Salta al contenuto
Letizia Sechi

La maledizione della conoscenza

La maledizione della conoscenza crea un falso senso di chiarezza nella comunicazione: la nostra stessa competenza può impedirci di riconoscere l’ambiguità percepita dagli altri.

Benvenute a tutte le nuove persone iscritte! Da questo numero c’è una novità: ho attivato la possibilità di abbonarsi ad Alternate Takes. Se apprezzi quello che scrivo è un modo per sostenere il mio lavoro. Cosa cambia? Niente. Non ho attivato un paywall per l’archivio dei post, che rimane aperto a tutti; non ho progettato contenuti in esclusiva per chi si abbona, almeno per ora. Lascio al tuo buon cuore e alle tue possibilità, insomma.

Fino alla fine di aprile è anche attivo uno sconto. O almeno dovrebbe, chissà se ci ho capito qualcosa, tra tutte le impostazioni: se non funziona scrivimi. Se decidi di abbonarti ti ringrazio. In ogni caso, ci leggiamo sotto.

Immagine da Freepik
Immagine da Freepik

Sulle parole: quelle che ci sembrano scontate

Ti è mai capitato di pensare «ah, ho spiegato la cosa in modo chiaro!» per scoprire invece che chi ascoltava non ha capito un granché? Potrebbe averti risposto dicendo «ora rispiegamelo come faresti con un bambino di cinque anni», e ti starebbe dando un’ottima dritta. È la maledizione della conoscenza (in inglese Curse of knowledge), un bias cognitivo che ci porta a presumere che gli altri condividano il nostro stesso livello di sapere1.

La maledizione della conoscenza ci fa credere che la comprensione di termini specifici, concetti complessi o informazioni di base siano patrimonio comune, ma ci sbagliamo. Una volta acquisita una conoscenza, diventa difficile immaginare di non possederla: questa consapevolezza è la nostra maledizione, che ci rende difficile trasmettere ad altri il nostro sapere, perché non riusciamo facilmente a ricreare lo stato mentale di chi ascolta.

Le persone esperte tendono a dimenticare com’è non avere le strutture cognitive altamente organizzate che hanno acquisito nel loro campo: sono queste che consentono loro di elaborare e archiviare le informazioni in modo efficiente. Dimenticando cosa significa non possedere questi schemi, possono sorvolare su informazioni cruciali per la comprensione di una persona alle prime armi.

È come se la conoscenza acquisita avesse una particolare tenacia: una volta integrata nel nostro sistema cognitivo diviene la prospettiva predefinita, oscurando la nostra capacità di adottare un punto di vista da principiante. Il nostro cervello è predisposto ad apprendere e memorizzare informazioni: un’efficienza che si trasforma in un ostacolo quando dobbiamo condividere questa conoscenza con altri che non hanno seguito lo stesso percorso. Perdiamo la capacità di accedere facilmente alla “mente del principiante”.

La maledizione in azione

La maledizione della conoscenza si manifesta in diversi contesti e crea barriere alla comunicazione e all’apprendimento.

Nella comunicazione interpersonale, un esempio è l’uso di linguaggio specialistico, acronimi e termini tecnici senza fornire spiegazioni. All’interno di una comunità di esperti il linguaggio specialistico rappresenta una scorciatoia comunicativa efficiente, ma quando ci si rivolge a un pubblico più ampio, questa efficienza si trasforma in un impedimento, escludendo coloro che non hanno acquisito gli stessi riferimenti linguistici.

Nella scrittura, la maledizione della conoscenza può insidiare la chiarezza. Chi scrive di argomenti che conosce a fondo potrebbe non rendersi conto di non aver spiegato concetti fondamentali, o saltato passaggi e azioni che considera ovvi. Steven Pinker, nel suo libro The Sense of Style, afferma che la maledizione della conoscenza è la migliore spiegazione del perché persone intelligenti scrivano male. Il monologo interiore di chi scrive e la sua profonda comprensione dell’argomento possono creare un punto cieco e rendere difficile capire quali informazioni servono a chi legge per seguire il filo del discorso.

Nel content design, la maledizione della conoscenza può portare alla creazione di interfacce intuitive solo per chi le ha progettate. In questo campo, la maledizione della conoscenza può portare a prodotti e servizi inutilizzabili o frustranti per il pubblico di riferimento. I designer che hanno familiarità con la logica del sistema, potrebbero non rendersi conto del carico cognitivo che impongono ai nuovi utenti.

Anche nell’insegnamento, la maledizione della conoscenza rappresenta una sfida significativa. Un insegnante potrebbe non ricordare più le difficoltà che uno studente alle prime armi incontra nell’apprendere una nuova materia, o sottovalutare il tempo necessario ai principianti per apprendere determinate competenze.

