho sempre una gran quantità di materiale da leggere, nel senso più puro. Ho decine, centinaia, di romanzi che vorrei leggere, e il tempo non è mai abbastanza. Se mi capita di fissarmi (“se non leggo questo e questo e questo allora non posso più scrivere una riga”), cerco di ribaltare il punto di vista. Se la quantità è così grande allora non è così importante, mi dico. In fondo per il primo romanzo che ho scritto, più di dieci anni fa, avevo letto molto di meno di quando abbia letto oggi, sapevo pochissimo, avevo scarse consapevolezze, e anche se è un romanzo che trovo in parte ingenuo, oscuro e imperfetto, ha una sua dignità che ho imparato a rispettare.

Prendi appunti mentre leggi? Usi strategie o tecniche per organizzare, memorizzare e ritrovare le informazioni importanti?

Dipende dal supporto in cui leggo, e se sono seduta (ma abbiamo capito che per la maggior parte del tempo no). Se sono saggi, metto pecette via via che procedo, e poi le ordino in un elenco, specie se mi servono per qualche lezione (p.11 vedere esempio poesia ape). Se sono romanzi su cui voglio scrivere, o che devo presentare, prendo note sul telefono via via che leggo. Mi mangia in parte il piacere della lettura, ma pazienza. Se leggo in digitale sottolineo le parti, e in alcuni casi metto le note, che poi mi mando via mail e riorganizzo. Se leggo per piacere o per scoprire, cerco di resistere alla tentazione della sistematizzazione (per fortuna sono pigra). Del resto se a distanza di tempo ricordo una frase, un’atmosfera, anche una sola parola, vuol dire che avevano un senso, e allora li vado a ricercare. Mi è capitato da poco con un passaggio di Tre croci, di Federigo Tozzi. Ricordavo che mi aveva colpito la descrizione di Siena, geometrica, metafisica. Mi ricordavo la parola “viola” e con lei ho ritrovato il brano.

Raccontami di due libri: quello che hai sul comodino e quello che consigli a tutti di leggere.

Sul comodino ce ne sono decine, ma scelgo Giorno di risacca di Maylis de Kerangal, un libro che ho prima letto in formato digitale e poi preso in cartaceo per studiarlo meglio. Il consiglio per tutti è semplice, e coincide con la mia rilettura periodica (si noti il calembour a seguire). Oggi anno prima di Natale infatti rileggo Il sistema periodico di Primo Levi, e dentro a ogni racconto trovo sempre qualcosa che non avevo notato prima, che mi meraviglia. Ogni anno il mio preferito è sempre Cromo, ma chissà. Magari quest’anno cambio idea.

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