La maledizione della conoscenza crea un falso senso di chiarezza nella comunicazione: la nostra stessa competenza può impedirci di riconoscere l’ambiguità percepita dagli altri.

La trappola dell’esperto

Torniamo a Steven Pinker, perché ha dedicato grande attenzione al modo in cui la maledizione della conoscenza si manifesta nell’uso del linguaggio, specialmente in contesti accademici ed esperti. Secondo Pinker, diversi problemi riscontrabili nell’inglese usato in ambito accademico sono strettamente correlati a questo bias cognitivo.

Pinker sostiene che gli autori esperti spesso presumono che i lettori abbiano già acquisito il loro linguaggio specialistico, conoscano i passaggi intermedi che a loro appaiono ovvi e siano in grado di visualizzare mentalmente le scene che l’autore ha in mente. Questa presunzione li porta a non preoccuparsi di spiegare termini tecnici, esplicitare la logica del loro ragionamento o fornire dettagli concreti, anche quando si rivolgono a colleghi di altre discipline.

Pinker analizza diverse manifestazioni linguistiche specifiche della maledizione della conoscenza.

Pinker propone una scrittura caratterizzata da un approccio descrittivo e colloquiale, con l’obiettivo primario di aiutare il lettore a “vedere la realtà” attraverso le parole. Raccomanda di privilegiare la chiarezza rispetto alla dimostrazione di intelletto e suggerisce di presumere che i lettori siano intelligenti ma meno informati sull’argomento trattato.

La soluzione di Pinker alla maledizione della conoscenza nella scrittura implica un cambiamento di prospettiva, spostando l’attenzione dalla conoscenza interna di chi scrive all’esperienza di chi legge. Questo richiede uno sforzo consapevole per rendere la scrittura più accessibile e coinvolgente. Una comunicazione efficace pone la comprensione del pubblico al primo posto, adottando uno stile che anticipi le sue esigenze e lo guidi attraverso le informazioni in modo chiaro e convincente.

Come spezzare la maledizione

Abbiamo a disposizione diverse strategie pratiche che possono essere antidoti alla maledizione della conoscenza.

Il ponte dell’empatia

L’empatia cognitiva, ovvero la capacità di assumere la prospettiva di un’altra persona senza imporre i propri pregiudizi, si rivela uno strumento prezioso per superare le lacune empatiche determinate dalla maledizione della conoscenza. L’empatia implica la comprensione dello stato emotivo delle persone e la progettazione di contenuti che rispondano alle loro esigenze.

Quando scrittori e content designer danno priorità alla comprensione della prospettiva del proprio pubblico, riescono a creare contenuti non solo informativi ma anche in sintonia con i bisogni e le aspettative delle persone, portando a un maggiore coinvolgimento e a una migliore comprensione. Contenuti progettati con empatia anticipano le domande dell’utente, affrontano le sue preoccupazioni e lo guidano attraverso le informazioni in modo naturale e intuitivo.

Esistono diverse tecniche per mettere in primo piano la prospettiva dell’altro.

Impegnarsi attivamente per conoscere il background, le esperienze e i punti di vista del pubblico ci permette di liberarci dalle nostre supposizioni e di comunicare in modo da creare una vera connessione.

Leggi anche

» Chuck Leddy, Exorcising the curse of knowledge, The Harvard Gazette (2012)

» Chip Heath, Dan Heath, The Curse of Knowledge, Harvard Business Review (2006)

» Ivo Herka, The curse of knowledge, (2019)

Esercizi

“Non c’è più Google”, Zerocalcare, I vecchi che usano il PC
“Non c’è più Google”, Zerocalcare, I vecchi che usano il PC

Un libro

Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio.

Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre Figure geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano qua e là, liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersene sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre, insomma – consistenti, però, e dai contorni luminosi. Così facendo avrete un’idea abbastanza corretta del mio paese e dei miei compatrioti.

Flatlandia, Edwin A. Abbott


Tre link

Note

  1. Potrebbe interessarti l’origine del termine, coniato nel 1989 dagli economisti Camerer, Loewenstein e Weber, in un articolo del Journal of Political Economy: lo scopo della loro ricerca era quello di contrastare le “comuni assunzioni in tali analisi (economiche) sul fatto che agenti meglio informati possono anticipare con precisione il giudizio di agenti meno informati”. [Wikipedia]
  2. Acchiappa bambini che hai diritto di acchiappare, e fallo con buone maniere, cerchiamo di non finire in galera.

Ti serve una mano con la scrittura o i contenuti della tua organizzazione?

Guarda cosa posso fare →